UNO SCRIVERESCONFINATO LAPASSIONEDIJOSÉDONOSO Jaime RieraRehren Faust: Sl, ma in quale posto? Mefistofele: Nelle viscere di questi elementi. Dove siamo torturati e sempre rimaniamo. L'inferno non ha confini, né viene circoscrillo a un solo posto, perché I' ù1ferno è qui dove siamo e qui dov· è l'inferno dobbiamo rimanere ... Marlowe, Doctor Faust li 7 dicembre scorso è morto, a Santiago del Cile, José Donoso. Un evento in qualche modo annunciato - da qualche anno lo sc1ittore era malato - che comunque ha colto di dolorosa sorpresa gli amici, ormai convinti della sua invincibile capacità di sopravvivere alle malattie. Donoso era diventato, controvoglia, credo, una istituzione nel suo paese da quando aveva deciso di tornare a viverci dopo una vita itinerante di autoesilio. Nel mondo letterario ispanico la sua figura e la sua opera avevano acquistato, peraltro, una dimensione paragonabile a quella dei grandi miti della narrativa latinoamericana della seconda metà del secolo. E lui accettava questa specie di canonizzazione non senza gesti e parole di distaccata ironia. Perché Donoso è stato innanzitutto lo scrittore della non appartenenza. Quelli che lo hanno letto davvero sanno, e ve lo potranno confermare, che Donoso è un romanziere pericoloso. La morte dello scrittore può anche essere letta come una fine simbolica; è caduto uno dei pochi ostacoli visibili nella corsa del Cile e di buona parte del continente latinoamericano verso il miraggio di una modernità estirpata di coscienza critica, verso un mondo da costruire sopra un enorme vuoto di memoria. Un ostacolo insignificante, si potrebbe dire, chi lo può dire. Donoso era nato a Santiago nel 1924 in una di quelle famiglie che per legami materiali e affinità spirituali facevano parte della classe dominante tradizionale - razza padrona latifondista, conservatrice, culturalmente asservita ai valori dell 'Europa reazionaria - che la sua penna avrebbe contribuito in modo genialmente distruttivo a descrivere, sviscerandone la mostruosa decadenza e inutilità con uno stile quasi garbato, come un chirurgo delirante e tenero che scava nel corpo del padre morente cercando i segni, i sensi, della propria improbabile identità. Agli inizi degli anni Sessanta, dopo aver esordito in patria con quello che ancora oggi viene considerato uno dei suoi romanzi migliori, Coronacion (1957), era sfuggito ali 'asfissia provinciale del barrio alto di Santiago, riparando in Messico e Stati Uniti e prolungando l'esilio volontario fino al 1980, dopo un lungo soggiorno in Spagna. Vivendo in diversi paesi ha scritto dunque i suoi capolavori: El fugar sin limites (1966), El obsceno pajaro de la noche (1970), Casa de Campo (1978). Nel decidere poi di tornare in Cile in piena dittatura pinochetista, Donoso si era ancora una volta mosso controcorrente, richiamato dalle profonde trasformazioni in corso nel paese e dall'intuizione di non poter rimanere più a lungo lontano da quelle che erano state le sorgenti vitali del suo linguaggio letterario. Frutto immediato di questo ritorno sono due libri lucidissimi sulla decomposizione del paese e l'impotenza democratica: Cuatro para Delfina ( 1982) e La Desesperanza ( 1986). I critici hanno sempre sottolineato il grande talento donosiano nel descrivere la decadenza polverosa e violenta delle grandi famiglie, gli incubi della povertà e lo sfruttamento, la sua attrazione per gli estremi del corpo sociale, l'uso di una lingua barocca e esperpentica, ma anche surreale e molto domestica e colloquiale. Tutto vero. Le migliori pagine di Donoso fanno venire in mente la pittura nera di Goya e rimandano all'impietosa crudeltà degli scrittori figli di buona culla che decidono di svuotare il sacco e di strappare definitivamente ogni maschera di rispettabilità al proprio ambiente sociale. Anche se in ultima analisi Donoso è stato uno scrittore profondamente immerso nella tradizione letteraria, un uomo che confessava di non saper vivere fuori dalla letteratura, lettore appassionato, che voleva estrarre il massimo da un mestiere assunto come una vocazione totale ed esclusiva. Non si trattava, per questo visionario di tenebre, lontano dall'illuminismo programmatico ma non da un razionalismo che gettava luce sui sottosuoli raccapriccianti dell'apparente normalità, di usare la letteratura per capire o tantomeno cambiare il mondo, semmai il contrario. Le tematiche e i luoghi della narrativa di Donoso si molteplicano e si travestono di romanzo in romanzo: salotti delle vecchie borghesie cilena e spagnola, rioni maledetti di Santiago, miserevoli cerros di Valparaiso, spiagge e discoteche delle classi emergenti a Vina del Mar o sulla Costa Brava catalana, disastrati bordelli di provincia, pensioni abitate da piccoloborghesi patetici e sognanti. I personaggi coprono l'intero universo sociale da lui conosciuto e frequentato: stantie signore pazzoidi e incattivite, pigri rentiers ubriaconi, prostitute liriche e disperate, intellettuali arrivisti e frivoli, giovani signore adultere malate di senso di colpa, domestiche proustiane che dicono la verità. Ma il suo sguardo, attratto da una sorta di ossessiva ricerca di risposte a domande dell'infanzia, torna quasi sempre alle case di famiglia - intese anche come spazi rarefatti della lotta di classe - alle stanze da letto, alle cucine, ai living-rooms dove le ovattate apparenze, le ignorate evidenze, le colpevoli ingenuità, mal nascondono drammi e tragedie di cui i protagonisti appena sospettano l'entità. L'elegante realismo ottocentesco che serve da impianto iniziale alle trame e sembra premettere una tranquilla lettura da weekend, scivola quasi subito in una rappresentazione fantasmagorica e grottesca della miseria interiore degli individui, dipinta con uno stile ingannevolmente morbido, avvolto in quella specie di feroce
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