24 GEOGRAFIELETTERARIE/ISLAM TRARELIGIONEE POLITICA I CONFINIDELL'ISLAM Santina Mobiglia Di Gilles Kepel, studioso francese dell'Islam contemporaneo già noto in Italia per La rivincita di Dio (Rizzoli, 1991) è stato ora tradotto presso Sellerio, nella collana diretta da Adriano Sofri (1996), un saggio di rilevante interesse sociologico e culturale dal titolo A ovest di Allah, come dire Allah fuori dai suoi confini, ovvero da noi, l'islam immigrato o trapiantato in occidente. Di formazione orientalista, della scuola dei Berque e dei Rodinson, "in grado quindi" come scrive Gianni Sofri nella prefazione "di collocare l'Islam europeo o nordamericano nel più vasto contesto dell 'umma, la comunità dei fedeli, e dei problemi che la agitano a livello mondiale", Kepel ci introduce entro questo sfondo nella complessità delle nuove segmentazioni identitarie delle società contemporanee. Ma vorrei arrivarci attraverso un percorso un po' arbitrario, in tema di "confini", a partire da due altri libri recenti, molto diversi tra loro, che pure suggeriscono riflessioni intrecciate. Fatima Mernissi, sociologa e scrittrice marocchina, in La terrazza proibita (Giunti 1996, di cui ha già parlato Claudia M. Tresso sulle pagine di questa rivista, n. 116) fa ruotare il racconto autobiografico della sua infanzia in un harem di Fez intorno al tema degli hudud, i "sacri confini", fondamento dell'educazione paterna e coranica: sono i confini inviolabili posti da Allah a separare cristiani e musulmani, uomini e donne, quale unica garanzia di ordine, stabilità, armonia nell'umana convivenza. Qualità che tuttavia non regnavano allora imperturbate né sotto il cielo della grande storia (erano gli anni della seconda guerra mondiale) né fra le bianche mura domestiche, dove il cielo era un quadrato azzurro racchiuso dalla geometria del cortile riservato alle donne. Nel Maghreb degli anni quaranta i sacri confini mostravano parecchie crepe: i francesi colonizzatori costruivano la loro Ville Nouvelle dalle larghe strade accanto al labirinto di viuzze tortuose e coperte della vecchia Medina, gli americani, bianchi e neri (ancora un problema di "confini" incerti), erano sbarcati a Casablanca, mentre i marocchini combattevano in Europa, dove i cristiani si facevano guerra tra loro. E l'harem famigliare è un universo femminile vivace e curioso, attraversato da fermenti di insofferenza per i ruoli e le gerarchie dei sessi e delle età, dove i "confini" simboleggiati dalla soglia di casa fedelmente sorvegliata dal portiere Ahmed non bastano a tener fuori il mondo portato dalla radio e dai giornali, l'immaginazione di altre vite possibili. È un libro forte e vitale La terrozza proibita, carico di buonumore e di umorismo. Leggendolo si imparano un sacco di cose sulla storia e società marocchina, sulle differenze fra gli harem di campagna (poligamici ma aperti) e gli harem di città (chiusi come piccole fortezze domestiche anche quando la famiglia allargata che li abita è composta ormai di nuclei monogamici, come nel caso della famiglia Mernissi, dove il padre e lo zio aderivano alla contraddittoria modernizzazione dei nazionalisti), sulle figure storiche del femminismo arabo, pioniere dei diritti umani nel mondo islamico nel Diciannovesimo e Ventesimo secolo pressoché sconosciute in Occidente. Sospeso fra tradizione e modernità, in un dualismo che non si spartisce limpidamente lungo la linea della differenza sessuale ma che ha in essa il punto di maggiore tensione, l'harem dell'infanzia rivive nella memoria dell'autrice attraverso i gesti, le parole, le complicità e i conflitti, le piccole strategie quotidiane di indipendenza e affermazione di sé delle variegate figure femminili (emblematica la conquista del frigorifero personale da parte della madre) che trasmettono sogni di libertà e fantasie trasgressive di felicità individuale (Dreams of trespass è il meno esotico ma più pungente titolo originale). Filtrati attraverso lo sguardo delle donne recluse, agli occhi della piccola Fatima i "confini" non risultano che limiti artificiali imposti dal gioco del dominio e delle obbedienze, linee invisibili "nella mente di chi ha il potere": "da allora cercare i confini è diventata l'occupazione della mia vita" dichiara la scrittrice che ritrova i fili di continuità, più che i punti di rottura, tra gli oltrepassamenti molteplici dell'età adulta e l'ambiente segregato, ma non più intimamente sottomesso, degli anni infantili. Il libro di Fatima Mernissi non è affatto una rievocazione nostalgica, e meno che mai malinconica, né una riscoperta delle radici (operazione resa ormai stucchevole, al pari dell'espressione che la designa, per l'abuso da parte dei neofiti delle appartenenze), è piuttosto la felice risoluzione narrativa di un nocciolo di rilievo antropologico che si può riassumere nello scarto tra identità culturale e identità personale, nell'irriducibilità degli individui alle culture, gli uni come le altre dai confini molteplici, frastagliati, continuamente ricostruiti, e ampiamente transitabili in più direzioni. Non è questo l'unico senso o motivo per leggere il libro di Mernissi, che ha molti altri pregi, ma è una chiave non trascurabile negli attuali orizzonti affollati di stereotipi identitari e di insorgenti richiami a presunte naturalità delle tradizioni. Ancora di "confini" in qualche modo si tratta nel libro di Khalida Messaoudi Una donna in piedi (Mondadori, 1996), lunga intervista-colloquio con Elizabeth Schemla, giornalista del "Nouvel Observateur". Qui il simbolo si configura in tutta la sua cruda materialità nella violenza e nel terrore armato dei fondamentalisti algerini che di quella "linea invisibile" hanno fatto un fronte di guerra contro la società civile e in primo luogo contro i corpi e le menti delle donne. Nell'Algeria di oggi i "confini" sono seminati di morti: cancellati i giochi dell'ambivalenza tra la barriera protettiva dell'identità comunitaria e il limite imposto all'identità individuale, essi mostrano, da qualunque parte li si guardi, il volto feroce del potere totalitario. Khalida Messaoudi, insegnante di matematica e militante in prima fila nella lotta per i diritti delle donne, è nata nel 1958 da una famiglia berbera della Cabilia. La sua biografia, che coincide fin dall'anno di nascita con la storia dell'Algeria indipendente, è uno straordinario documento della vicenda sociale e politica di quel paese sotto il regime dell 'Fin, troppo a lungo aureolato dall'epos della vittoria anticoloniale agli sguardi distratti della sinistra occidentale. Oggi Khalida Messaoudi è vicepresidente del Movimento per la repubblica guidato da Said Sadi, di orientamento laico e democratico, e vive in clandestinità: sul suo capo pende una condanna a morte del Fis ed è stata ferita in un attentato terroristico durante una manifestazione per le vie di Algeri nel luglio 1994. Appartenente alla generazione post coloniale cresciuta nel1'aspettativa di un futuro democratico e precipitata nel fuoco di una guerra civile che conta ormai quasi cinquantamila morti, Messaoudi afferma con determinazione la sua identità di "musulmana laica", "figlia di Voltaire e di Averroè", che non rinuncia alla prospettiva di una convivenza civile in cui si incontrino l'eredità del repubblicanesimo francese e la tradizione dell'i-
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