felice merito di avvicinare le due sponde del Mediten-aneo approdando a una rivendicazione aperta e "sconfinante" dell'identità. li libro di Gilles Kepel citato in ape1tura ci riporta alle nostre latitudini, mostrando invece il processo inverso di rivendicazione identitaria islamica che si manifesta fra le comunità etniche di varia origine trasportate a vivere dai flussi della storia, come recita il titolo, a ovest di Allah. Studio comparato della loro configurazione negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in Francia, il libro propone l'analisi di tre spaccati esemplari: il movimento dei "Black Muslims", il "caso Rushdie" e l"'affaire cluvoile". Proprio al "caso del velo" nelle scuole francesi è dedicata ampia parte del libro, caso che ha suscitato negli anni scorsi un vasto clamore e laceranti divisioni nell'opinione pubblica d'oltralpe, a destra come a sinistra, e ancora una volta protagoniste ne sono state giovani donne, spesso adolescenti, impegnate a segnare nello spazio pubblico un "confine" visibile della loro differenza. Al di là delle cronache, dei dibattiti in termini di tolleranza/intolleranza e della drammatizzazione mediatica che può essere apparsa smisurata rispetto a pochi centimetri di copricapo indossato da qualche decina o centinaia di ragazze, guardando "dietro il velo" (o, se si preferisce, "il foulard"), la questione apparentemente marginale di disciplina scolastica rimanda a temi che coinvolgono un orizzonte più vasto di questo scorcio di secolo e merita di essere presa sul serio come sintomo di tendenze profonde e diffuse di svuotamento dell'identità universalistica del citoyen a favore di identità particolari, etniche, culturali o religiose. Mediante un approccio in chiave sociologica e politica, Kepel contribuisce a dissipare gli equivoci culturalisti tesi a risalire a una presunta "essenza" dell'islam (il "velo" stesso non è una prescrizione uniformemente consacrata, quanto piuttosto un segno-simbolo riportato di recente in auge dall'islam radicale) contestualizzando la vicenda nella crisi economica e nei pesanti rivolgimenti del mercato del lavoro intrecciata ai processi di reislamizzazione in atto nelle comunità maghrebine immigrate in Francia, guidati da gruppi radicali in competizione per il controllo e la rappresentanza politica dell'islam di Francia (dizione che compare, con uno scarto non solo linguistico rispetto alla precedente islam in Francia, nel 1989, segnando il passaggio a una ten-itorializzazione islamica del paese di insediamento). Le motivazioni al "velo" sono le più diverse, come si può leggere anche in una serie di interessanti interviste raccolte da altri ricercatori (F. Gaspard e F. Khosrokhavar, Le Foulard et la République, La Découverte, Parigi 1995): sottomissione alla famiglia o gesto polemico contro i genitori assimilati, confo1mismo comunitario o sfida anticonformista alla scuola e agli insegnanti, imposizione subita o affermazione di, sé, anche a prezzo di una minore libertà del corpo e della mente. E un simbolo di alterità che chiede di essere riconosciuta, delimitando uno spazio più o meno ampio di indisponibilità ai modelli culturali, e sessuali, della società secolarizzata: spesso si accompagna al rifiuto delle lezioni di educazione fisica o di anatomia del corpo umano, e notizie giornalistiche ("L'Evénement du jeudi", 17-23 novembre 1994) riferiscono del rifiuto di studenti di un liceo di Versailles a leggere Montesquieu per la critica della religione e di una loro protesta al Louvre per l'empietà dei nudi. Ciò che conta è comunque l'adesione a valorizzare l'identità religiosa e culturale, chiedendone il riconoscimento nella sfera pubblica, in consonanza con le strategie dei nuovi movimenti del comunitarismo islamico i cui esponenti, spesso imam operanti nelle moschee di zona, si sono offerti come mediatori e rappresentanti delle famiglie in occasione dei conflitti con le autorità scolastiche. Non sono tuttavia mancate in varie occasioni voci dissenzienti: ne è testimonianza un volantino distribuito a Li Ile proprio nei momenti GEOGRAFIELETTERARIE/ISLAM 27 Algeri,durantelavisitadi unleaderdi Hamas.FatoSazy/Maxppp/Contrasto. caldi delle espulsioni davanti al Lycée Faidherbe ( 17 ragazze erano state oggetto dei provvedimenti nell'autunno del 1994) dal1 'Association desfemmes musulmanes parents d' élèves de France che, sotto lo slogan "no al velo= sì al sapere", invitava le giovani e gli insegnanti a un fermo rifiuto del velo in nome delle donne violentate o assassinate in Algeria. L'insieme dei musulmani che vivono in Francia (dati recenti parlano di quasi cinque milioni, di cui due milioni cittadini francesi) costituisce un universo quanto mai variegato al suo interno e nulla autorizza a ritenere che gli integralisti ne rappresentino la componente maggioritaria, tuttavia sono un ceto nuovo di attori che si è imposto sulla scena sociale e politica a partire dal 1989, l'anno della prima grande avanzata del Fis in Algeria che coincide con l'esplosione del "caso del velo", ottenendo da allora un significativo ascolto presso i giovani: lo conferma un'inchiesta condotta da "Le Monde" (inserto La France et l'islam, 13 ottobre 1994) che proprio per la fascia d'età dai 16 ai 24 anni rileva un netto scarto dai valori medi per quanto riguarda una maggiore osservanza delle pratiche religiose, una più accentuata sfiducia nella società francese e una maggiore disponibilità verso le tesi del Fis come verso le rivendicazioni comunitarie. E l'analisi di Kepel sottolinea l'inversione di atteggiamenti proprio rispetto alla generazione precedente, l'ex "génération-beur" laica degli anni Ottanta, che aveva costituito il soggetto collettivo del movimento antirazzista e interetnico dei "ne touche pas mon pote", cogliendo nella parabola del movimento in questo decennio anche le ragioni del tramonto di Sos-Racisme e delle sue parole d'ordine. In nome dei valori della "multiculturalità" e del "dirit-
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