Linea d'ombra - anno XV - n. 122 - febbraio 1997

tremendo potere di condizionamento subliminare, ove l'ingestione delle loro carni sia associata ali' immagine televisiva del prodotto (''Uno struzzo, niente più che faccia di struzzo, a pieno video se non uno struzzo, la frazione d'un secondo quasi impercettibilmente: struzzo gracchiante suo 'bipbip' subsonico (da associarsi dunque all'indicazione di voto), da acchiapparti dal vestibolo della cervella, e farti fare (dico: votare) proprio come dice lui"). Zombificazione collettiva e dominazione-di-mondo seguiranno rapidamente; per chi non avesse colto il rinvio - altro che divertissement postmoderno! - si specifica: "Un trucchetto così, pure più concreto, fu sperimentato dal Pitone, nel p"rimo tempo della quarta repubblica, quando liquidò i propri debiti immani: (nella fase a) con l'intestazione fittizia di quote a prestanome, tutti sesti-settimi livelli dell 'Azienda; (nella fase b) attribuendo ai dipendenti, assieme al panettone di Natale, quote della Società già in bancarotta; e tutto un crack, grappolare di collassi familiari, suicidi ecc. e senzatetto, a giro tondo tomo ai punti vendita & studi di tivvì de la veridica catena, perimetrando inquieti". L'indagine di Nunzia? "nulla più d'un diversivo, plateale, destinato a distogliere dai nostri piani l'attenzione del servizio di sicurezza". E dopo queste parole Seedown si avvicina e con un coltellino svizzero svita il cranio dell'Orfica: un cyborg telecomandato, i cui ricordi di creme al maraschino videopornazzi e ipersolitudine non sono altro che un'installazione: come in tanti plot di Philip Dick (in particolare, come in una delle sue più straordinarie short stories, Impostore, del 1953). Ma questo è solo uno degli almeno sette finali alternativi di cui è dotato Crema Acida. In una girandola finale di paradossale effetto straniante si riallacciano così alcuni dei mille fili che dall'ordito dell'intreccio pendevano strappucchiati. Fili, al solito, tanto high (e allora, in uno dei finali, Orfica si rivela essere - come si poteva sospettare fin dal principio - emblema orfico, e la sua quest riscrittura della catabasi ipogea, del potere della poesia sulla memoria, dell'inevitabile scacco della poesia di fronte alla realtà) che low (von Star-Liebe sarebbe allora una sorta di creatura Ctulhu sospirante nel buio, e Nunzia emissione ectoplastica, "agente di superficie" del cuore di tenebra che si trova nel centro della terra). E insomma, la trama, questa benedetta trama di cui tanto si vuole il ritorno, si rivela essere per quello che è (almeno, nella narrativa grande): un disegno anamorfico, una jamesiana figura nel tappeto, della quale non puoi mai dire il senso (un senso), pena disfare e irreparabilmente rovinare il gomitolo dei possibili alternativi, il grande gnòmmero dei mille lati del mondo: che tutti, parrebbe, fanno capoccella. La finale moltiplicazione degli enti narrativi fa esplodere la precedente costruzione del1'intreccio, certo; ma - anche - la invera: la fa specchio, pur se deformante paradossalmente fedele, del reale: "Se in un testo ci sono poche idee," viene spiegato a un certo punto a Nunzia, "questo testo produce una concentrazione e distinzione che è caratteristica degli individui; ma se ce ne sono molte, esso produce un caos che è caratteristico della moltitudine: l'entropia che formicola sulla pelle del mondo, o ciò che pensiamo come Natura[ ...] È per questo che i luoghi del consumo sono luoghi eterogenei: localizzabili e mentali, in essi vige una scansione multipla del tempo, fra l'ansia e l'accidia, la frenesia e la stasi; e si rappresenta in essi la società, integrabile come crisi, coazione a ripetere, o addirittura, statica devianza". Il grande gnòmmero, la gran macchina delle trame e dei complotti, è però oggi, soprattutto, il megapalinsesto della tivvù universale; e il finale forse più attendibile è quello in cui tutta la storia di Nunzia altro non è che il tiro più maligno di quell'impenitente trickster di "Gasparo", e tutta la crema acida pervasiva di questa prosa, nutrientissima seppur così orribilmente adulterata (e forse dagli effetti a sua volta subliminali e zombigeni), come dice il finalissimo, è "Iper Tropismo di Bulbo che c'invera, che t'invera, Gasparo - panico allora in Pelle: & in Ossa - l'artiglio avresti teso sulla fluida acida infine Sfera, in fronte cava, infine occhiuta viva Crema fattasi Cristallo:" il Cristallo, attraverso il quale possiamo credere di vedere, di vederci - per speculum in aenigmate -, altro non è che lo schermo convesso (quello stesso che figurava ali' incipit: "Una superficie opaca. - Crespa, opaca. - Opàle convessa ove si suscitano deformazioni di ricordi") dell'occhiuto, implacabile dominatore domestico. Del resto, è prossima la campagna pubblicitaria che lancerà - davvero - la carne di struzzo. UNA LEZIONE DI GIORNALISMO Alberto Saibene Appesantito da due prefazioni dell'autore torna in libreria il classico del meridionalismo Baroni e contadini di Giovanni Russo (Baldini e Castoldi, Lit. 12.000). Russo, salernitano, classe 1925, raccolse i reportage scritti per "Il Mondo" di Mario Pannunzio tra il 1949 e il 1955 in un volume uscito in origine nella collana laterziana Libri del Tempo. Il libro, premiato all'apparire con il Premio Viareggio "Opera prima", ha acquistato cogli anni valore di documento storico. Colpisce soprattutto il lettore di oggi la descrizione di un Meridione colto un momento prima della modernizzazione e quindi ancora legato a modi e costumi di vita antichissimi. Molte le pagine felici sui contadini calabresi o lucani, sui pescatori di Terracina, sulla noia della vita di provincia a Salerno, sui rapporti di classe non mediati, come il titolo suggerisce, da una borghesia inesistente al di fuori delle città. È una società in movimento quella colta da Russo perché la legge agraria del 1950 mette in crisi la struttura feudale che ancora caratterizzava la più parte del CentroSud. Gli effetti della legge agraria, di per sé un capitolo importante nella storia del dopoguerra, furono vanificati nelle campagne meridionali dall'imponente flusso migratorio e da una urbanizzazione caotica. Le cronache di quegli anni rimangono fresche e interessanti anche per la distanza che l'autore pone tra sé e l'oggetto delle proprie descrizioni (compiendo una scelta diversa da Comisso che proprio sulle colonne del "Mondo" raggiunge risultati pieni descrivendo il Sud con appassionata partecipazione). È un giornalismo che mescola la lezione anglosassone (almeno nel senso che si dà in Italia alla tradizione albertiniana) all'abilità di un giovane meridionale nel dare la parola ed entrare in confidenza con i conterranei delle più diverse classi sociali.

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