*** "Decisi che sarei diventata una scrittrice quando avevo sei anni. Non era una passione momentanea, era un'ossessione ... Persino allora, per me era importante non rimanere incatenata alla realtà. Sono nata a Vancouver da una famiglia di immigrati cinesi. Ero una bambina timida e introversa ... I miei genitori erano rigidi, severi, iperprotettivi e sospettosi nei confronti della società di stranieri che li circondava. Già all'asilo si aspettavano che eccellessi nella mia classe, il primo passo nella mia pianificata carriera di medico o avvocato. Non avevo il permesso di trascorrere molto tempo con i bambini del vicinato e, di conseguenza, avevo sempre il naso in qualche libro." Sono le prime battute di Runaway, scappata di casa (chissà perché reso in italiano con il prolisso e depistante Ho vissuto in un mondo di plastica con fiocchi color cocco, tr. it. Stefano Massaron, Marco Tropea Editore 1996, pp. 313, Lire 28.000), il diario che Evelyn Lau tiene dal 22 marzo 1986 al 20 gennaio 1988. Quando prende a scriverlo ha quindici anni, quando se ne congeda diciassette. Due anni all'inferno, per provare a scrollarsi di dosso le aspettative e le recriminazioni dei genitori, il senso di colpa insinuante che continua a tallonarla nonostante abbia fatto di tutto (o forse proprio per questo) per non assecondare i piani che madre e padre hanno su di lei, per disidentificarsi da loro e imporre il suo punto di vista. La via è quella classica: da bambina modello e prima della classe, Evelyn Lau diventa una street wise, una ragazzina di strada affamata di stordimenti, temporanee amnesie, conferme provvisorie e veloci. Il sesso, venduto a un campionario di virile e interclassista normalità, diventa il suo ovvio strumento di lavoro, un mezzo sbrigativo per procurarsi soldi e droghe, ma anche per prendere la misura alla propria identità e per calmare una sete e una paura d'affetto e di sicurezza che le fanno, ossessivamente, corteggiare la morte. "Mi allontano sempre", registra nel suo diario il primo dicembre 1987, "da qualsiasi cosa che possa suggerire un intenerimento, un'unione con un altro essere umano. Perché c'è un'altra persona dentro di me, quella dura, quella che non può essere sciolta da niente e da nessuno. L'altra è soltanto la superficie. Quella vera è brutta e impossibile da amare". Meticoloso, oggettivo, neutrale e algido come una cartella clinica o il referto di un 'autopsia, il diario registra le modalità di ogni incontro sessuale, le richieste e le fantasie dei clienti, persino il loro aspetto fisico, la loro età ed estrazione sociale, la ragione della loro attrazione verso di lei, una cinese poco più che bambina, oggetto ideale di desiderio e di dominio. "Ero terrorizzata all'idea di pubblicarlo così com'era, in fo1ma di diario", mi dice Evelyn durante una conversazione svoltasi a Milano a fine 1996. "Nel 1988, quando mi hanno proposto di darlo alle stampe, avevo già pubblicato un volume di racconti brevi, Fresh Girls, e varie poesie. Temevo che avrebbe nuociuto alla mia immagine di scrittrice, che mi avrebbe fatta diventare un caso, inchiodandomi al ruolo di fenomeno sociale. Non volevo espormi. Non mi è stato facile arrivare a un accordo con il mio editore: lui ci teneva al diario/documento e io, per vendicarmi, pretendevo che lo pubblicasse così com'era, novecento pagine con alcune ripetizioni e molti dettagli durissimi - e certamente sgradevoli per gli uomini di mezza età - sulla prostituzione. La mediazione? Un buon lavoro di editing, che mi lasciasse completamente fuori: io non ero in grado di tornare su quelle mie pagine". Né Lau è contenta che sia proprio il suo diario a farla scoprire ai lettori italiani. "Avrei preferito che mi si conoscesse attraverso la mia fiction. Non voglio essere guardata come uno strano animale esotico, un po' ripugnante e un po' attraente. Non voglio titillare le fantasie di nessuno. Ho paura, paura che I 'incredibile tensione presente in questo mio diario possa farlo leggere non come testo letterario, come opera di scrittura, ma come curiosità sociale. Sono più orgogliosa degli altri miei libri". Eppure, chiunque legga questo inquietante e prezioso diario privato non potrà fare a meno di notare che, proprio grazie alla scrittura e alla riflessione sull'atto e il senso dello scrivere, Lau compie una duplice e straordinaria operazione. Da un lato riesce a mettere tra sé e sé la distanza critica e oggettivante del- ! 'autoanalisi, del guardarsi allo stesso tempo da dentro e da fuori, trovando "le parole per dire" e dirsi: un atto di lucidità e di coscienza. Dall'altro, questo suo diario/verbale, che registra imparziale e spietato fatti e sentimenti, è un vero ordigno letterario o saggistico. Ben più micidiale dei bamboleggiamenti cannibali di tanta nostra giovane narrativa, ben più convincente e documentato delle tante petulanti letture sociologico-psichiatriche che vivono opportunisticamente - la Tortona dei sassi e la Bruxelles dell'infanzia violata insegnano - alle spalle della cronaca e del mondo dei bambini e dei giovani. "Credo che la mia forza stia nell'osservare ciò che mi accade intorno", affe1ma Lau. "Ho scarsa capacità d'invenzione, ma so dare struttura narrativa e voce alle cose. Per me sarebbe impossibile scrivere libri di genere. Non mi piace neanche più leggerli. Sono interessata a scrivere qualcosa che resti, che sia emotivamente interessante, che non sia una scappatoia o un diversivo dalla vita reale. Qualcosa che costringa la gente a pensare alla propria vita, alle proprie relazioni. I miei personaggi femminili, per esempio, non sono mai molto gradevoli, perché sono reali, vale a dire che hanno desideri veri, comuni." Ecco perché, spulciando tra i modelli o gli amori letterari di questa scrittrice divisa tra la sua anima/tradizione cinese e la modernità ibridata di quel cancello sull'Oriente che è la canadese città di Vancouver, salta fuori il nome di Jean Rhys. "È così interessante", dice Evelyn. "Non tanto per il suo stile, che continuo a considerare artificioso e disuguale, ma per le emozioni e i sentimenti di cui scrive. Nel suo lavoro la vena dell'umiliazione, il divorzio da sé come effetto di un irrimarginabile trauma originario, è molto forte e io mi ci identifico sino in fondo." A chi decidesse di entrare nel diario/mondo di Evelyn Lau, consiglio di tenere in mente una frase chiave del suo bel libro: "Sono troppo sensibile per vivere, ma come potrei scrivere se non fossi così sensibile". li corto circuito, immediato, giusto, doveroso, non sarà con / ragazzi dello zoo di Berlino strillati sulla copertina dell'edizione italiana del libro, bensì con l'opera di autrici come Sylvia Plath, Anne Sexton, Janet Frame e con i punti più alti della riflessione teorica delle donne sul nodo vita/scrittura. Non a caso Lau conclude il nostro incontro dicendo: "È da allora, da quando sono scappata di casa, che non vedo i miei genitori. Nonostante il successo, nonostante in Canada io sia considerata un'autrice arrivata. In me c'è un forte senso di colpa e di rabbia, un sacco di dolore, perché tuttora mio padre e mia madre non mi prendono sul serio come scrittrice. Mentre per me la scrittura è stata la realizzazione più grande, per loro è un segno di disfunzionalità: preferirebbero vedermi commessa in un drugstore".
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