32 TAORMINA ARTE1996/FOFI CINEMACONTRO APPUNTIPERTAORMINA1996 GoffredoF 0/1 /. È possibile e legittimo esprimere un grande disinteresse, forse anche il più completo, nei confronti di una corporazione come quella della "gente del cinema", così fiacca, confo1mista, privilegiata. Essa appare priva di ambizioni artistiche o sociali elevate perfino sul piano professionale, chiede a se stessa pochissimo, non mette mai in questione il proprio status e il proprio ruolo, non si pone doveri nei confronti di alcuno o alcunché, preoccupata solo della difesa delle posizioni acquisite al sistema dei media e dello spettacolo. Questo sistema sembra talora respingerla ai suoi margini, ma talora attribuirle ancora funzioni di qualche rilievo nella fabbricazione di un immaginario collettivo, perché, nonostante tutto, circola nel cinema più aria che in altri spazi come televisione e giornali, assai più supini nei confronti dei poteri e privi di quel residuo di ambiguità che viene al cinema dall'essere nonostante tutto anche arte, e vivere di scambi e influenze nonostante tutto non solo nazionali. Anche sul piano puramente professionale questa corporazione appare da tempo particolarmente pigra e mediocre, anche sul piano del saper far bene il proprio mestiere. Il governo delle sinistre appare privo di identità e di progetto culturale a vasto raggio e non sembra aver fatto sinora che accentuare le consolidate tendenze corporative e confo1miste di questo "mondo". 2. A giustificazione di questo stato di cose non c'è che la condizione generale di abulia e assenza di progetto ali 'interno di tutta una società. E bisognerebbe forse parlare non soltanto della società italiana, ma dell'Europa, o di tutta la parte ricca e privilegiata del pianeta, non fosse che in qualche parte di essa tuttavia qualcosa si muove e ci sono artisti e registi che cercano di recepire e riferire adeguatamente le tensioni più apparenti come le più nascoste (anch'esse molto palesi, se si hanno occhi per vedere - come dovrebbe essere proprio del cinema). In Italia, in particolare, come retaggio di anni e anni di malgoverno assistenziale e di privilegi corporativi, sembra scomparso dall'ambiente del cinema, perfino ogni spirito di concorrenza e di ricerca di nuovi spazi, al suo interno e nei confronti di un esterno massicciamente rappresentato dal cinema americano, massicciamente mediocre ma attento agli umori della società mentre l'italiano ne appare sempre più incapace. 3. La miseria morale e culturale che sembra attanagliare il mondo del cinema è consona alla miseria morale e culturale della società che lo esprime, all'assenza di reale conflitto e di progetto al suo interno, alle sue ipocrisie e alle sue false coscienze. Ali' assenza di set i e di fami non solo metaforiche. Alla sua incapacità di ipotizzare altro da ciò che è. 4. In questo contesto è tutt'altro che inutile ricordare l'urgenza di una discussione più ampia, di una ridefinizione di che cosa può o deve essere arte, dei fini dell'arte in una società come la presente, in un mondo che cambia sotto i nostri occhi a incredibile velocità ma di cui ci accontentiamo di seguire il flusso stancamente, tutt'al più limitandoci a esaltare gli ultimi ritrovati tecnologici proposti dal mercato e dal capitale. In sostanza, nel momento in cui la politica sembra aver perduto ogni forza propositiva e il "sociale" risentire del dominio e della pesantezza antropologica di un ceto medio strabordante diviso solo in corporazioni più forti e in corporazioni più deboli, lo spazio dell'arte è uno dei pochissimi a permettere l'espressione dei disagi dell'epoca, delle insoddisfazioni esistenziali e sociali, delle aspirazioni e delle utopie, delle paure e dei sogni di un'umanità bensì non generica, che vive qui e ora, che deve affrontare o non vuole affrontare problemi immani di trasformazioni e cambiamenti. Lo spazio dell'arte è oggi più che mai essenziale, più che mai fondamentale. Ma proprio per questo esige che chi vi si dedica senta tutto il valore e il peso della sua scelta. Questo discorso va ripreso altrove e tra pochi, non ha senso farlo ali' interno di logiche corporative o solo spettacolari, non riguarda soltanto chi fa o vuole fare cinema. 5. La piccola "famiglia" della critica appare paradossalmente come la parte più inadeguata a questi discorsi dell'intera "famiglia del cinema". Divisa tra accademia, media, funzionariato (festival, enti, organizzazioni), tra l'imbalsamazione professionale dell 'arte, l'accettazione di un ruolo di pubblicitari o cronisti di ciò che altri propone e dispone, e la condivisione di un potere istituzionale, essa ha rinunciato da molto tempo a ragionare e proporre, e ovviamente a mettere in discussione il proprio status e la propria funzione. È una piccola famiglia di professionisti collocati dentro la diffusione di merci e la formazione di consenso, e quando delegata - nell'università - alla diffusione di conoscenza, partecipe alla pari della perdita di senso di questo lavoro ali 'interno di un'istituzione cresciuta su se stessa e fattasi anch'essa corporazione. Delle categorie dominanti (il critico da quotidiano, il professore universitario) che entrambe si contendono le cariche istituzionali e funzionariali, non sono alterative affidabili quella del critico-archivista, quella dell'entusiasta dafanzine con i vari tipi di adolescenze ritardate che le fanzine presentano, ma neanche quella del criticodivo che si fa personaggio in rivalità con il regista, alla ricerca di un'originalità o di un'immagine: in generale, non appaiono molto migliori, con rare eccezioni che si possono contare sulla punta delle dita (e avrei osato farlo, se non fossi anch'io, pur cercando di star fuori dalla famiglia, un critico), i critici delle riviste specializzate su quelli dei quotidiani e settimanali e periodici di divulgazione. Ma anche qui non si può non allargare il discorso e non vedere come la compromissione e la miseria della critica cinematografica corrispondano alla compromissione e alla miseria della cultura italiana nel suo complesso. Quello che più c'è da lamentare della situazione attuale è la miseria dei suoi intellettuali, la loro incapacità di leggere il nostro presente fuori da un opinionismo interessato e banale anche quando più isterico, e proporre visioni più ampie, elaborare proposte generai i con cui l'artista - e nel nostro caso il regista, il cineasta - possa confrontarsi. 6. Si sono affacciate sulla scena del cinema generazioni nuove, che con il video o con la pellicola propongono ogni anno decine e decine, forse centinaia di titoli. La spiegazione di quest'abbondanza mi sembra semplice; nel ceto medio di massa, ai giovani non si offrono posti di lavoro ma si assicura una sopravvivenza economica comunque privilegiata rispetto alle generazioni precedenti, una certa infarinatura culturale con un 'università produttrice di superficialità e generalità consolatorie, e un sacco di tempo libero. Come altrove da tempo, anche da noi l'arte è diventata un trastullo per i nullafacenti privilegiati che non devono confrontarsi con i problemi impellenti della sopravvivenza. Si moltiplicano gli esordi e i festival e le rassegne che li raccolgono e mostrano, ed è impressionante la massa di sciocchezze che vi si possono vedere, approssimative e tutte uguali, barzellette televisive, pseudodocumenti, divagazioni narcisisti-
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