Linea d'ombra - anno XV - n. 122 - febbraio 1997

36 TAORMINA ARTE1996/ROSA CINEMA DELL'ESPERIENZA Paolo Rosa Il mio osservatorio si pone ai margini dell'esperienza cinematografica: ho fatto pochi e piccoli esperimenti in pellicola, non ho una cultura cinefila, frequento l'ambiente con scarsa continuità. Tuttavia sto sviluppando una ricerca che mi proietta nel cuore della vicenda cinema, anzi per certi versi alle sue origini. Mi ritrovo infatti in una condizione simile, così per lo meno immagino, a quei pionieri che stavano avviando questa straordinaria macchina più di cent'anni fa. Mi capita spesso, infatti, di installare in una piazza, in un museo, in una fiera, in un luogo, due, sei, dieci o più schermi, svariati proiettori, alcuni dispositivi costituiti da sofisticate tecnologie. Lì aspetto il "pubblico", gli schermi che si attivano, assisto al generarsi di un racconto dentro il quale le persone si muovono, toccano, azionano e variano l'andamento della narrazione. Io le osservo scoprire questi meccanismi, reagire a queste immagini. Sono le cosiddette "videoinstallazioni" che utilizzano sistemi interattivi. Da questo campo non avverto più la marginalità e riscopro la voglia, con questi modi che riportano al passato ma trasferiti su strumenti di oggi e forse anche di domani, di tentare qualche breve considerazione sul cinema e sulla profonda mutazione che secondo me dovrebbe attraversare per confrontarsi con I' impetuoso e spesso arrogante territorio imposto dai nuovi media. Nella dimensione di chi ha sempre e inevitabillente un contatto di "piazza" con gli individui, attraverso esperimenti che sanno perfino di moderna antropologia, mi sento, per elencare una serie di punti, di cominciare proprio da lì, dalle persone. Proprio quelle che, messe tutte insieme in una sala buia, oggi sono diventate pubblico, dato, classifica, incasso, percentuale. Quella "gente", non più composta di uomini e donne ma allineata in colonne e caselle, visibile in un mondo numerico e marketizzato. Credo che per questa "gente" sia stato preparato una sorta di omogeneizzato, prodotto con una strategia del consenso fatta di formule confezionate, di ritmi compiacenti, di rappresentazioni oleografiche e socialmente pseudoimpegnate dove l'idea di spettatore, appunto, non è che l'insieme sovrapposto delle migliaia di visi che staranno a guardare. Sento che dietro al progetto di film, in genere, sta, fortissima, quest'idea astratta di pubblico più che quella reale di uomo/donna. Dico questo proprio perché, innescando questi racconti interattivi, ho ritrovato la possibilità di affezionarmi ad un "pubblico", di ripensarlo in carne ed ossa, di considerarlo nel suo spirito, di tenerne in conto, non come un cliente, ma come persona che ha il diritto di produrre la sua esperienza, di esprimere il suo gesto, di modellare il suo racconto. Mi accorgo che questo creare un'esperienza insieme, mi rasserena, mi diverte, mi fa sentire necessario ciò che sperimento e quasi sempre queste sensazioni le leggo anche nelle espressioni dei miei interlocutori. Dovendo parlare di "poetica del cinema", ecco, sento che per prima cosa è venuta a mancare nella testa di chi lo produce, proprio l'idea della persona, nella sua varietà infinita di interlocutore dialogante e responsabilizzato. Viceversa, si è esasperata l'idea stessa di autore, demiurgo e depositario di illuminanti fantasie. È davvero strano che una delle espressioni che richiede il maggior numero di convergenze espressive e creative, la maggior coralità artistica e artigianale, tenda a esaltare invece un 'unica figura, quella di un unico autore. Il "cinema d'autore": c'è chi si riempie la bocca mentre pronuncia questa definizione, sentendosi parte della mitologia stessa del cinema. Ma non sarà tempo di ripensare questa visione ed evidenziare invece proprio quella coralità, quel l'autore collettivo, costituito dai molteplici contributi, quella dimensione partecipativa che è, per chi ci ha provato, garanzia di un'attenzione maggiore alla complessità della nostra epoca? Non sto pensando alla moltiplicazione della definizione di "autore" (della fotografia, della sceneggiatura, dei gesti, della manodopera, eccetera), né alla cancellazione del- ! 'importanza di chi coordina, promuove, e alla fine dirige. Penso piuttosto a dare evidenza a quella dimensione da "bottega", dove, pur in una gerarchia, vige un confronto, una socialità del creare, che diviene al tempo stesso clima favorevole e luogo del- ! 'identità, ambiente della formazione, della crescita professionale. Mettere in luce questa atmosfera, ecco cosa significa "autore collettivo". Ne guadagnerà l'idea di progetto, più che di storia, l'idea cioè di mettersi insieme, per iniziativa di qualcuno, per ipotizzare un 'avventura e il suo senso, di associarsi per produrre un 'esperienza immaginativa, nella quale il pubblico sarà già presente con le sue facce distinte. Un'avventura, perché il cinema lo è, che affronti coraggiosamente il racconto della realtà, anzi che sperimenti la realtà piuttosto che solamente rappresentarla. Nella cultura zen si dice che un'opera non deve rappresentare il momento dell"'illuminazione", ma deve essere il momento dell '"illuminazione". In questa realtà dove le illuminazioni, le esperienze, sono prevalentemente quelle altrui, il cinema può divenire davvero produttore di esperienze, piuttosto che di rappresentazioni. Ma di che realtà stiamo parlando? Forse può bastare che io citi ciò che mi ha riferito un 'amica psicologa, studiosa, simpatica e seria, per riassumere l'intero capitolo che si protrebbe dedicare a questo interrogativo. Nelle sue terapie di gruppo, ha constatato che il 75 percento del tempo di queste persone che ricorrono all'analisi, viene dedicato a parlare di cinema e di televisione e di problemi connessi o indotti da questi. Ecco la realtà che hanno in testa queste persone, ma io credo che nessuno di noi può dirsi esente da questa contaminazione, e tutti condividiamo insieme, più o meno allo stesso modo, questo stesso mondo. Questa è la realtà di cui stiamo parlando, una realtà fatta per la maggior parte di rappresentazione, di immagini indotte, di schemi assimilati passivamente. Nei nostri immaginari scarichi, galleggia un mondo fiction che è privo di esperienza diretta. Un mondo fiction a cui non è necessario aggiungere altra finzione. E qui forse il cinema potrebbe trovare una sua identità che lo distingua ancora di più dalla televisione, lasciando alla deriva di quel flusso inarrestabile solo le forme ibride, superficiali, che appartengono allo spettacolo cinematografico più che al cinema. Un cinema, dunque, che riesca a dare gli strumenti per ricostruire il senso di un'esperienza, in una realtà, come quella di questi anni, che ha subito una profonda e radicale mutazione. È solo per cecità e interesse (interesse è anche quello, semplicemente, di non aver voglia di ridiscutere i propri strumenti analitici) che

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