26 GEOGRAFIELETTERARIE/ISLAM Elezioni in Algeria. Folo Sozy/Maxppp/Conlraslo. godono del diritto alla poligamia e possono divorziare unilateralmente, cacciando la moglie di casa e mantenendo la tutela dei figli, anche se a lei affidati. Per l'eredità all'uomo spetta letteralmente il doppio che alla donna. Migliaia di madri, gettate sulla strada con i loro bambini, senza aiuti e senza alternative in un paese impoverito dalla crisi economica, sono un fenomeno sociale visibile negli ultimi anni che aggrava un quadro già pesante di discriminazione e marginalità femminile: in Algeria meno del 4 percento delle donne ha un lavoro, il 56 percento è analfabeta. A questa realtà gli integralisti aggiungono il loro apporto di barbarie, variante estrema di un progetto di stato totalitario e di dominio patriarcale sulla società che Messaoudi ribadisce con puntiglio non essere iscritto nell'islam, ma solo in uno dei molti possibili asservimenti della religione a instrumentum regni: "Nel 1956, quando Burghiba, in Tunisia, decide di promuovere la parità dei sessi, convoca gli ulema e chiede loro di fare in modo di legittimare questa parità attraverso l'interpretazione del testo sacro. E così è stato. Mai i tunisini hanno pensato di aver perduto la loro cultura, il loro patrimonio o la loro fede". La lotta per la democrazia, secondo Messaoudi, passa ineludibilmente attraverso il terreno della laicità, di una secolarizzazione del diritto e della politica che, anche in polemica con uno stereotipo che ha fatto molta strada in Occidente, afferma non meno compatibile con l'islam di quanto non fosse per il cristianesimo in Europa fino a due secoli fa. E su questa base esprime un dissenso radicale, suo e del movimento in cui milita, con la piattaforma di Roma patrocinata nel 1995 dalla Comunità di Sant'Egidio: non ci si può sedere intorno a un tavolo, afferma, con gli integralisti che, oltre a non sconfessare le carneficine in corso e le condanne a morte annunciate, non rinunciano a dichiarare tra i principi non negoziabili la "supremazia della legge legittima", ovvero quella divina della sharia, sul diritto e le leggi civili. All'identità ingabbiata dentro i "confini" truci e fantasmatici della "nazione musulmana" Messaoudi contrappone una visione che si potrebbe definire, con un termine usato dagli antropologi, di "frontiera", non linea che separa, ma territorio di incontro e scambio in cui possano esprimersi e liberamente convivere e ibridarsi le molteplici identità (berbera, araba, islamica, mediterranea, africana, nonché l'eredità "indelebile" del repubblicanesimo francese) che attraversano gli individui e la società algerina. E che, "per quanto risulti difficile definire l'Algeria una società di liberi cittadini, sia in compenso impossibile definirla una comunità di credenti", come il fondamentalismo vorrebbe, lo testimonia la parte più drammatica del libro, quella relativa al presente, ricordando la resistenza organizzata dei villaggi e l'eroismo quotidiano delle donne che non si piegano alle minacce, "l'infermiera, l'insegnante o la studentessa che vanno, senza il velo, semplicemente là dove devono andare", o i giornalisti e gli intellettuali che non rinunciano a far sentire la loro voce anche sul terreno giuridico o religioso, per lo stato di diritto e per un islam laico, come quel prestigioso islamologo, il professor Stambouli, assassinato dagli integralisti nell'agosto 1994. Entrambi i libri, di Messaoudi come di Mernissi, che non a caso riflettono punti di vista femminili diversamente costruiti - nell'incomparabile tragicità dell'attuale vicenda algerina - sul rifiuto dell'esclusione imposta da un potere patriarcale, hanno il
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