che tutte le affiliazioni religiose e morali garantite dalla storia o dalla tradizione si sono sfilacciate, sono diventate ipocrite, oltraggiose, false. Non esiste qualcosa come una società cristiana: "in Germania ci saranno ben presto molti cattolici che coi loro fratelli e sorelle di fede avranno in comune soltanto la fede". Solo la fede, vale a dire nulla. "Caro signor M., davanti al reverendo U. lei può esprimere tranquillamente qualche dubbio sull'assunzione di Maria in cielo ... Ma se mai le venisse in mente di esternare un dubbio sul dogma (non definito) dell'infallibilità della Cdu, vedrà il reverendo U. diventare sgarbato, nervoso e tutt'altro che sottile." "Di chi non ha educazione ci si fida di più." (p. 212) La decisione di dedicarsi senza riserve soltanto ai poveri e agli analfabeti era per Don Milani sia una scelta morale sia un partito preso. In un quaderno di appunti (pubblicato da Pecorini), annotò a margine questa frase: el nino que non estudia. Qualche anno dopo Elsa Morante avrebbe dedicato La storia a "el analfabeta a quien escribo". Voleva usare le parole "come se fosse per la prima volta nella storia" (p. 138) e aggiungeva, credo con orgoglio: "io passo gran parte della mie giornate a far chiacchiere con gli analfabeti" (p. 139). La cosa che lo feriva di più era probabilmente la disuguaglianza, "l'abisso di differenza che c'è ora tra analfabeti e colti" (p. 215). Era un borghese ma ha scritto pagine terribili contro i borghesi e figli dei borghesi. Da Barbiana, "seppellita nel danno dell'isolamento" (p. 190), vedeva il mondo a tinte troppo nette, secondo divisioni antropologiche, steccati culturali, squilibri morali troppo rigidi. L'esperienza l'aveva portato dalla parte degli analfabeti. Ma in molti casi queste circostanze si trasformavano in espressioni ultra-categoriche e alimentavano inconsapevolmente il mito di "una cultura proletaria", di un '(immaginaria) estraneità radicale alla società. Odiava i filistei - e faceva bene - ma gli accadeva a volte di generalizzare, a perdeva di vista le differenze, la complessità, la ricchezza del mondo esterno e della società. Qualche anno prima, parroco a San Donato, aveva scritto pagine tremende contro "la ricreazione" (vedi ora La ricreazione, edizioni e/o 1995). Condannava tutto: il tifo per una squadra di calcio, le partite a pallone, i "veleni" del bar parrocchiale, il ping pong, il biliardo, il "cine americano", il Giro d'Italia. Il suo oltranzismo era ambivalente. In sintonia con molte delle correnti più avanzate del pensiero moderno, aveva intuito prima di molti altri la potenziale decisività politica e morale del tema del tempo libero e i suoi paradossi. Ma forse rispondeva a questa rivoluzione in modo eccessivamente difensivo. Con una chiusura ostinata, senza margini, senza sfumature. Non era ideologico neanche in questo, ma si sentiva inerme e inadeguato. Non poteva invertire il corso delle cose e, a differenza di altri, se ne rendeva conto. In La ricreazione c'è un passo chiave sulla radio e la televisione dove forse si esprime nel modo più chiaro la natura sofferta e irrisolta di questo atteggiamento di pura chiusura. "Un cine, una radio, un televisore in casa a un prete è una finestra sul mondo, un fortilizio avanzato del mondo in pieno santuario. Aprirgli la porta significa accettare il tono della società in cui viviamo, rinunciare a dare noi il tono al mondo". Non penso che i preti debbano dare "il tono al mondo." Ma non importa: da San Donato, da Barbiana, non avrebbe potuto farlo comunque. Era isolato; lo avevano isolato. La rinuncia vera è a conti fatti in quella "finestra sul mondo" che si chiude, ed è triste che una persona tanto curiosa e tanto appassionata si sentisse costretta, nella sua impotenza, a teorizzare il ritiro blindato nel "santuario" come unica risposta possibile ai cambiamenti del mondo, alle trasformazioni della società. Nonostante queste durezze la sua lezione resta fondamentale. li tipo di scuola che aveva in mente, la scuola che faceva, la sua esperienza pedagogica sono ancora un modello prezioso. Nel mondo oggi esistono anche altre "Barbiane". Nelle zone povere del pianeta, nelle situazioni di frontiera, ovunque la "cultura" è ancora una risorsa scarsa, deliberatamente preclusa ai poveri e alle masse, l'esempio di Don Milani è decisivo. La "pedagogia degli oppressi" gli deve molto. Ma poi non credo che questo modello valga soltanto per i "Sud" del mondo. Il centro, il nodo più autentico della sua problematica pedagogica presuppone la nostra società, i nostri modelli di socializzazione. La sua idea di scuola era molto dinamica. Per Milani il rapporto, il legame complesso tra le generazioni rappresentava il nodo "politico" più delicato e più importante di tutti; il passaggio cruciale dentro cui si preparano le immagini nuove della società: l'unico posto, fuori dall'utopia, dove possiamo davvero pensare il futuro. Don Milani amava i confronti, i paragoni. Dopo una (disastrosa) "gita di classe" in Vaticano scrisse a Monsignor Capovilla una pagina straordinaria, in cui opponeva due "santuari" lontanissimi: gli sfarzi osceni della corte di piazza San Pietro, la povertà assoluta di Barbiana. Uno dei momenti più belli della Lettera ai giudici esplicita un'altro confronto davvero essenziale "La scuola - scriveva - è diversa dall'aula del tribunale". Per i magistrati - per il sistema - esistono solo leggi già fatte, regole fisse, strutture immobili nel tempo. "La scuola invece siede fra il passato e ilfuturo e deve averli presenti entrambi." Tra passato e futuro: per questo fare scuola è un'"arte delicata", tanto difficile, paradossale. "È l'arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità ... dall'altro la volontà di leggi migliori, cioè il senso politico." (Lettera ai giudici, Stampa alternativa, 1994, p. 28) Diffidare dei processi di socializzazione indotti; educare ad amare la legge senza conformismo; crescere dei ragazzi "diversi". Più o meno negli stessi anni, in circostanze del tutto diverse, Paul Goodman aveva messo in guardia dai medesimi rischi: dalla stessa tendenza a identificare l'educazione con un processo meccanico di "adattamento" ai valori e ai tempi della Società; dal pericolo micidiale di trasformare tanti "bambini intelligenti e vivaci" in "bipedi inutili e cinici, o in giovani per bene chiusi in trappola o precocemente rinunciatari, sia dentro che fuori il sistema organizzato". Erano i primi anni Sessanta; quei bambini eravamo noi. Ma in fondo vale anche per i bambini di oggi e di domani. Ed è forse per questo che la prima figura di Don Milani ci riguarda ancora, nonostante tutto.
RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==