Linea d'ombra - anno XV - n. 122 - febbraio 1997

Mario Morione. Folo Giovanni Giovannelli/Effigie che, echi di echi di mode dominanti. Eppure ogni anno, in questa pletorica massa di sciocchezze, capita di scorgere in una o due o tre il segno di un fragile talento, che certamente si perderà se non lo si aiuterà a distinguersi, a studiarsi, a confrontarsi, a crescere. Si direbbe invece che tutto concorra per favorire coloro che in qualche modo già provengono dall'interno della "famiglia", o sono in qualche modo più protetti, o sono più determinati e adatti a penetrarvi. Dovere del critico è, anche qui, assumendosi fino in fondo le proprie responsabilità, individuare i talenti e discuterli, con ciò stesso sostenendoli. Gli si richiede, ancora una volta, un lavoro di selezione, basato su una persuasione culturale profonda che non può che essere anche morale e sociale. 7. È un miracolo che il cinema italiano, come altre arti (la poesia, il teatro, la fotografia, la musica, la grafica e il fumetto, e altre ancora, ma non il racconto e il romanzo, che mi pare siano decaduti dal loro piedistallo di qualità e di invenzione nel momento in cui si sono fatti meno distanti dal sistema dei media e ne sono stati inglobati), produca ancora opere di grande livello artistico? È un miracolo che questo avvenga fuori dal sistema culturale e produttivo abituale (e penso al caso Ciprì e Maresco, al Brentano di Romeo Castellucci, all'opera tutta di Paolo Benvenuti eccetera), e ancora di più che possano esistere, dentro il sistema produttivo abituale e centrale, film come quelli di Gianni Amelio, o a cavallo, come quelli di Martone, Corsicato, Bertolucci, Citti, Mazzacurati, Capuano, Torre, Segre, Rosa e molti altri ancora? È semplicemente il segno che esiste ancora il bisogno di a1te ed esistono ancora artisti significativi che, nonostante tutto, riescono a realizzare i loro film, con molti mezzi o pochi mezzi. E sono convinto che un Amelio potrebbe tranquillamente tornare a realizzare film poco costosi e ugualmente belli, se gli divenisse impossibile fare altrimenti. ConTAORMINA ARTE1996/FOFI 33 tinua a esserci un cinema che va difeso e sostenuto, ed è quello che dice il non dicibile altrimenti che con i suoi mezzi, e dice di più e meglio che con altri mezzi. All'altro cinema sono in tanti a pensarci, c'è tutta la "famiglia" a pensarci. 8. Si parla sempre troppo di strutture e di leggi, di istituzioni e di protezioni, e non è certo sbagliato parlarne in rapporto alla possibilità che leggi e istituzioni non siano il mero risultato di logiche familiste e corporative, come di solito avviene e come tuttora sta avvenendo; in rapporto alla possibilità che possano davvero proteggere novità di valore, eliminare ostacoli alla libertà di espressione e all'affermazione un cinema migliore. Ma credo sia più importante oggi parlare di arte, anche se la parola sembra ai più troppo grossa. E studiare tutte le possibilità, in pochi, di procedere autonomamente, favorendo possibili processi di autorganizzazione sul piano produttivo e della diffusione delle opere. Non c'è solo Roma, non c'è solo la "grande famiglia". Ci sono, in questa società, possibilità concrete perché questi processi possano affermarsi a fianco, in dialettica, o talora anche contro i processi organizzativi e produttivi "centrali". Lo stato stia al di sopra, aiuti e intervenga e liberi il terreno dagli intralci, ma senza farsi !nediatore e schiavo delle corporazioni e delle famiglie forti e dominanti, pensando anche ai diritti delle minoranze e non solo alla protervia delle maggioranze. Le minoranze, anche quelle artistiche, rendersi il più possibile autonome e autosufficienti. Dialoghino con le maggioranze senza perdere questo dialogo la propria identità, senza rinunciare alla propria lingua per imparare quella dei più. E i critici, gli intellettuali, pensino di nuovo alle loro responsabilità, e scelgano bene la loro parte. Ne hanno tutte le possibilità e ne hanno il dovere. È tempo, credo, di scelte, di alternative, di manifesti.

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