Linea d'ombra - anno XV - n. 122 - febbraio 1997

chiude, severa, la Zarri, "che persone con una simile conformazione mentale e morale abbiano ancora una tonaca sopra le spalle. Forse dovremmo augurarci che si decidano a buttarla alle ortiche". Ma il tempo passa; tutto si attenua, tutto si ammorbidisce. Luglio 1992: almeno in parte, la Zarri ha cambiato idea: "In questo momento in cui la accuse più partigiane vengono gettate sulla sua memoria, Don Milani va difeso, l'anticonformismo della sua opera ampiamente riconosciuto". Resta, però, una riserva essenziale. Come Baget, ma da sinistra, la Zarri ritorna sul tema - decisivo - della religione e del potere. "Diverso ... sarebbe il discorso sul piano ecclesiale, dove... non operò grandi rotture." Don Milani è "uno dei casi non frequenti in cui contestazione politica e contestazione religiosa non andarono di pari passo". Don Milani si autodefiniva "mezzo ebreo, mezzo signore, mezzo prete, mezzo di sinistra", e certamente era uno strano sacerdote e un uomo strano, una personalità difficile e complessa. A scuola, non parlava di Dio; non voleva farlo. Sognava, faceva, una "scuola assolutamente aconfessionale" e predicava, da maestro, "un'assoluta indifferenza per i dogmi". Di fatto era contro l 'establishment, contro la curia, contro la gerarchia, ma era molto orgoglioso di essere un prete e non si ribellava apertamente al vescovo. Voleva dare una lezione di "ribellione obbedientissima". Viveva nel suo tempo, ma a modo suo.Nell'Italia melensa del Cantagiro, di Rischiatutto e dei democristiani (della pacificazione forzata tra le classi, dei consumi obbligati, dei compromessi ipocriti, degli intrighi e dei riti di "palazzo") non si trovava bene, non ci sapeva stare. Scriveva che "non bisogna essere interclassisti ma schierati". Non era un teologo della liberazione. Non faceva politica, ma era consapevole di quante volte la chiesa si fosse compromessa col potere e si fosse sporcata le mani (e la coscienza). Della Chiesa, della sua "ditta" (come la chiamava), non tollerava l'opportunismo, il sonnambulismo politico e morale, il cinismo: e nel dormiveglia che abbiamo fornicato col liberalismo di De Gasperi, coi congressi eucaristici di Franco". L'avevano esiliato a Barbiana, fuori dal tempo, lontano dal mondo (e dal Vaticano): quattro case di contadini, senza gas, senza elettricità. Era il "capo di Barbiana", non lo negava. "Ho quarantadue anni" scriveva ai Giudici, nel 1965 "e sono parroco di quarantadue anime". Non era un perdente (anche se ha perso). Che cosa dava e che cosa dà ancora tanto fastidio in questa figure? Le esperienze pedagogiche e pastorali di Barbiana e di San Donato, la polemica sull'obiezione di coscienza, la stessa Lettera a una professoressa forse non spiegano da sole tanto livore. La verità, mi sembra, è più complicata. Al di là delle polemiche e delle accuse gratuite, delle circostanze contingenti e dei banali casi della Storia, è probabile che nella vicenda di questo prete e di questo maestro ci sia una specificità pratica e morale difficilmente assimilabile alla nostra cultura, alle modalità spontanee con cui da destra o da sinistra santifichiamo (o critichiamo) il mondo. Che cosa faceva, Don Milani, cosa voleva fare? Padre Balducci ha osservato che "lo spazio in cui si muoveva non era né quello della teologia né quello della politica" ma una terra di nessuno, un territorio o una "trincea morale" a metà strada "fra l'ordine vigente e gli organismi politici che si propongono di mutarlo". Mi sembra molto giusto. Quando Adriana Zarri rimprovera a Don Milani di non aver saldato insieme "contestazione politica e contestazione religiosa" probabilmente non ha tutti i torti. Gli intellettuali vedono il mondo con gli occhiali dell'ideologia, ma gli occhiali dell'ideologia in questo caso non servono a niente. Parroco a San Donato, Milani aveva intitolato Esperienze pastorali il suo primo libro. "Esperienza" è anche la parola chiave di tutta la sua vicenda morale e esistenziale. Quasi tutte le cose che Don Milani ha scritto e fatto non vanno separate da questo carattere "singolare", dalla fisionomia e dai tratti particolari di situazioni specifiche, parziali, legate sempre a un luogo e a un tempo e a delle circostanze. L'impegno di Don Milani era strettamente pragmatico, molto concreto, molto limitato. Per lui, Barbiana non era un'utopia o un "modello", ma un'esperienza obbligata e inesportabile. "La grandezza di una vita" scrisse di sé "non si misura dalla grandezza del luogo in cui si è svolta, ma da tutt'altre cose". Ma il luogo conta e circoscrive tutto. Insegnare ai figli analfabeti dei contadini o degli operai. Per tutta la sua vita da prete, Don Milani non ha fatto altro. Forse proprio questa capacità di impegnare in modo assoluto tutte le proprie energie morali, fisiche, intellettuali in un compito pedagogico tanto limitato lo rende così profondamente estraneo alla nostra cultura. "La nostra tradizione" ha scritto SiIone, "esige che il prete sia un benpensante, un uomo d'ordine". Milani non era un benpensante. Ma non era neppure un rivoluzionario, un protocristiano per il socialismo, un frate sandinista eccetera. Non era un teologo, non era un politico. Agli occhi di molta intellighenzia progressista (laica e cattolica), il suo limite principale sta nella straordinaria ostinazione con cui questo "mezzÒ prete" ha continuato sempre a restare in uno spazio pre-politico, in una posizione di radicalismo pragmatico, senza ideologia, davvero lontanissima dalla tradizione cattolica e dalla cultura di sinistra del nostro paese. Eppure, non credo che Don Milani fosse completamente solo. In quegli stessi anni, Heinrich Boli (un altro cattolico molto particolare) scrisse un testo che tocca in modo singolare quasi tutti i nodi concettuali che interessarono il priore di Barbiana: i compromessi tra la chiesa e il potere, la critica dell 'obbedienza ("penso che un cattolico tedesco non si rifiuti mai di obbedire a un ordine"), i "cappellani militari", la centralità di una dimensione autenticamente pedagogica, l'insufficienza del vecchio "gioco tra destra e sinistra", la soffocante invadenza della politica e dei suoi ricatti. Le coincidenza sono impressionanti. Nella Lettera a un giovane cattolico ( 1958) la dimensione di un impegno esclusivamente pragmatico e morale scelto da Don Milani viene confermata da Boli con parole diverse ma ugualmente forti e altrettanto lucide e appassionate. "La politica si è fatta dura, la teologia si è fatta molle." "Veniamo costretti a vivere di politica, ed è un nutrimento problematico." Sia in Milani, sia in Boli c'è l'assoluta, amarissima, consapevolezza che tutte le identità collettivo precostituite,

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