Linea d'ombra - anno XV - n. 122 - febbraio 1997

46 V~DERE,LEGGERE,ASCOLTARE , . - , . ESILARANTI DOLCISSIMELACRIME MIKELEIGHINNAMORATODELLA"GENTE" Emanuela Martini Ogni volta che si presenta a Cannes, vince più di un premio. Nel 1993, con Naked, guadagnò la Palma per la migliore regia e fece vincere al protagonista David Thwelis quella per la migliore interpretazione maschile. L'anno scorso, con Segreti e bugie, ha vinto la Palma d'oro per il miglior film e ha fatto trionfare la protagonista Brenda Blethyn, uggiolante, debordante, umanissima casalinga del sottoproletariato britannico. Mike Leigh è un gran regista di attori, e gli attori (spesso gli stessi, per anni, nel teatro, in televisione e nel cinema) amano molto il suo metodo rilassato, che lascia spazio alla loro creatività e un sacco di tempo alla loro creazione. Fino a qualche anno fa, lo amavano meno le compagnie di produzione, proprio a causa del suo metodo, che consiste nel distribuire agli interpreti una traccia generale della storia e dei caratteri e di lasciarli liberi di andarsene in giro negli ambienti tipici dei loro personaggi e di elaborarne la psicologia. Il che significa naturalmente che i produttori non hanno una sceneggiatura MikeLeigh. preventiva, né un'idea precisa dei tempi di lavorazione. Perciò, Mike Leigh, che ha realizzato il suo primo lungometraggio, Bleak moments, nel 1972, poi non ne ha diretti altri (almeno per il cinema) fino al 1988, quando è ricomparso (come un semiesordiente) sulla scena europea con Belle speranze. Nel frattempo, in Inghilterra, in teatro e in televisione, aveva proseguito la sua analisi, acuminata e pietosa, della classe media e operaia e dello sfascio progressivo cui il thatcherismo le stava conducendo. Mike Leigh è cattivo e penetrante, ma anche sensibile, intenso, commosso. Vuol bene alla gente (gente vera) che descrive, nonostante il suo cattivo gusto, le sue meschinità, le sue involontarie cattiverie. I suoi personaggi hanno una credibilità che non nasce dal naturalismo, ma piuttosto dalla naturalezza cui conduce lo stare attaccati (ed essere attenti) al proprio mondo. Una poveraccia di mezza età inguainata in un paio di pantacollant a fiori, sempre sull'orlo di una sbronza triste, con una voce acuta e lamentosa e un passo da granatiere, è una visione tutt'altro che insolita nelle strade londinesi: come non sono insoliti nelle abitazioni piccolo borghesi lo stencil vezzoso e la maniacale gamma di azzurrini con cui Monica ha decorato la sua casa. La sua regia ha un'"invisibilità" che non nasce (o non soltanto) dalla cauta semplicità con cui Leigh si accosta alla macchina da presa, ma soprattutto dalla prospettiva "quotidiana" nella quale si pone. I drammi, gli eventi traumatici, le rivelazioni e le crisi, nella vita, non accadono quasi mai come nei film; la musica in sottofondo non cresce, le parole giuste non ci vengono quasi mai in mente, spesso addirit-

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