34 TAORMINA ARTE 1996/BERTOLUCCI FIN DU SIÈCiE, FIN DU CINEMA Bernardo Bertolucci Prima, vedendo One plus One, passato un po' veloce, mi è venuto in mente che era il film che Godard presentò nel 1968 al festival di Londra. Ero lì con un mio lavoro. Era l'autunno del 1968 e c'eravamo proprio tutti, da Gianni Amico a Jean Luc Godard. lo ero tra le quinte con Jean Luc, che doveva fare la presentazione del suo film. Jean Luc si rivolse agli spettatori invitandoli a tornare alla cassa e a farsi ridare i soldi del biglietto, ché sarebbero stati mandati ai Black Panther. Il pubblico non accettò, la gente cominciò a dire no, io vengo da Birmingham, ho fatto due ore di treno, perché voglio vedere il film di Godard. Ci fu insomma proprio una specie di rifiuto da parte del pubblico a quel la che era la richiesta, quasi l'invocazione, di Jean Luc. Godard cominciò a gridare "vous etes tous des fascistes" al pubblico che diventava sempre più rumoreggiante. Vicino a lui c'erano, a sinistra, il direttore del festival e, a destra, il produttore del film. Jean Luc si girò e diede uno schiaffone a quest'ultimo, il quale aveva cambiato l'ultima canzone dei Rolling Stones del film. (Come sapete, One plus One è la registrazione della registrazione di un album dei Rolling Stones), e poi si mise - come si faceva allora quando si andava alle manifestazioni e c'erano le cariche della polizia - le mani sulla testa per difendersi dalla reazione del produttore inglese che, da vero anglosassone, quasi fece un inchino a Godard, come a chiedere scusa di essere stato schiaffeggiato. Dopo di che Godard disse: "bene, quelli che amano il cinema escano insieme a me" Insieme a lui uscimmo solo io e Gianni Amico. Non sapevamo cosa dire. Io ero sinceramente imbarazzato, perché Godard si era lasciato andare a qualcosa di molto irrazionale, di molto impetuoso che non aveva trovato nessuna risposta. Un pochino come Tonino De Bernardi, che è venuto qui a lamentarsi, perché Fofi non lo aveva nominato. E mi è venuta in mente anche una situazione molto simile nel 1968, a Venezia, quando Pasolini passava Teorema. Prima della proiezione per la critica, Pierpaolo andò davanti al pubblico e alla critica e chiese, in segno di solidarietà con l'autore (il film veniva presentato contro la sua volontà, per decisione unilaterale del produttore Franco Rossellini) di uscire insieme a lui. Al solito uscimmo io e - in quel caso non c'era Gianni Amico - Narbony e Comolli, la coppietta dei "Cahiers du cinema". Eravamo fuori, nell'atrio del palazzo del cinema, e ad un certo punto Comolli e Narbony dissero "ma è incredibile come questi critici italiani o anche la critica internazionale non ascoltino l'appello del1'autore del film. !lfaut faire quelque chose. Andiamo a rubare una pizza in proiezione per interrompere il film". E Pierpaolo, alzando le braccia, disse: "No, no, no. Chi è rimasto, ha il diritto di vedere il film". Un grandissimo senso non della spallata buddista, ma della via di mezzo buddista. Non so perché racconto tutto ciò. Forse è stato rivedere le immagini di One plus One. lo, da questo convegno, mi aspetto molto. Come ascoltatore, Gianni Amelio. FotoGiovanni Giovannetti/Effigie non come addetto ai lavori. Oggi la tentazione apocalittica della "fine del cinema" è fortissima, ma dobbiamo resisterle e dirci che il cinema non sta morendo, che è soltanto travolto da un grande processo di mutazione, il più profondo nella sua giovane storia. Il cinema conosce una sola coniugazione verbale, la camera filma sempre al presente la realtà e il gesto di filmare è totalmente documentaristico, sempre, dai Lumière, a De Mille a Spielberg. Così noi abbiamo sempre creduto di catturare il presente con i nostri film, ma ora cominciamo a capire che è il presente stesso a catturare i nostri film. Come Pasolini aveva intuito, il cinema è la lingua attraverso cui la realtà si esprime o lo era fino a ieri. Oggi chi può negare che la realtà ha scelto la televisione per raccontarsi? È un abbraccio globale fatalmente live contro le regole dei fusi orari. Basta alzarsi alle cinque del mattino per vivere in contemporanea la vittoria di Demon Hill, campione del mondo di Formula uno, in Giappone a migliaia di km. Dall'altra parte è commovente come il cinema lotti per la propria sopravvivenza attraverso il sublime miniaturismo persiano di Kiarostami, attraverso la redenzione del kitch americano nel mondo di plastica e sangue di Tarantino o attraverso l'implosione dell'universo femminile nei movimenti di macchina di Jane Campion, per fare solo pochi esempi diversissimi tra loro. Il mio istinto mi suggerisce di accettare questa mutazione del cinema, anche se non riesco ancora a capirla; di lasciarmi travolgere come ho sempre lasciato che la realtà mi travolgesse; di infilarmi il tvcable direttamente in vena. La sensazione nel mio corpo, che è corpus cinematografico e non televisivo, è immediatamente brutale. Le conseguenze sono imprevedibili, ma non vedo nessun altro destino praticabile per me. Per il momento consoliamoci con i convegni.
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