Daniele Ciprì e FrancoMoresco. FotoMarino Giardi/Effigie non ci si accorge che questa radicale trasfonnazione ha tolto molti territori, molte fonti che hanno foraggiato il nostro cinema e che urge riconquistarne altri. Chi come me si occupa da tempo di linguaggi delle nuove tecnologie, da anni cerca di dire che essi, in quanto artefici di queste trasformazioni, e non voglio dare giudizi nel bene o nel male, vanno studiati e sperimentati con gli strumenti della poesia e del!' arte. Il cinema se ne potrebbe fare in parte carico, cogliendo proprio con la ricchezza della sua storia artistica e immaginativa, quei segmenti di esperienza che ci facciano usare consapevolmente e utimente quella quota virtuale con cui conviviamo, rinunciando a pensare che occuparsi di nuove tecnologie sia solo miglirare i propri effetti speciali, le proprie capacità illusionistiche. Ma per far questo si dovrebbe ridiscute un altro grande mito che ricorre nella demagogia cinefiliaca e di cui si trova sempre presenza nei convegni, nelle dichiarazioni, nei pensieri degli addetti ai lavori. Cinema: il grande costruttore del1'immaginario collettivo. Morin lo definisce "la macchina-madre, genitrice dell'immaginario e" - aggiunge - "inversamente l'immaginario determinato dalla macchina" e indubbiamente questa sua potenzialità è stata l'arma vincente che ha caratterizzato molta della storia questo secolo. Le "figure" e i "luoghi" del cinema hanno dato forma e hanno soddisfatto i bisogni di immaginario delle persone. Ma oggi, siamo proprio certi che sia ancora questa la macchina più potente? O forse dobbiamo considerare che la capacità istantanea, planetaria, e continuamente presente dei mezzi televisivi e delle reti, e la complicità che con essi ha costruito la grande industria dello spettacolo cinematografico, rappresenti il mezzo più efficiente per passare dai "laboratori mentali", sempre per dirla con Morin, a efficaci "officine di anime, fabbriche TAORMINA ARTE1996/ROSA 37 di personalità". In più con l'inquietudine che alla fine è pur sempre un immaginario prodotto da macchine. Per ridare senso a questo laboratorio mentale che dovrebbe essere il cinema forse occorrerebbe rovesciare il luogo comune di cui parlavamo: passare da quel!' esperienza, poggiata sul/' individuo-autore che genera figure collettive, a un'esperienza corale che genera immaginari soggettivi. Ovvero, passare da un'idea di costruzione di un immaginario "condivisibile" e di un sogno complessivo ad un accurato progetto di attenzione all 'immaginario soggettivo. Occorre, ancora, ridare strumenti di elaborazione, di fantasticazione a ciascuno e in modo differente, sì che ognuno possa generare il proprio sogno e possa coltivare un proprio immaginario, attivamente. Potrebbe essere una formula per affrontare la straordinaria complessità del contemporaneo, verso la quale il cinema appare, nella fase attuale, mezzo poco adeguato. In questo senso credo che tutta la ricerca che stiamo facendo sull'interattività, che non ha nulla a che vedere con il grottesco tentativo di scegliersi un finale o quant'altro (ma che scarsa fantasia nell'applicare le nuove tecnologie!), sia un osservatorio che abbia da dire o sollecitare qualche pensiero anche al cinema, e che nella sua dimensione di piccolo laboratorio antropologico, di osservazione, come dicevo all'inizio, delle reazioni delle persone di fronte a un'opera che coniuga aspetti reali e virtuali, sensazioni fisiche a illusioni sensoriali, storie narrate e storie praticate, possa svolgere un servizio per contribuire a rivitalizzare un'espressione che è cara al nostro patrimonio culturale e che non può essere estinta, nè dall'esaltazione tecnocratica né, per suicidio, dall'integralismo cinefiliaco. Taormina, 28 dicembre 1996
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