Linea d'ombra - anno XV - n. 122 - febbraio 1997

42 VEDEREL, EGGERE, OLT~I I i 1 , _ esordi, una condensazione superlativa; il sovraccarico stilistico è stordente, ubriacante, fino alla saturazione della pagina in tutti i suoi possibili ordini; le lasse prosastiche recano un impulso ritmico spasmodico, incessante; spesso si spianano in autosufficienti orditi di finissima materia lirica; ancora più spesso, al contrario, si inseguono freneticamente l'un l'altra, punteggiate da un elaboratissimo lavoro di montaggio. Ma non è questo il punto. Queste sono le qualità dell 'Ottonieri poeta, o prosatore ritmico, che non aveva certo bisogno di esercitarsi in ulteriori prove di bravura; la specificità di questo testo consiste, come si accennava in precedenza, nella sua qualità narrativa. C'è in questo testo una straordinaria ricerca proprio sul piano della trama, dell'intreccio, o meglio - dato l'orizzonte tematico di Crema Acida - dell'impasto narrativo. Chi leggesse l'involuta, spinosa endofasia di un testo come Coniugativo e subito dopo accedesse al labirintico plot di Crema Acida (un consiglio ai naviganti: valetevi senza ritegno del "diario di bordo" consistente nel sommario finale, che consente di seguire il plot anche nel bel mezzo delle più deliranti esplosioni linguistiche ottonieresche), pur riconoscendo la comune dovizia di strumentazione stilistica, penserebbe a due autori diversi. Se ci si chiede allora che cosa sia avvenuto in questi ultimi anni a Ottonieri, mi sembra evidente che a nutrire la sua prosa sia sopravvenuta soprattutto la lezione di certo postmodernismo d'oltreoceano (il modello più caro a Ottonieri va identificato allora nel Pynchon di L'incanto del lotto 43), un postmodernismo che, differentemente da quanto è stato da più parti predicato, non rinuncia assolutamente alla carica di resistenziale aggressività necessaria per stare al mondo oggi. Anzi, quello che Romano' Luperini definì qualche tempo fa - con formula che per molti continuerà a essere niente più che un paradosso - postmodernismo critico (ma che si potrebbe anche definire, a scanso di postequivoci, "neomanierismo") appare singolarmente strumentato ali 'attuale bisogna: intanto per la sua sospettosità, per l'astratta fascinazione da intrigo, da complotto che accomuna i suoi migliori prodotti; e poi, per la maniera in cui a essere posto sulla pagina in piena luce, in piena, scandalosa ostensione, è precisamente il mondo delle merci, degli oggetti di consumo, dei feticci: macro e microsociali. Come scrive Ottonieri nel suo risvolto di copertina, "per una volta ancora si erge dalla foresta dei simboli la decomposta allegoria di corpo & merce [allegoria delle allegorie]": con ciò consegnando il suo testo a una dimensione allegorica di madornale denuncia - si badi, per esclusiva forza di scrittura - dell 'infingimento, della violenza, dell'inganno dell' ipercapitalistica società contemporanea. E lo fa, alla sua maniera, piegando in questa dimensione un testo esemplare, una merce delle più pregiate, il Baudelaire delle Correspondances. Quello stesso Baudelaire che un non dimenticato saggio di Giorgio Agamben, vent'anni fa, indicava come primo e più formidabile interprete del moderno, proprio per l'ostensione in letteratura del mondo delle merci (non a caso il componimento chiave delle Fleurs du mal è fatto oggetto di una limpidissima, straniante riscrittura nel bel mezzo di Crema Acida). Proprio questa, a ben vedere, è la più autentica specificità, la più spiccata idiomaticità dell 'Ottonieri narratore: la straordinaria libertà con la quale vengono fatti reagire tra loro, con un Passagen-Werk che non smette, materiali "alti" e "bassi": Campana e Paperino, Dick e Divine, Moana e Rimbaud, il Paglia passato in riviera e Dante passato per la palus putredinis, Carver e Will Coyote, Ballard e Ferrara (Abel), E. Allan Poe e Aldo Nove, l'alchimia medievale e quella lisergica, Biade Runner e Brazil, Lovecraft e Antonioni, futuristica "ossessione lirica della materia" e pippobaudesca ossessione quizzarola, Gadda e i Sette Nani, Lauzi (Bruno) e Leary (Timothy): tutti frullati centrifugati emulsionati ed espulsi con grande violenza da una formidabile macchina celibe. Anche i materiali di scrittura ottoniereschi, quelli alti come quelli bassi, appaiono allora come disposti sulle scansie di un enorme supermercato, o del grande mercato gaddesco di piazza Vittorio: il grande blob della cultura occidentale (per cui, volendo, il libro di Ottonieri può essere assunto, pure, come desublimante controveleno del Western Canon bloomiano imperversante). E proprio un inferno o purgatorio delle merci, assolutamente non a caso, è infatti il set di Crema Acida: del "nitore diurno delle merci", della superficie smaltata delle disorientanti architetture macrocommerciali, degli inscalfibili, perlucidi packaging, Ottonieri ci offre il risvolto oscuro, il reticolo sottocutaneo e la macchia; e mette in scena, in una Notte interminabile, il rimosso, la cattiva coscienza dell'Occidente triumphans: la cronenberghiana "notte del disgelo delle carni". Entro una cornice di frenetico zapping televisivo (al quale presiede "Gasparo" - misterioso, persecutorio eternauta - metà Peter Pan metà Enrico Ghezzi), il suono del telefono sveglia Nunzia Orfica Di Vaj'n - una patetica cicciona pornodipendente, percyadlonana creatura vittima di una lenta ma inesorabile Chernobyl alimentare - dal suo permanente dormiveglia incubico. Improbabile investigatrice aziendale (cioè "libera operatrice in marketing"), viene incaricata dal suo boss P.O. Seedown, generai manager della supercooperativa alimentare BornToShop Comp., di scoprire come la rivalissima GoodBuy Coop. possa permettersi, proprio a ridosso del Thanksgiving Day, un devastante dumping su polli, tacchini e struzzi: che pare in grado di arrogarle "la leadership dei pollami; e non solo". In tre giornate di indagini, Nunzia non riesce a capire molto dell'oscura vicenda. In realtà non è lei a condurre le indagini: sono le indagini che la "conducono", in graduale discesa - di botola in botola - da un magazzino di stoccaggio (nel quale viene rapita e messa nel sacco, parodica Gilda, da una banda di sette piccoli Rigoletti incappucciati) a un orripilante laboratorio genetico-merceologico (dominato da un'indimenticabile figura di "scienziato pazzo", K.N. Horrus Pocus Von Star-Liebe, ingegnere genetico residuato di Auschwitz: ma piuttosto orrida Creatura di Frankenstein da B-movie zona Ed Wood, poi imprevedibilmente semiFaust da operetta), da un set televisivo improvvisato in un supermercato (nel quale una consumatrice viene eletta vittima del tremendo "gioco dei cinque minuti di spesa") a una "stanza dei monitoraggi": fino alle viscere stesse del mondo-mercato. Qui una straniante coreografia acquatica (dominata dall'ologramma-feticcio di Esther Williams) fa da cornice alla rivelazione finale: proprio la megacompagnia dalla quale Nunzia dipende, la BornToShop, è divenuta in realtà, in virtù di oscure nequizie borsistiche, proprietaria della sua rivale GoodBuy, e ha così deciso di sfruttare la sua situazione di oggettivo monopolio per arrivare ali '"omogeneità della razza alimentare" distribuendo a prezzi stracciati pollami gonfiati da uno speciale alimento di sintesi creato nel laboratorio di von Star-Liebe, e che in virtù di un additivo segreto, il "Mitico Sapore Horr", hanno in realtà un

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