DIARI DI BAMBINEVEREE INVENTATE WOMACK ELAU,STORIEDIORRORI QUOTIDIANI MariaNadotti "La mamma dice che la mia è una mente notturna." Così si apre il diario di Lola Hait, una dodicenne newyorkese, bianca, ebrea e middle class, a cui per il compleanno i genitori hanno regalato "una camera nuova": letto, lampada, scrivania, sedia, maglioni, scarpe e un dizionario. Tutto nuovo fiammante come a marcarne il passaggio all'adolescenza, l'uscita da u~'infanzia stordita di bambole e spazi condivisi. Il dono più gradito è però un "nuovo diario", che le viene consegnato perché "così potrai", sono parole della madre, "ricordarti di come è bella la vita anche quando non ti sembrerà più che lo sia". Non siamo neppure alla terza pagina del romanzo Atti casuali di violenza insensata del nordamericano Jack Womack (tr. it. Grazia Gatti, Feltrinelli, Milano 1996, pp. 235, Lire 30.000) e l'idillio domestico della "famiglia americana ideale" è già incrinato, minacciato o insidiato da un'ansia sotterranea, da una percezione precisa di precarietà e pericolo. I beni, i doni, l'ingorgarsi di commodities che piovono addosso d'un tratto, tappa iniziatica di un presunto e codificato percorso di crescita, sono segnale perturbante di dissestamento, finzione, parodia di una maturità che dovrà farsi conquistare altrove e altrimenti. Siamo nel cuore ricco di Manhattan, nell'Upper East Side esclusivo e conformista racchiuso, da Est a Ovest, tra Terza e Quinta avenue e, da Sud a Nord, tra la Sessantesima e l'Ottantaseiesima. Una zona affluente e anonima, guardata a vista da poliziotti e custodi armati, razzialmente poco integrata, tutta scuole private e giardinetti per bambini di pelle bianca. In un appartamento arioso e tappezzato di libri e cultura liberal Womack colloca la teenager Lola, una Lo che con la sua nabokoviana omonima ha in comune soltanto un destino di precoce perdita d'innocenza. A Est, dall'altra pa1te del fiume, e ~ ~ord, ~erso Harlem e Hispanic Harlem, risplendono lugubri I fuochi della guerra tra esercito e bande metropolitane che ha incendiato le grandi città nordamericane. Il cielo ventoso dell'isola è scheggiato dal rumore di tuono dei colpi d'arma da fuoco e di mortaio. Accerchiata dai suoi suburbi miserabili e dalle sue derelitte periferie multietniche, atterrita dalla minaccia incombente sulle proprie non solo economiche sicurezze, la Manhattan bianca ed egoista della middle class acculturata è in stato d'assedio e di paranoia. L'incubo che da decenni infiltra il sogno americano è diventato realtà: degrado urbano, violenza, disoccupazione e inflazione hanno ridotto all'isteria e talora alla fame il ceto medio che, prigioniero della propria memoria e "distinzione" di classe, soccombe, impazzisce, cede di fronte alla perdita di status e privilegi. Gli "altri", poveri, senza tetto, colorati, pazzi e diversi, quelli a cui "interessa la capacità di sopravvivere", si sono armati e combattono nelle strade. Soli, in bande, in masse furibonde e impotenti forse destinate allo sterminio. Il romanzo è del 1993 e l'umore che lo attraversa è, fuori di metafora, quello dei riots razziali del 1992. Quando, dopo l'ingiusto verdetto che manda assolti i quattro poliziotti bianchi r~sponsabili di aver massacrato il nero Rodney King sotto la videocamera indiscreta di un cittadino qualunque, i ghetti neri d'America esplodono in una guerriglia urbana diffusa e ambigua. Quasi che, dimenticato l'input iniziale e accantonata l'indignazione per quella sentenza platealmente ingiusta, l'insurrezione si sia data obiettivi più sfuggenti e meno nobili. Confinati nel perimetro dei ghetti e nelle zone interetniche a essi limitrofe, gli scontri diventano postmo- ~erne ~ consumistiche esplosioni compensatorie. Nel quartiere d1Watts, a Los Angeles, neri e coreani si sparano per un televisore, un impianto stereo, un paio di Reebok: i primi per impadronirsi di beni a loro normalmente inaccessibili; i secondi per difendere coi denti una proprietà privata che sa ancora di emigrazione e sudore. L'hanno spacciata per guerra tra gruppi razziali, ma Womack, nel visionario e indigesto diario della bambina Lo, mette in chiaro le cose in forma di durissimo apologo. La perdita di privilegio sociale e economico, l'impoverimento delle classi medie, non coincide oggi, negli Stati Uniti, né con un apprendistato alla sopravvivenza né con l'ascesa di nuovi soggetti sociali. Nelle strade di fuoco di un'America dove i presidenti vengono abbattuti al ritmo di tre ali' anno, una bambina borghese allevata ai manierismi linguistici e ai vezzi comportamentali di una famiglia iperprotettiva e di una scuola privata rigorosamente femminile e bianca deve, nel corso di pochi mesi, reinventarsi la vita, liberarsi dei pregiudizi con cui è cresciuta, cambiare lingua. Lo straordinario tirocinio di Lo si accompagna al trasferimento "forzato e temporaneo" della sua famiglia (padre e madre - lui sceneggiatore televisivo, lei docente di letteratura contemporanea alla New York Universityhanno perso il posto e non riescono a riciclarsi decentemente sul mercato del lavoro) dall'Upper East Side ai bordi di Harlem. Mentre, a uno a uno, il padre, la sorellina, la madre escono di scena, vinti dal mestiere di vivere "fuori riserva", Lola si fa i muscoli inventandosi un linguaggio mimetico, mescolandosi a una gang di ragazzine di pelle scura e accento esotico (Santo Domingo, Barbados, AfricaAmerica), ibridandosi. Soprattutto, scoprendo la carica di violenza e la voglia di sangue che ha dentro di sé, la sua indisponibilità a essere come il suo gruppo di provenienza l'aveva programmata: garbata, dolce, arrendevole, "femminile", disposta a tutto pur di piacere e compiacere. La lezione del ghetto e del "gruppo delle pari" è chiara: inutile giocarsela da "maschio" ("poi finisce che diventi quello che vogliono loro"), ma ancor peggio giocarsela da "femmina" (i ragazzi "si annoiano in fretta perché sono sclerati. Una volta ti vogliono mamma, poi sorella e un'altra volta cuore e amore. Se vuoi giocare coi ragazzi devi sapere chi sei prima che te lo dicono loro". Si tratta dunque di muoversi senza reti di protezione e senza modelli, fuori dai ruoli. Ed è così che la formidabile Lola di Jack Womack, con il suo linguaggio sempre più gergale e iperbolico (ottima la spericolata traduzione di Grazia Gatti), con i suoi vagabondaggi "in solitaria" al termine della notte sordida e apocalittica di una New York fognaria e infernale, entra di diritto nella galleria dei personaggi/simbolo (cinematografici più che letterari) consegnatici in questi anni dal nuovo "realismo visionario" nordamericano.
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