Linea d'ombra - anno XV - n. 122 - febbraio 1997

..._ FotoGregoire/Rea/Contrasto gli stessi prodotti 'standardizzati"'. Forse è proprio da questo solo apparente paradosso che bisogna partire per comprendere le dinamiche di demodernizzazione nella "società globale", il bricolage di identità chiuse nella società aperta ma sempre più in difficoltà a riempire di contenuti concreti l'idea di cittadinanza universale. In tutti e tre i contesti analizzati da Kepel, la rottura comunitaria svolge una duplice funzione organizzativa sul territorio: verso l'interno di difesa contro un ambiente sociale degradato e disumano, spesso minacciato dalla violenza e dalla droga, e verso l'esterno di rappresentanza collettiva e ufficiale nei rapporti con le autorità, che per altro verso hanno bisogno di interlocutori riconosciuti per il controllo e la mediazione dei conflitti. Lungo le linee della frantumazione sociale che, nei tumultuosi mutamenti di questa fine di secolo, sospinge ai margini, in condizioni di inquieta precarietà, crescenti gruppi di popolazione, e fra questi, più sensibilmente, i non autoctoni, il comunitarismo costruisce nuovi "confini", compensando, nella coesione dell'appartenenza, lo spaesamento degli esclusi e creando al tempo stesso nuovi canali di negoziazione dell'accesso alle risorse e della mobilità sociale (tipiche le politiche di ajj1rmative action di derivazione americana), ma imponendo anche al suo interno un rigido adeguamento dei comportamenti individuali al codice identitaria di un 'appaitenenza ascritti va (il caso Rushdie insegna) che può non contemplare diritti irrinunciabili e costituzionalmente garantiti dell'individuo. Kepel fornisce strumenti utili a smontare la visione superficiale o ingenuamente idilliaca di quel complesso di problemi spesso opacizzati sotto la categoria del "multiculGEOGRAFIELETTERARIE/ISLAM29 turalismo" che, veicolando una valenza ideologica oppositiva al1'universalismo tout court omologante o colonizzatore, postula una valorizzazione irenica e relativistica delle differenze fino a inglobare, come fossero microcosmi ai·monici, i particolarismi comunitari. Le culture hanno larghi pezzi comunicanti (le aree di scambio e di pacifiche relazioni fra civiltà sono più profonde e durature dei più appariscenti momenti di scontro, e la storia è lì a dimostrarlo) ma hanno anche spigoli (sempre la storia lo dimostra, e non c'è bisogno di esempi) che, se non si misurano con attenzione, non si possono smussare. E possono comunicare e comprendersi perché dissonanze e consonanze, affinità e contrasti corrono lungo i "confini" molteplici e instabili che le attraversano, la "nostra" cultura (si può parlare dell'Occidente, da Kant a Hitler, come di un tutto compatto?) come quelle degli "altri". L'universalismo dell'"età dei diritti" nasce come idea regolativa, in una parte della nostra cultura, proprio dal postulato che le differenze non siano insormontabili, possano essere incluse in un progetto di reciprocità simmetriche, di pari libertà garantite. Il differenzialismo radicale che colora, con connotazioni etiche opposte, le due sponde degli etnocentrismi inegualitari e del relativismo assoluto, fissa e irrigidisce i "confini" e finisce per affidarne la custodia a speculari cultori della differenza autonominatisi depositari dell'identità comunitaria. Non è forse in nome di un malinteso multiculturalismo (unito a più interessati calcoli elettoralistici di "voto etnico") che il Partito laburista britannico si è fatto permeare da rivendicazioni neocomunitarie (fino al1'inquietante partecipazione di alcuni suoi esponenti locali ai roghi di Bradford) favorendo l'ascesa dei leader stessi della politica di chiusura all'interno delle minoranze islamiche? E il contesto francese, nella documentata ricostruzione di Kepel, non ci mostra fin dai primi anni Ottanta il faticoso tentativo dei vari governi di promuovere una struttura stabile e rappresentativa dei musulmani residenti, andato finora a vuoto per la competizione egemonica tra le diverse tendenze, moderate e radicali, filoalgerine o filosaudite, che attraversano l'arcipelago delle associazioni islamiche? Rispettare gli individui e le loro differenze culturali è un principio fondamentale e indiscutibile, ma purtroppo non fornisce ricette univoche e pronte per l'uso: dove finiscono gli individui e dove cominciano le culture? Questi e altri interrogativi, sollecitati dall'accostamento di libri in vario modo attenti ai percorsi di ridefinizione dei "confini" identitari, individuali e collettivi, e a non confondere gli uni negli altri, ci riguardano da vicino: in particolare nella prospettiva aperta da Kepel che del neocomunitarismo islamico, al di là delle specifiche simbolizzazioni, fa uno specchio attraverso cui guardare al nostro interno, alla destrutturazione conflittuale che produce nuove segmentazioni identitarie, ma anche (e sono ben visibili da noi) localistiche e corporative, con l'affievolirsi del legame sociale nelle nostre società post industriali, in bilico fra le spinte all'inclusione e all'esclusione dettate dagli stessi mutati scenari, economici e politici, internazionali. Nel mostrare le identità come costruzioni in movimento, i casi esplorati indicano nel "confine" mobile che attraversa gli individui e le culture quel difficile punto di equilibrio da ricercare per regolare i conflitti, per stabilire i diritti. E ciò presuppone che non si smarriscano ma si mettano alla prova delle nuove differenze principi considerati irrinunciabili e valori universalistici (universali in quanto universalizzabili), talora anche tra loro conflittuali (la democrazia non è forse il tentativo di mediare la più classica delle tensioni, quella fra libertà e uguaglianza?), in vista di un linguaggio comune che consenta la reciproca traducibilità delle culture nel lessico della convivenza.

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==