VEDEREL,EGGEREA,SCOLTARE 47 . tura non ci accorgiamo nemmeno, sul momento, di star vivendo un evento speciale. Ecco, le cose accadono così nei film di Mike Leigh, confuse, imprevedibili, a volte impercettibili, altre volte trascinate da eventi e gesti non voluti. E la sua macchina da presa, il suo montaggio, i suoi angoli di ripresa stanno bene attenti a non forzare mai il passo emotivo degli avvenimenti. Le telefonate tra Hortense e Cynthia crescono senza alcun effetto insistito di regia. Certo tutto è studiato al millimetro, dalla ripresa imbarazzante della schiena di Cynthia alla leggera irritazione di Hortense; tutto è spasmodico, minuzioso, ma segue, appunto, i tempi e i balbettamenti della vita vera. Compresi gli imprevedibili squarci umoristici, come nella scena magnifica nella tavola calda, con la cinepresa fissa sulle due donne, e all'improvviso, ecco che affiora un'antica memoria di Cynthia, che, sì, può aver partorito una bambina nera. Il pianto si mescola al riso, senza imbarazzo, senza che ci sentiamo trascinati dalla volontà esterna del cineasta e dalle seduzioni del cinema. La penultima scena di Segreti e bugie, dove tutti i nodi familiari vengono involontariamente al pettine, accade solo per troppo imbarazzo, troppo sollievo, probabilmente troppo vino, per la maldestrezza congenita di Cynthia (una maldestrezza che ha evidentemente segnato tutta la sua vita e tutti i suoi rapporti affettivi), e perché Maurice non ce la fa proprio più a conservare il segreto incolpevole di sua moglie. Mike Leigh, con i suoi quadri staccati e suburbani (la visita alla casa e alle sue stanze da bagno, il barbecue all'aperto, poi il momento della torta, di nuovo ali' interno) non forza la mano, non ci prepara necessariamente al salutare sconquasso emotivo cui la rivelazione di Cynthia conduce. Può succedere o non succedere, a seconda delle reazioni, dei gesti istintivi dei personaggi. Fosse stato per Hortense (che pure ha innescato tutta la storia, ma che ha l'autocontrollo della borghesia) non sarebbe di certo successo; e forse neppure per Monica, anche se è lei la figura più fragile del racconto, sull'orlo costante della crisi di nervi e del crollo dell'equilibrio. È chiaro che c'è una radice proletaria (e sana) nella capacità di suscitare le crisi quella che mancava nel dialogo costantemente interrotto, aggirato, inappagante di Bleak moments (la commedia più nera e crudele che Mike Leigh abbia mai realizzato) e in quello dilagante e vano di Abigail's Party (ritratto feroce della piccolissima borghesia, diretto da Leigh in teatro e per la televisione), e che invece animava la consapevole disillusione dei due dropout di Belle speranze, parenti stretti (anche se più acculturati, appartenenti più a una generazione che a una classe) della grande famiglia di Segreti e bugie. Cyril e Shirley, i protagonisti di Belle speranze, nonostante la fine accertata di tutto quello in cui avevano creduto, nonostante constatassero sconsolati che ormai quasi nessuno va più a visitare la tomba di Marx a Highgate, alla fine decidevano di tirare avanti, insieme, con amore; e lo stesso fa la famiglia di Dolce è la vita. La ragazzina anoressica di quel film potrebbe essere cresciuta nella scontrosa figlia di Cynthia, che fa la spazzina, che va al pub e sopporta a malapena l'invadenza piagnucolosa della madre, va e viene sbattendo le porte e fuma come una ciminiera, ma alla fine ha il coraggio di guardare in faccia la vita così com'è, dolce o amara. E dritto dalla famiglia di Belle speranze e Dolce è la vita sembra venire anche la rodente, quieta sofferenza di Maurice, che ha passato tutta la vita a cercare di far venire fuori la felicità della gente che si è offerta davanti ali' obiettivo della BrendaBlethynelruolodi Cynthia. sua macchina fotografica, perché sorridesse, ma non è mai riuscito a conciliare le due persone che ama di più al mondo, sua moglie e sua sorella. Tocca a Maurice fare, fino all'ultimo, da trait d' union fra le vite dei suoi affetti; esattamente come attraverso il suo obiettivo si è sgranata la più ricca collezione di fisionomie, classi, caratteri del cinema inglese (e non solo) degli ultimi anni. Le sessioni fotografiche di Maurice, irresistibili e folgoranti, non sono solo l'occasione per il regista di pagare un piccolo tributo di gratitudine a molti dei suoi interpreti preferiti (tutti in fila, con il cane, con il gatto, con i denti grandi in bella mostra, a sorridere), ma soprattutto puntualizza in un attimo, vezzi, vizi, luoghi comuni, debolezze, caratteristiche fisionomiche e gestuali di un intero paese. Dietro l'affettuosa dedizione di Maurice per il suo lavoro spunta l'ombra leggermente maniacale del perfezionismo, come per chiunque voglia fare bene il suo lavoro, come per quell'altro "fotografo della realtà" (operatore cinematografico in realtà) che sapeva riprendere solo la verità e che è ormai uno dei feticci riconosciuti del cinema britannico: Mark Lewis, il Peeping Tom di Michael Powell che uccideva con la sua cinepresa, citato esplicitamente nella sessione fotografica, con la ragazza sfregiata da un incidente automobilistico (e Peeping Tom è un film 01mai troppo amato e troppo noto in Inghilterra perché si possa ipotizzare una citazione involontaria). E, se dietro a Mark Lewis era Michael Powell che confessava le proprie ossessioni d'autore, certo dietro a Maurice è Mike Leigh che fa capolino. Mike Leigh cerca, con l'onestà e con l'amore, di tenere insieme la famiglia allargata della gente comune che ha ancora la decenza e la voglia di mettersi in gioco per i propri valori.
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