Linea d'ombra - anno XV - n. 122 - febbraio 1997

ORMINAARTE BERTOLUCCI,FI,GHEZZI, NA TTI,ROSA LAGENTELAFAMIGLIA DIMIKELEIGH SCRITTORI D RAZZA JEFFERYPAULCHAN,CINOAMERICANO HANIFKUREISHI, ANGLOPAKISTANO

"RICONOSCENDO L ORMDEICHCI lHAPRECEDUTO SIVAAVAN

• BIBllOTE 0 GINOBIAN * f INCHSEISCORGINENANAZNI OIUNA □ Si, mi abbono a LINEA D'OMBRA per un anno approfittando di questa offerta esclusiva che mi dà diritto a tre libri a scelta. Riceverò gli 11 numeri (più un numero in omaggio) e i tre libri a sole lire 100.000 anziché 165.000. A pagamento awenuto riceverò subito i libri prescelti. [I] rn QJ Scelgo qui il gruppo di tre volumi prescelti: FriedrichSchiller, Il delinquenteper infamia MoriOgai, L'intendenteSansho RamonPérezdeAyala, Lacadutadellacasa Limones RafaelSanchezFerlosio, La freccianell·arco JulioCortàzar, Ultimoround CeesNooteboom,Comesi diventaeuropei LuisBuiiuel,I figlidellaviolenza CarmeloBene, A Boccaperta GoffredoFofi,I limitidella scena NOME ................................................. ,.,............. . I COGNOME ........................................................ : I INDIRIZZO .......................................................... : GITTA' .............................................................. .. CAP........................ .TEL.................................... . Vi indico qui di seguito le modalità di pagamento (senza aggiunta di spese postali) O Vi autorizzo ad addebitarmi la cifra di I::. 100.000 su Carta Si I I I I I I I I I I I I I I I I I LLW N. SCAD. INTESTATA A FIRMA ........................................................ O Assegno (bancario o postale n.............................. . Banca....................................................... (in busta chiusa) O Awenutoversamentosulc/c postalen.54140207 intestato a Linea d'Ombra. I I "LINEAD'OMBRA'',VIAMELZO9, 20129MILANO.POTETMEANDARE

SHRHE EDIZIDnl unDERGRDUnD Per ordini diretti tel 02/58317306 Due libri duri per leggere il presente accelerato della modernità, attraverso immaginazioni e sessualità radicali Le nuove proposte di una casa editrice che si è distinta per fantasia e rigore di realizzazione Rudy Rucker, Peter Lamborn Wilson (più conosciuto come Hakim Bey) e Robert Anton Wilson (a cura di) STRANIATTRATTORI collana Cyberpunkline pp. 304 con immagini Lit. 30.000 "Strani Attrattori è una bomba letteraria." Alla fine degli anni Ottanta, sulle migliori riviste e fanzine di fantascienza americane e inglesi, viene pubblicato un annuncio che invita a spedire contributi per la redazione di un'antologia riservata a brani censurati dagli editori commerciali per la durezza degli argomenti trattati o per lo stile spericolato. Il risultato sconcerta gli stessi promotori dell'inizativa: classici come Farmer, "cattivi maestri" della new wave come AnTDLDGIADI FAnTASCIEnZARADICALE =~-== ~E -L • ~ , "'°'··\ \,,. -1 ~~~' rsiìaKcl ~ -11 .)~11 ~ ~ $1· .... Ballard e Burroughs, i migliori della corrente cyberpunk rispondono entusiasticamente inviando degli stupendi racconti brevi. Strani attrattori è per l'appunto il risultato di questo lavoro, un mix ad alta intensità emotiva di sesso, multinazionali dell'informazione, nuovi mutanti, utopie e droghe. Gli autori raccolti sono: J.G. Ballard, W.S. Burroughs, W. Gibson, B. Sterling, Hakim Bey, P. Di Filippo, J. Farmer, R. Kadrey, J. Kohenline, M. Laidlaw, T. Metzeger, R. Rucker, R. Sheckley, L. Shiner, J. Shirley, Colin Wilson e molti altri. Terence Sellers LASADICAPERFETTA collana Corpiradicali romanzo, pp. 240, Lit. 28.000 Questo è un libro che parla di sesso, ma non è pornografico. È un libro che eccita, ma senza alcuna compiacenza. E un libro che parla analiticamente di sadomasochismo, ed è scritto da una donna. Un libro che si inserisce a pieno titolo nella tradizione della letteratura di genere (de Sade, Masoch, Pauline Reage), che è diventato in questi anni, in particolare negli Usa e in Inghilterra, un vero e proprio classico. Attraverso i pensieri della Padrona Angel Stern, l'autrice descrive l'attitudine, gli atti e le riflessioni filosofiche sul corpo, la sessualità e l'identità che una Dominatrice ha sperimentato in prima persona durante la sua attività. Si tratta di una sorta di diario, rivolto a mo' di "educazione sentimentale" ad aspiranti giovani Padrone, in cui si dispiega un vero e proprio viaggio psichico interiore, attraverso tutti quei tabù sommersi nel profondo e collocati alle radici della nostra identità culturale e sociale. La sadicaperfetta è al contempo "rivelazione" dei misteri dell'anima e celebrazione del femminile. Completano il testo una decina di tavole di Genesis POrridge, artista multimediale riconosciuto a livello internazionale e fondatore degli Psychic TV, e un'introduzione di Hèlena Velena che ha recentemente pubblicato un libro sull'argomento. TERENCE SELLERS proviene dalla scena alternativa americana degli anni Settanta, ha scritto altri romanzi sul tema. ShaKe è distribuita nelle librerie da PDE

Un Errata corrige di cui siamo desolati. Nel numero di dicembre, nel dossier "Israele racconta", la breve biograjla di Yoram Kaniuk dà lo scrittore per "recentemente scomparso". Si tratta di un equivoco di cui ci scusiamo coi lettori, con l'lnstitute for Translation of Hebrew Literature e naturalmente con lo scrittore, del quale saremo lieti di pubblicare un'intervista quanto prima. Dire:io11e: Marcello Flores, Goffredo Fofi (Direi/Ore responsabile). Alberto Rollo. Gruppo reda:ionale: Mario Barenghi, Alfonso Berardinellì. Paolo Bertinetti, Gianfranco Bettin, Francesco Binni, Marisa Bulgheroni, Marisa Caramella, Luca Clerici, Riccardo Duranti, BrunoFalcetto,PinucciaFerrari,FabioGambaro.Piergiorgio Giacchè, Filippo La Porta, Marcello Lorrai, Danilo Manera, Roberta Mazzanti, Paolo Mereghetti, Santina Mobiglia, Luca Mosso, MariaNadotti, Marco Nifantani, Oreste Pivetta, Giuseppe Pontremoli, Fabio Rodrfguez Amaya, Lia Sacerdote, Alberto Saibene, Tiziano Scarpa, Marino Sinibaldi, Paola Splendore. Collabora/Ori: Damiano D. Abeni, Adelina Aletti, Chiara Allegra, Enrico Alleva, Livia Apa, Guido Armellini, Giancarlo Ascari, Fabrizio Bagatti, Laura Balbo. Alessandro Baricco, Matteo Bellinelli, Stefano Benni, Andrea Berrini, Giorgio Bert. Lanfranco Binni, Luigi Bobbio, Norberto Bobbio, Marilla Boffito, Giacomo Sorella, Franco Brioschi. Giovanna Ca\abrò, Silvia Calamandrei, Isabella Camera cl' AIT\itto. Gianni Canova, Rocco Carbone, Caterina Carpinato, Bruno Cartosio, Cesare Cases, FrancescoM. Cataluccio, Alberto Cavaglion, Franca Cavagnoli, Roberto Cazzola. Francesco Ciafaloni, Giulia Colace, Pino Corrias, Vincenzo Consolo, Vincenzo Cottinel\i, Alberto Cristol'ori, Peppo Delconte, Roberto Delera, Paola Della Valle, Stefano De Matteis, Carla de Petris, Piera Detassis, Vittorio Dini. Carlo Donolo, Edoardo Esposito, Saverio Esposito, Doriano Fasoli. Giorgio Ferrari, Maria Ferretti, Antonella Fiori, Ernesto Franco, Guido Franzinetti. Giancarlo Gaeta, Alberto Gallas, Roberto Gatti, Filippo GentiIoni, Gabriella Giannachi, Giovanni Giovannetti, Paolo Giovannetti, Giovanni Giudici, Bianca Guidetti Serra, Giovanni Jervis, Robe,10 Koch, Gac\ Lerner, Stefano Levi della Torre, Emilia Lodigiani, Mimmo Lombezzi, Maria Maderna, Luigi Manconi, Maria Teresa Mandalari, Bruno Mari, Emanuela Martini, Edoarda Masi, Paolo Mattei, Roberto Menin, Mario Modenesi, Renata Molinari. Diego Mormorio, Antonello Negri, Grazia Neri, Luisa Ore! li, Alessandra Orsi, Maria Teresa Orsi, Armando Pajalich, Pia Pera, Silvio Pen-ella, Cesare Pianciola, Guido Pigni, Giov..inni Pillonca, Pietro Polito, Giuliano Pontara, Sandro Portelli, Dario Puccini. Fabrizia Ramondino, Michele Ranchetti, Luigi Reitani, Marco Revelli, Alessandra Riccio, Paolo Rosa, Roberto Rossi, Gian Enrico Rusconi, Nanni Salio, Domenico Scarpa, Maria Schiavo, Franco Serra, Francesco Sisci, Piero Spila, Antonella Tarpino, Fabio Terragni, Alessandro Triulzi, Gianni Turchetta, Luigi Vaccari, Federico Varese, Bruno Ventavolì, Antonella Viale, Emanuele Vinassa de Regny, Itala Vi van, Gianni Volpi. Segreteria di reda:ione: Serena Daniele Progerto grqfìco: Andrea Rauch Fotoc0111posi:io11e: ShaKe - Te\. e Fax 02/58317306. Ammi11istra:io11e e ahhonamenti: Daniela Pignatiello - Tel. 02/66990276 - Fax 02/66981251. Hanno comrihuito alla prepara:iu11e di questo 11umero: Michele Neri, Maria Profili, Marco Antonio Sannella, Marco Tarchini, Barbara Verduci, le agenzie fotografiche Contrasto, Effigie, FarabolaFoto e Grazia Neri. EdilOre: Linea d'ombra Edizioni srl - Via Melzo 9 20129 Milano - Tel. 02/29514532 Fax 02/29514522 Di.wrih. edicole Messaggerie Periodici SpA aderente A.D.N. - Via Famagosta 75 - Milano Tel. 02/8467545-8464950 Dis1rih. /it,rerie PDE - Via Tevere 54 - 50019 Sesto Fiorentino - Tel.055/301371 Stampa Grafiche Biessezeta Sri - Via A. Grandi 46 - 20017 Mazzo di Rho (Ml) - Te\. 02/93903882 Fax 02/93901297. LINEA D'OMBRA Iscritta al tribunale di Milano in data l8.5.87 al n. 393. Dir. responsabile: Goffredo Fofi LINEDA'OMBRA anno XV febbraio 1997 numero 122 IL CONTESTO 4 5 6 8 72 Alberto Rollo Mimmo Lombez:i Associazione Laminarie Norbert Bensaid 31 Maria Nadotli 32 Goff-i·edo Fqfi 34 Bernardo Bertolucci 35 Enrico Ghe::i 36 Paolo Rosa GEOGRAFIE LEffERARIE 12 Jeffery Penti Chan 17 HanifKureishi 21 Emi! Tode 24 Santina Mobiglia CONFRONTI 38 Vittorio Giacopini 41 Serena Daniele 41 Andrea Cortei/essa 43 A/berlo Sai bene 44 Maria Nadolli 46 Emanuela Martini 48 Alberto Rollo 50 Jaime Riera Rehren INCONTRI 52 Marsha/1 Berrnan 54 Edward Goldsmith 58 60 63 66 70 POESIA Paolo Mattei Anne Sexton Ken Saro-Wiwa Leonardo Treviglio Giancarlo Sissa Contro lo spreco 1 situazionisti di Belgrado La morbida macchina A Mostar, a Mostar L'osceno Taormina Arte 1996 In spoglio regime di verità Cinema contro Fin du siècle,.fin du cinéma La poetica del desiderio Cinema dell'esperienza Il paradosso della semplicità a cura di Scilla Finetti Il difficile mestiere di amare a cura di Paolo Mattei Una civiltà esausta a cura Serena Daniele Tra religione e politica La trincea morale La scuola a stile intollerante Una vaga attitudine a narrare Una lezione di giornalismo Diari di bambine vere e inventate Mike Leigh innamorato della "gente" La famiglia contaminata La passione di José Donoso L'aspirazione alla felicità a cura di Filippo La Porta La modernità insostenibile a cura di Francesca Bartellini Anne Sex ton, la poesia di lusso Poesie Anche questa Nigeria From Prima della Tac La copertina di questo numero è di Mario Addis Abbonamento annuale: ITALIA L. I00.000, ESTERO L. 120.000 a mezzo assegno bancario o e/e postale n. 54140207 in1es1a10a Linea d'ombra o tramite caita di credilo SI (si veda il tagliando a pagina 2). I 111a11oscri11i011•e11go11re0s1i1ui1iS. i pubblicano poesie solo su richies/a. Dei tes1i di cui 1101s1iamo in grado di rintracciare gli avenli dirilto, ci dichiariamo proni i a o/temperare agli obblighi rela1ivi.

CONTROLOSPRECO Alberto Rollo Mi piacerebbe porre delle domande elementari prendendo le mosse da qualcosa che somiglia più a una sensazione che alla trama di un pensiero. La sensazione è quella, fastidiosa, di una minaccia diffusa in tutte le aree di quello che una volta veniva chiamato ceto intellettuale (al quale appartengono anche i collaboratori di questa rivista). La minaccia dello spreco. Spreco di intelligenza, di facoltà di studiare e capire. Non che manchino le occasioni per esercitarla, l'intelligenza. Non che manchi chi ne faccia sentire il peso, il gioco, l'acutezza. Non che manchino i luoghi in cui è richiesta, coltivata, pagata. Eppure i conti non tornano. Ci troviamo a condividere una sazietà spaventata e un po' colpevole, la continuità di un benessere ingiustificato. Lo spreco continua. Si legge molto, si scrive molto, si commenta molto. E anche molto si polemizza. E tuttavia non c'è prodotto intellettuale, creativo, di testimonianza e ricerca che non si lasci dietro un sentore di reperto corruttibile. Paradossalmente l'unico ambito che ha ancora qualche saldezza è il gusto : non - attenzione - la facoltà di crearlo o di forzarlo ma il dovere di dimorarci, rispondendo al piacere o al dispiacere, affinando gli strumenti per percepirne le oscillazioni di massa. L'ambito del gusto è salvo dallo spreco perché obbedisce ai criteri - rozzi ma funzionali - del mercato. Scriveva Fortini nel 1968 introducendo un suo non dimenticato libriccino Ventiquattro voci per un dizionario di lettere: "Quasi mai mi ero figurato di guadagnare con la letteratura e che mi si pagasse per quel che veramente pensavo. Altro punto notabile che mostra finò a che punto avessi subito antiche chiacchiere sulla missione dell'intellettuale. Un tempo, forse cento o duecento anni fa, non erano state chiacchiere. In molte parti del mondo non lo sono neanche oggi. Da noi però le ripetono quasi sempre quelli che, gli intellettuali, desiderano lusingarli per derubarli o asservirli. Ma conoscere le regole del gioco vuol dire osservarle. L'ignoranza della legge non è ammessa; anzi dovrebbe comportare conoscenza e rigida difesa del proprio valore di mercato, attitudine a contendere per il soldo con competenza sindacale e avarizia, a pretendere anticipi, liquidazioni, rendiconti". Gli intellettuali - tutti - hanno imparato sin troppo bene a osservare queste leggi. Allo spreco di cui siamo protagonisti e testimoni corrisponde una spiccatissima conoscenza del "contratto", una non occasionale sapienza della gestione dell'intelligenza e del talento. L'osservazione delle regole è di fatto una delle "conquiste" di questa secentesca fine di secolo. Conquista che - a conferma di uno "spirito" neobarocco - fa convivere il richiamo alla regola e il caos, l'esercizio delle norme (di alcune norme, in realtà, tutte implicite nella macchina del mercato) e l'erraticità della parola e delle idee, anche quando prendono voce da un contesto di forte coerenza morale. Piuttosto che fare cultura si direbbe che chi è tradizionalmente deputato "a farla" lavori in finti universi separati, malcontento di appartenervi ma rassegnato a dimorarvi. Non abbiamo bisogno di altri specialismi. Le tecnologie della comunicazione ci hanno definitivamente convinto che quanto più arriviamo lontano, quanto più guadagnamo in simultaneità e in velocità tanto più le distanze si acuiscono, diventano più tragicamente percepibili. E allora? Forse è necessario mettersi "umilmente" in ascolto del caos sociale, certo, ma anche del caos interiore, del caos professionale, del caos che rischiamo di confondere come residuo tollerabile di libertà. La cavità, il non-luogo occupato dal ceto intellettuale rimanda di volta in volta il rintocco sordo dell'aziendalismo editoriale, quello un po' isterico e arrogante delle redazioni di giornali, quello discontinuo ma tendenzialmente stonato del!' accademia: si aggiunga il frastuono dei liberi battitori che - oggi sub specie narratori - vagolano fra questi tre ambiti senza creare altra aggregazione che non sia quella "di categoria" (fatta anche, mi risulta, di amichevoli consuetudini, di complicità "di banda", che tuttavia non incidono sulla cacofonia dell'insieme). La "lingua" leghista è quanto di più lontano dalla lingua in· cui ci piace riconoscerci ma è parlata da gente che sa bene o stima di sapere bene (che ideologizza, insomma) che cos'è un bene collettivo - quantomeno quello del microcapitalismo. Quando c'è chi, semplicemente percorrendo l'autostrada da Treviso a Milano, s'accorge che nel giro di vent'anni il paesaggio geograficoeconomico è profondamente cambiato e dice di poter facilmente capire il leghismo e che cosa difende, è altrettanto possibile comprendere come l'altro paesaggio italiano sia tutto immerso in una sovrana confusione di stimoli e di bisogni. Una confusione che produce "circostanze", quelle circostanze che "ancora una volta hanno modificato le menti degli uomini con più forza dei propagandisti letterari propriamente detti" (così scriveva Aldous Huxley nel 1936 a proposito del nazionalismo imperante). La cultura "delle circostanze" è sempre passiva e la passività ha bisogno, per definizione, di rassicurazioni, di consolazione, di baby-sitting. In tal senso è andato il "buonismo" veltroniano. E forse anche il successo letterario di Susanna Tamaro. Ma poi? Non esiste insomma una comunità intellettuale (non più di quanto esista una "comunità" politica). L'assenza di una zona franca fra le professioni e l'esercizio intellettuale esclude qualsiasi forma di "verifica in comune". In fondo quel sentore di amichevolezza che gira fra la generazione più giovane di scrittori la dice lunga sul bisogno di stabilire contatti, di unificare forze, di presentarsi insieme. Contro lo spreco non è necessario, a mio avviso, reclutare dei bravi economizzatori, e magari optare per il silenzio. Sono convinto che nelle forze intellettuali dell'editoria, in quelle dell'accademia e del giornalismo ci siano potenzialità immense. Credo che ciascuna di quelle forze - e anche quelle dei "battitori liberi" - debba sapersi porre le domande: faccio cultura? a che cultura appartengo? di quale cultura voglio essere veramente responsabile? Sono domande, queste, che si possono declinare - tanto sono "semplici" - solo a partire da una necessità di "verifica in comune" che superi la parodia degli sporadici convegni a cui gli intellettuali sono chiamati e rompano innanzitutto i bastioni professionali. Si tratta di cominciare a descrivere e a descriversi, di partire da severi "ritratti dal vero". L'autosociologia dello spreco esige un po' di realismo dickensiano, e un po' di immaginazione surrealista. Si tratta di una verifica cruciale ma gli editori - che meglio incarnano la contraddizione cultura-mercato, che più sono coinvolti nella gestione del narcisismo d'autore, che più si trovano a misurare aderenze e scollamenti rispetto al gusto - hanno i numeri per farla. Anche una rivista come "Linea d'ombra" può farlo, se non altro perché aduna nel suo comitato redazionale editor di case editrici diverse, giornalisti di testate diverse, accademici trasversali. Ma "Linea d'ombra" è già una zona franca, un generoso tentativo di modellare convergenze. È insomma un nobile esempio di spreco. Bisogna andare oltre.

I SITUAZIONISTI DI BELGRADO Mimmo Lombezzi "È guasta" dice un cartello troppo dettagliato sul cofano di un'auto abbandonata in mezzo alla Terasje l'arteria principale di Belgrado; "Si è rotta la guarnizione dell'olio", "Aspettiamo il meccanico!" dice un altro, mentre un cartone balneare per proteggere il cruscotto dal sole chiede aiuto in inglese: Po/ice Help! ... In piazza della Repubblica a pochi passi dalla spada di bronzo di Mile Obrenovic che fermò le orde ottomane, un poliziotto cerca di governare la marea di metallo strombazzante, poi scompare fra due tram. Arrivano da lati opposti innocenti come quinte teatrali poi si bloccano. Lo spettacolo dell'ordine pubblico sembra finito così come quello del! 'ordine socialista. Nelle auto centinaia di facce sorriDA BELGRADO/LOMBEZZI 5 denti applaudono il caos che stanno costruendo insieme, mentre le mani degli autisti pestano sui tamburi dei clacson non per passare, ma per fare ancora più casino. Dai finestrini dei due tram, i pensionati osservano sbigottiti la scena più irreale che abbiano mai visto in cinquant'anni di realsocialismo. Il poliziotto lascia cadere le braccia, pronunciando le tipiche bestemmie dei Balcani: .febenti matirnu i patirnu!!, "Ma fottetevi il padre e la madre!!" Sulla "Terasje" la situazione evolve verso la follia collettiva, mentre intere famiglie spingono ridendo le utilitarie un giovane si slaccia la cinghia dei pantaloni, ne lega un estremità al parafango dell'auto, stringe l'altra estremità con i denti e si mette a trascinare il mezzo, poi si ferma e comincia a frustare l'automobile come fosse un mulo. Un uomo sui trent'anni dopo aver mimato la propria disperazione per la batteria scarica, si appoggia i cavi alle tempie e balza in aria come se fosse colpito da una forte scossa. Lo abbracciano gli amici che si ammantano di bandiere jugoslave con le quattro "S" degli slogan nazionalisti: Samo Serhina Sloga Spasavo!, "Solo l'unità salva la Serbia!" Un gruppo fa finta di gonfiare il motore in panne con una pompa da bicicletta ... un altro passeggia con le catene da neve appese al collo come collane. Fra due lunghissime file di auto in sosta sfila una marea di gente che soffia nei fischietti, trascina palloncini e percuote pentole e casseruole. Dopo le manganellate della polizia e gli scontri provocati dai Belgrado,manifestazioneantigovernativo.FotoTomislovPeternek/Sygmo/G. Neri.

6 DA BELGRADO/LOMBEZZI picchiatori del Partito socialista che hanno insanguinato il Natale il governo ha proibito le marce nel centro strada dicendo che disturbano il traffico. Il 5 gennaio però i pedoni della rivolta tornano in campo, ma come automobilisti, e "infiltrando" il traffico LA MORBIDA MACCHINA paralizzando il centro con un gigantesco ingorgo. Gli stessi dimostranti di Zajedno ("Insieme", la coalizione del partiti di op- Mimmo Lombezzi posizione) che pochi giorni prima intonavano l'inno nazionale serbo alzando al cielo le tre dita simbolo della croce ortodossa animano il più incredibile teatro di strada che sia mai visto in Europa dopo il 1968 e i "situazionisti". È la società civile che si ribella all'ultima nomenklatura socialista. Dall'altra parte c'è un regime che pur di conservarsi non ha esitato di fronte a nulla. Nel 1989 ha schierato i tank contro gli studenti, nel 1991 ha organizzato la rivolta armata dei serbi di Croazia, nel 1992 quella dei serbi di Bosnia e nel 1995, quando tre anni di sanzioni rendevano urgente far una pace qualsiasi non ha esitato a scaricare gli uni e gli altri. Oggi il muro di Belgrado oscilla sotto i colpi di una risata colossale di una specie di carnevale che nessuno riesce più a controllare e che rende impotente anche la guardia presidenziale di Milosevic, 80.000 poliziotti disposti a obbedire a qualsiasi ordine. Il potere vacilla perché nessuno più lo prende sul serio. "Guideremo lentissimi" aveva detto Yuk Draskovic, "e organizzeremo un tour di protesta lungo quelle strade in cui il nostro presidente ci vieta di marciare ..." Mentre le macchine vengono usate come scudi per marciare al centro della strada senza essere caricati dalla polizia, I'ingorgo diventa una metafora del caos scoppiato nell'ex Jugoslavia, una metafora che forse nemmeno il genio di Kusturica avrebbe saputo inventare. Alla fine entra nel gioco anche il profeta dell'opposizione, felice per la prima volta di poter scherzare, in una regione dove tutto è terribilmente serio a cominciare dalle botte che gli ha dato per ben due volte la polizia. li "Cristo" dei Balcani si accosta a un'auto in panne: "Ma come?" dice fingendosi stupito. "Non avete chiamato la polizia?" E si mette a cambiare una gomma. "Ma come è bella questa città" dice su un cartello che cita una poesia di Jova Jovanovic dedicata a Milosevic. "Qui la gente lassù un idiota" e un altro promette: "Quel tacchino orgoglioso e alla fine" ... Questa creatività, che ricorda le frange "situazioniste" del maggio francese è quasi una scelta obbligata per conservare I'attenzione dei media internazionali, l'unico scudo della protesta. La tv di stato, circonda la "primavera di Belgrado" con una cortina di silenzio o di menzogne, come le "vox populi" (molto simili a certi programmi elettorali italiani) in cui tutti parlano solo dei problemi di traffico causati dai dimostranti. A sei anni distanza dall'inizio di una guerra scatenata dalla tv il conflitto per il potere in Serbia è ancora una lotta per il controllo dei media. Una delle ragioni per cui il regime di Milosevic ha annullato la vittoria delle opposizioni in 14 comuni della Serbia è che le tv locali appartengono ai municipi, quindi sarebbero passate sotto il controllo dei suoi antagonisti e per la prima ci sarebbero state delle voci alternative a quel "partito-azienda" che Milosevic aveva costruito sin dal 1990 licenziando oltre mille giornalisti della tv di stato e sostituendoli con i suoi cani da guardia. Quando il regime ha chiuso le uniche radio indipendenti rimaste, come lndex o Radio 892, c'è stato un momento in cui l'unico legame che gli studenti avevano col mondo esterno era Internet così come accadeva a Sarajevo durante l'assedio. "Un intervista davanti ai cancelli? Non so se possiamo ... Andiamo a chiedere il permesso." L'uomo del sindacato indipendente, Dragoljub Dobrosaljevic, dimostra più dei suoi 36 anni e porta con dignità le stimmate dei perseguitati dell'Est. Con un fascio di moduli sotto il braccio e una giacca a vento stile "Lech Walesa", ma più consunta, si accosta al gabbiotto di metallo che controlla l'ingresso dell'lveco-Zastava, la Fiat dei Balcani. Un poliziotto lo guarda dall'alto al basso, facendo roteare un mazzo di chiavi. Gli altoparlanti piazzati sul cancello irradiano a tutto volume canti popolari della vecchia Jugoslavia che restano sospesi nell'aria gelata. "Mosemo ... possiamo ..." chiede Dragoljub attraverso lo spioncino: "ita/ianska televi.~ja..." La mano del guardiano abbassa la cornetta del telefono dopo aver chiesto ordini alla direzione: "Ne mose" ... dice scomparendo nel fumo della sigaretta: "nema chance". "Mi spiace non possiamo ..." dice Dragoljub voltandosi verso di noi. Vorrebbe invitarci in sede, ma solo i sindacati di regime hanno diritto a una sede. A lui è interdetto persino l'asfalto al di fuori dei cancelli. Mentre ci allontaniamo di un centinaio di metri il poliziotto ammicca un sorriso ironico e inverte il senso di rotazione delle chiavi. L'orologio del tempo torna indietro di mezzo secolo. In un paesaggio senza via d'uscita come le periferie di Sironi, il cancello musicale della fabbrica evoca immagini di lavoro coatto. "Presto sarò processato con cinque compagni" racconta Dragoljub "solo per aver convocato un'assemblea pubblica. Mi hanno accusato di aver organizzato uno sciopero illegale. E due giorni fa mentre andavo a Nish, la polizia mi ha fermato per cinque ore". Seguono storie di pestaggi, di manganelli e di intimidazioni poliziesche. Su 14.000 operai rimasti alla "Zastava", 10.000 sono in cassa integrazione, ma molti perderanno il posto con la fine delle sanzioni. La disintegrazione della Jugoslavia ha demolito come un maglio la Fiat dei Balcani, lasciando in piedi una carcassa di metallo e di cemento, dove lavorano soprattutto colletti bianchi, inchiodati al posto dalla paura e dalla miseria. In un recinto non lontano dai cancelli d'ingresso stazionano almeno quindici auto della polizia. Schiacciata dal rettangolo dell'officina che occupa tutto l'orizzonte, una vecchia operaia si allontana lentamente dalla musica marciante del cancello e cammina tenendo tra le mani una sigaretta e un foglio bianco. "Mi hanno appena licenziata", dice Darinka, "ero in cassa integrazione, ma ora le sanzioni sono finite. Non gli servo più".

"Ha famiglia?" chiediamo. "No. Sono separata. Non so proprio come farò." "È tutta colpa del sistema," dice Milan, cassintegrato a 130 dinari al mese (30.000 lire) stringendosi addosso un vecchio cappotto da riservista dell'esercito, "io non m'intendo molto di politica ma so che è il sistema che ci ha portati a questa situazione e il sistema va cambiato". "Il sindacato indipendente" diciamo, "propone uno sciopero generale ..." "Sono assolutamente d'accordo" risponde, ma intorno a lui chi ha conservato il lavoro ha paura persino delle telecamere. "Non ho tempo per la politica", risponde quasi offesa un'impiegata allontanandosi in fretta, "ho da pensare alla casa e ai figli". Ancora più duri due vecchi operai che andranno in pensione a gennaio. "Nessun commento. E piuttosto, avete il permesso per filmare?" Qualcuno agli ultimi piani del quadrilatero sta già segnalando la nostra presenza alla polizia che ci fermerà poco dopo trattenendoci per due ore: "Che cosa avete filmato? Chi avete intervistato? Scusate ma è la 'prozedura' ..." La primavera di Praga a dicembre titola "Democratja" il quotidiano dell'opposizione, ma la rivolta urbana di Belgrado non contagia né le campagne né le periferie operaie, le due fasce di popolazione che hanno offerto più vite alle guerre di Milosevic, alla marcia insanguinata della "Grande Serbia". Il termine è scomparso da tempo dai notiziari della tv di stato che non parlano quasi mai delle marce di Belgrado. Gli unici servizi ricordano certe trasmissioni elettorali italiane: "vox populi" sui disturbi al traffico e sul fastidio della "gente": "Per colpa dei dimostranti una madre ha tardato a portare il figlio all'ospedale ..." Nelle strade adiacenti al percorso del corteo polizia e vigili non fermano le auto e non le dirottano. Lasciano che si trovino la strada sbarrata e debbano fare inversione, manovrando fra risse e bestemmie, in modo da massimizzare l'irritazione degli automobilisti, che viene subito raccolta, dalle telecamere della "Serpska Televisja", l'unica che arriva in provincia. Nell'inferno minerario di Bor, un girone di vecchie miniere e di nuove discariche dove il cancro ha fatto più vittime della "Grande Serbia", la pressione della polizia sugli operai è capillare. Gli telefonano a casa, uno per uno: "Se scioperi sarai immediatamente licenziato ..." Un giornalista inglese racconta di essere stato accompagnato alla sede dell'opposizione da un uomo che si copriva la faccia a con il bavero del cappotto per non essere identificato dalla polizia. Il carnevale politico che assedia Milosevic è sempre più festoso e "situazionista", ma finisce alle porte di Belgrado. La provincia è una prigione di popoli e di classi sociali, che il regime ha gestito da sempre come mandrie di ostaggi e riserve di carne da cannone. Gli ultimi, sono i profughi serbi di Croazia e di Bosnia, le vere vittime delle guerre di Milosevic, 530.000 fantasmi che sopravvivono ormai fuori dalla cronaca e dalla storia. La fame ne uccide quattro ogni giorno. Vivono in un limbo di miseria e di paura, senza cittadinanza, senza diritti e senza futuro. "Stiamo diventando tutti vegetariani", dicono nelle baracche di "Asfaltna Basa", una fabbrica di catrame trasformata in centro di accoglienza a un'ora da Belgrado "Non mangiamo carne da quindici mesi ..." Dopo che l'offensiva croata li ha spazzati via dai loro villaggi nell'estate del 1995 Milosevic li ha prima dispersi per tutta la Serbia, poi li ha rimossi. "Cosa pensate degli avvenimenti di Belgrado?" DA BELGRADO/LOMBEZZI 7 "Guardiamo la televisione", rispondono, "non sappiamo più a chi credere". Quelli che sperano di ottenere la cittadinanza serba hanno paura di parlare ma più della metà vorrebbe tornare in Croazia. Nel Sud-Est della Krajna, però, dove le milizie di Martic commisero i peggiori massacri, la presenza dei serbi è bandita per sempre. "La Grande Serbia non è mai stata il mio sogno" dice piangendo un vecchia contadina di Benkovaz. "lo vivevo benissimo con i croati. È stata tutta colpa degli estremisti, serbi e croati." Accanto alle baracche, dove dormono in quattordici per stanza, arrugginiscono i trattori che servirono alla più grande migrazione in massa di tutta la guerra. Li hanno coperti di plastica, come se da un momento al l'altro dovessero rimetterli in moto per tornare a casa. Belgrado.FoloTomislavPelernek/Sygmo/G.Neri.

8 DA MOSTAR/TEATRO A MOSTAR,A MOSTAR Associazione Laminarie Dopo quattro anni di interruzione causata dalla guerra, si è svolta a Mostar, dal trenta agosto al tre settembre 1996, la diciassettesima edizione del festival internazionale Pozorista autorske poetike "Dani TeaIra Mladih". Durante il festival si sono tenuti due laboratori ai quali hanno partecipato, oltre alle compagnie ospiti, attori belgi, sloveni, polacchi e bosniaci. Le rappresentazioni si sono svolte all'interno dell'"Omladinski Centar", all'ex "Hotel Ruza", al "Pacina u starom gradu" e in spazi all'aperto. Il programma del festival comprendeva compagnie provenienti da Bosnia (Mostarski Teatar Mladih, Lutkarsko Pozoriste Mostar), Spagna (Les Balcaniques), Austria (Vis Plastika), (ASusa F), Italia (Laminarie). La compagnia Laminarie è composta da Febo Del Zozzo, Bruna Gambarelli e Fabiana Terenzi e opera dal 1994. Una parte dell'attività delle Laminarie, oltre alla produzione dei propri spettacoli, è rivolta allo studio e alla ricerca teatrale in campo infantile e adolescenziale. li ventidue agosto, grazie alla presenza in Italia del regista bosniaco Hamica Nametak, abbiamo saputo che l'organizzazione del festival di Mostar era interessata a ospitarci con il nostro spettacolo. Le comunicazioni con gli organizzatori sono state molto difficoltose, la linea telefonica è continuamente interrotta, risulta difficile anche l'invio dei fax. Siamo partiti dopo aver svolto le pratiche doganali, sostanzialmente senza saper dove e come avremmo replicato la rappresentazione, né in quali condizioni. Non sapevamo dell'esistenza di questo festival, nonostante la massiccia presenza di italiani a Mostar Ovest: le notizie sul1 'attività culturale di questa città in Italia non arrivano. Sia durante le fasi di emergenza, sia ora, nella fase di ricostruzione della città, la Cooperazione italiana e l'Ics hanno svolto un ruolo preponderante, se confrontato con l'attività di organizzazioni simili di altri paesi europei. Ci sembra strano, però, che ali 'efficienza nell'organizzazione degli aiuti umanitari, non corrisponda un passaggio di informazioni su ciò che sta succedendo, non solo culturalmente, a Mostar. Rispetto ai gruppi teatrali provenienti dagli altri paesi, che da più di un anno lavorano, in collaborazione con gli operatori di Mostar, per realizzare la nuova edizione del festival, noi sembravamo arrivati per caso (si può arrivare per caso a Mostar?). Nessun giornale italiano ha dato notizia di questo festival, anche dopo il nostro ritorno i tentativi per trasmettere informazioni sul festival sono stati vani. Perché? Da quattro anni la guerra continua ad appa1tenerci solo attraverso immagini e resoconti giornalistici. Abbiamo conosciuto, digerito ed espulso il problema della ex Jugoslavia non sapendo effettivamente nulla di ciò che realmente è stata ed è questa guerra. Siamo consapevoli di possedere un surrogato di conoscenza composto da un'enorme mole di informazioni che, faziose o no, non siamo più in grado di leggere. Conoscere attraverso i fatti e non attraverso la loro produzione ci ha dato l'occasione di renderci conto di quanto è profonda la nostra ignoranza. Siamo arrivati a Spalato via mare, abbiamo percorso circa cento chilometri di strada costiera in territorio croato, poi, a Pioce, abbiamo cambiato direzione e ci siamo diretti a Metkovic. A Metkovic ci si lascia alle spalle lo stato croato. Allora perché, lasciando questo stato, paghi un'assicurazione di 60 marchi timbrata Croata? Si lascia la Croata, non si entra in Bosnia Herzegovina, ma in Herzeg-Bosnia, in uno stato nazionalista croato che cerca di affossare gli accordi di Dayton, erodendo alla Bosnia altro territorio, a giudicare dal numero di bandiere appese ovunque sembrano convinti nel loro intento. Pochi chilometri dopo la dogana, vediamo le prime case distrutte, interi villaggi resi al suolo e boschi bruciati. Matkovic dista circa sessanta chilometri da Mostar, durante tutto il percorso abbiamo incontrato solo battaglioni militari a piedi, carri armati e altri mezzi bellici dell'lfor. Giungiamo a Mostar entrando dalla parte Est della città. Non parlavamo da chilometri e chilometri, giunti qui però dovevamo farlo, perché bisognava trovare la strada per giungere all 'Omladinski Centar, dove ci aspettavano i ragazzi del festival. Eravamo come "insaccati", non riuscivamo ad essere come si è di solito, cioè scendere dall'auto e chiedere informazioni, il contesto ci aveva assorbito. Percorriamo la strada principale della città, le case che la costeggiano sono completamente distrutte; non rase al suolo, distrutte con accanimento da cecchino che deve sparare lì fino a erodere ogni centimetro. 1 palazzi mantengono il loro scheletro architettonico, si intuisce che la città era bellissima. Adesso vogliamo capire tutto e subito, nello stesso tempo siamo così turbati da rimanere immobili. Si accavallavano, per la prima volta e in modo molto lucido, domande alle quali c'era il tempo di rispondere o forse alle quali era meglio non rispondere. li primo pensiero è stato: perché siamo qui? Dopo aver chiesto informazioni a qualche persona, riusciamo ad arrivare all'Omladinski Centar. In quel momento ci sembrò strano che questo centro avesse sede in uno stabile appena costruito, bianchissimo, con uffici, telefoni, fotocopiatrici e computer e sale nelle quali si tengono corsi di danza, di recitazione, di inglese, di informatica. Scarichiamo la scenografia con l'aiuto di alcuni ragazzi bosniaci e veniamo accompagnati nella casa dove dormiremo. L'accoglienza è gentile e soprattutto molto organizzata. Le strade, su cui si affacciano bar con musica ad alto volume, sono piene di persone. A cena cerchiamo di capire quali sono le motivazioni del festival, vogliamo sapere quali sono i gruppi che vi partecipano e molte altre cose, quando distinguiamo nettamente un'esplosione, ci guardiamo intorno, vediamo solo un attimo di esitazione poi tutto riprende come prima. Noi invece abbiamo paura e non riusciamo né a nasconderla, né a continuare a mangiare. I nostri ospiti cercano di tranquillizzarci, ci invitano a continuare a mangiare, altrimenti saranno costretti a chiedere, per noi, agli abitanti di Mostar Ovest, di buttare granate solo dopo cena. Durante tutti i giorni della nostra permanenza sentiremo esplodere altre granate, una nel pomeriggio a pochi metri dal1 'Omladinski, sul viale, confine che divide la città in due parti. A Mostar esiste una netta separaiione fisica tra le persone di cultura croata, che vivono a Ovest, e quelle di cultura musulmana, che vivono a Est. Siamo andati solo una volta a Ovest, era l'ora di cena, la polizia ci ha fermato e controllato i documenti. Le strade erano deserte e buie, la gente vive in casa con le imposte abbassate. Le case e i palazzi non sono stati molto danneggiati rispetto alla parte Est della città. La tensione tra Est e Ovest, le esplosioni, la militarizzazione, le stesse case distrutte man mano ci diventano abituali. Nei giorni successivi al nostro arrivo il pensiero della guerra sarà, anche se sempre presente, in secondo piano. Ci infastidisce

BelgradoFotoTomislavPeternek/Sygma/G.Neri. dover ammettere che, dopo lo shock iniziale, ci siamo abituati a Mostar. Siamo coinvolti nel vero clima della città. li contesto di Mostar è più forte della sua immagine. I volti delle persone che si incontrano sulle strade comunicano energia, Mostar è una città in cui si intrecciano relazioni umane per strada. Questa stessa energia l'abbiamo trovata all'Omladinski Centar. Questo centro è gestito da ragazzi (il più vecchio fra loro ha 28 anni) che si sono assunti, in collaborazione con alcuni gruppi teatrali, la responsabilità di organizzare e gestire completamente il festival. Questa edizione del festival risponde quindi a una forte esigenza di riportare a Mostar il teatro. (Prima della guerra l'attività culturale, e in particolare quella dei teatri di Mostar, era molto intensa.) In pochi giorni, durante il festival, sono nati progetti per il futuro teatro di Mostar, scambi tra le compagnie ospiti, lavori di gruppo tra attori austriaci, polacchi, spagnoli e mostarini. Tutti gli spettacoli del festival sono stati visti da moltissimi spettatori, gli stessi che si fernrnvano poi al centro per partecipare agli incontri che seguivano gli spettacoli. Durante questi incontri i DA MOSTAR/TEATRO 9 componenti delle compagnie, che avevano rappresentato il loro lavoro, venivano interrogati sui motivi del loro fare in modo esplicito, senza frasi di circostanza, a volte criticando in modo diretto le scelte delle compagnie. Tra le compagnie ospiti e il pubblico il confronto è stato interessante e chiaro. C'è stata una grande collaborazione anche durante le fasi di montaggio e smontaggio delle scenografie. La stessa forza e radicalità che si vede nei mostrini l'abbiamo ritrovata negli spettacoli bosniaci, la potenza dei corpi e dei volti degli attori era molto incisiva e presente sulla scena. li festival è iniziato la sera del trenta agosto con lo spettacolo bosniaco Pax Bosniensis della compagnia Mostarki Teatar Mladih, in scena venti attori e attrici che visualizzavano, attraverso movimenti corporei, dinamiche inerenti alla guerra. Nell 'incontro successivo allo spettacolo, la drammaturga Ljubica Ostojic, ha affermato che questo spettacolo ha per gli attori una importante valenza terapeutica in quanto, probabilmente, la maggior parte di essi ha assistito a uccisioni o ha ucciso a sua volta. Il secondo lavoro bosniaco Jedno Putovanje Kroz Teatar è stato allestito in una grande grotta al centro di Mostar: il regista Hamica Nametak, ha lavorato con attori di 17-18 anni. Gli attori si muovono sulla scena con gesti non evidenti ma precisi, trasmettono al pubblico una forza che non è di impatto, ma è avvolgente, non scadendo mai nella recita. All'ex Hotel Ruza si è svolto uno spettacolo di Teatrasca Radionica dal titolo Podrum con attori giovani della parte Est e Ovest della città. La compagnia spagnola "Les Balcaniques" ha messo in scena un poema epico del1'autore Alberi Herranz. Non siamo riusciti a vedere gli altri spettacoli perché eravamo impegnati all'allestimento del nostro. La caratteristica di questo festival è stata la compressione dei tempi: gli spettacoli si susseguono e gli incontri delle compagnie con il pubblico erano molto a ridosso delle rappresentazioni e duravano a lungo. C'era la necessità di trovare momenti comuni tra le compagnie per discutere, senza conformismi, del proprio lavoro e per confrontarsi sui progetti futuri. Hamica Nametak ci ha invitato a realizzare, insieme agli attori della sua compagnia, un laboratorio teatrale, nel quale stabilire una relazione prolungata e articolata nel tempo tra noi e i ragazzi, creando un contesto di relazioni umane orientato all 'attività teatrale. Il nostro ritorno a Mostar è previsto verso la fine di novembre. Svolgeremo, per un periodo di circa quindici giorni, la prima parte del laboratorio teatrale. In seguito ci recheremo a Sarajevo e a Tuzia: cercheremo la realtà teatrali di questa città. Per noi ora è importante tornare. La natura del nostro desiderio di ritornare può essersi determinata dal confronto con la desolante situazione del teatro "di ricerca" italiano, stagnate, arroccato nei suoi circuiti e sottocircuiti, predeterminati chissà quando e da chi, oppure, dall'egoistica necessità di sfruttare I'energia che trasmette questa città, nella quale la cultura ha un ruolo di rilievo. (Basti pensare che stanno già ricostruendo scuole, teatri, conservatori e musei.) Nell'ultima sera del festival, una giuria composta da intellettuali di Sarajevo ci ha assegnato il premio "Mravac" "per il coraggio, per la ricerca non compromessa, per l'alta concentrazione e per la fede nel teatro". Queste parole descrivono con precisione coloro che hanno voluto fortemente questo festival: segnale importante dell'attività culturale di Mostar, ma soprattutto centro intorno al quale si concretizzano progetti artistici veri. Associazione Laminarie Via L. Yestri, 8 40128 Bologna

10 Copertinadel volume The Coming Man di P.P.Choy,L.Dong,M.K. Horn.

SCRITTORE DI RAZZA JEFFERYPAULCHAN EL'IDENTITÀCINOAMERICANA a cura di Scilla Finetti Lo scrittore cinese americano Jeffery Pau/ Chan è nato a Stockton, California nel 1942. Vive a Faùfax con la moglie Janis Fischer, saggista e regista di teatro, e ha due figli ormai grandi: la maggiore, Jennife1; insegna inglese in Cina e Aaron Bear studia teatro a Seattle. Jefl Chan insegna letteratura asiatica americana alla California State University di San Francisco, dove dirige il programma di Asian American Studies. Ha fondato con altri scrittori asiatico americani il Combined Asian American Project, che ha l'obiettivo di documentare la contrastata vicenda del/' immigrazione asiatica in America e di valorizzarne e divulgarne la letteratura. (Eccezionale da questo punto di vista è il bel libro di Philip P. Choy, Lorraine Dong, Mar/on K. Hom Coming Man. 19th Century American Perceptions of the Chinese, Joint Publishing (H.K.) Co.Ltd. 1994, che ricostruisce attraverso le illustrazioni dei giornali cieli'epoca il modo con cui la stampa americana considerò e descrisse i cinesi.) Je.ffChan è uno scrittore arrivato alla letteratura attraverso i multiformi e convulsi percorsi di ricerca, tipici della generazione che ha vissuto la contestazione studentesca del 1968. Ventenne, va al 'Università di Barcellona afare il lellore d'inglese e a studiare la cultura spagnola. Ritornato in patria si laurea in scien:e politiche, insegna al San Francisco State College, seguendo al tempo stesso un corso di creative writing. Intanto si interessa anche di fotografia, collabora a programmi di creative art con la rivista "Ramparts" e studiafolklore. Comincia in questo periodo a pubblicare saggi e racconti per "Yardbird Reader", "West", "Amerasia Journal" e altri periodici. Collabora come critico teatrale al/' "lndipendent Journal" di San Francisco e il suo lavoro teatrale Bunny Hop è rappresentato a Los Angeles dalla compagnia East!West P/ayers. In questo lavoro e nei suoi primi racconti Auntie Tsia Lies Dying ( 1972) e Jackrabbit ( 1974) l'esperienza dell'isolamento umano e culturale delle comunità cinesi americane trova un' inedita espressione e apre nuove strade alla produzione lelleraria di queste etnie. Nel /974 esce la prima antologia di scrittori asiatici americani ( AJII EEEEE An Anthology of Asian American Writers, Howard University Press, Washington D.C.) con una prefazione di Jefl Chan, Frank Chin, Lawson Fusao lnada e Shawn Wong, che, respingendo gli stereotipi bianchi della "model minority" e rivendicando orgogliosamente/' "americanità" di questa letteratura, rappresenta il manifesto della riscossa asiatica mericana. È su questa antologia che Chan pubblica il racconto The Chinese in Haifa ( "Linea cl' Ombra", anno Xli, luglio/agosto /994, n. 95) attraverso il quale l'autore riesce, con grande spregiudicatezza, ad allargare i confini di una r(flessione sulle problematiche che emergono dal vissuto delle minoranze etniche. Per la seconda antologia che esce nel 1991 (The Big AIIIEEEE An Anthology on Chinese American and Japanese American Literature, Penguin Books, New York) Chan scrive JefferyPoulChon. ancora Cheap Labour, un racconto ambientato in un accampamento di lavoratori a contratto alla vigilia della seconda guerra mondiale; e infine Sing Song, Plain Song e Eat Everything Before You Die. La c(fi·a che contraddistingue lo stile di Chan è la precisione del dettaglio: attraverso di esso/' autore riesce a trasmettere sostanza e contorni dell'ambiente, delle atmosfere, degli stati d' animo. E benché questa analisi dei particolari minimi sia portata avanti con accurato realismo, la struttura in cui sono immessi porta i segni del paradossale eppure coerente costruirsi dei sogni. Questa tessitura, realistica e onirica al tempo stesso, fa da filtro al messaggio affettuoso, seppur disincantato dell'autore, che si tiene lontano sia dalla visionaria trasgressivitcì di 1111 Frank Chin che dalle suggestioni eclettiche di una Kingston. Particolarmente acuto e lungimirante è lo sguardo che Chan dirige sulle minoranze etniche, interrogandosi sul loro futuro e r(flettendo sui limiti delle loro pur giuste rivendicazioni. Il tempo che ci sta alle spalle, e che tutto pareggia, sembra aver gellato una patina sulle rivendicazioni primitive e rende urgente la ricerca di nuovi sbocchi e di scambi più fecondi.

12 GEOGRAFIELETTERARIE/CHAN Jeffery Paul Chan .. ILPARADOSSODELLASEMPLICITA Incontro con Scilla Finetti Jejj; vorresti raccontarci la storia della tuafamiglia, quando si è stabilita in California e come è stata la loro esperienza di immigranti? Volentieri. La storia della famiglia di mia madre è quella che conosco meglio. Il padre di mia madre era un erborista e iniziò questa attività a San Francisco intorno al 1907, poco dopo il terremoto. Sua moglie, che aveva i piedi fasciati, e le due figlie riuscirono a entrare in California prima dell'ultimo Exclusion Act del 1924. Mia madre era la quinta di sei figlie nate una dopo l'altra; poi vennero tre fratelli. Una sorella morì adolescente, ma tutti gli altri vissero oltre gli ottant'anni, salvo mia madre che morì di cancro a quarant'anni. Per proteggere la famiglia dalle cattive abitudini della "società degli scapoli", mio nonno allevò i suoi figli nella religione cattolica. Tutti furono battezzati nella Chiesa di San Pietro e Paolo di Chinatown da preti italiani immigrati e i fratelli nati in America frequentarono un liceo cattolico. Solo il minore però fece l'università. Ovviamente in questa famiglia la preferenza data ai maschi rispetto alle femmine era grande: le figlie subivano un trattamento ingiusto sia per le aspettative riguardo agli studi sia per la divisione del lavoro in casa e persino nella divisione delle proprietà. Pensa che quando mia nonna morì nel 1955 solo i maschi ne ricevettero l'eredità. Le figlie venivano sempre considerate le mogli di "altre famiglie". Mia zia Esther, che è morta l'anno scorso, si lamentava spesso apertamente di questa ingiustizia; nello stesso tempo però le faceva molto piacere stare vicina ai fratelli. Amava ripetere questo concetto: "La Chiesa ci insegna a perdonare, ma la divinità ci insegna a non dimenticare mai". (L'ho persino usato in un racconto.) La storia di mio padre, invece, è molto più oscura. Lui mi parlò dei suoi genitori solo due volte. Dai suoi pochissimi ricordi d'infanzia, so che è nato e cresciuto vicino a Carson City nel Nevada, dove suo padre, che era anche un giocatore d'azzardo, lavorò come addetto alle pulizie delle carrozze ferroviarie, e per un po' gestì un ristorante e una piccola pasticceria vicino alla Stewart Indian School, che adesso è un carcere. Sembra che dopo la scuola elementare venisse affidato alle cure di una donna americana nubile. Poco prima di morire mi raccontò qualcosa: mi disse che il padre riapparve improvvisamente il giorno della sua licenza liceale a Carson City (forse nel 1937) e lo portò a comprarsi delle scarpe e il suo primo vestito. Poi, da certe fotografie di un album che lui conservò fino alla morte di mia madre, da quelle dei suoi matrimoni successivi, dai ritagli di giornale riguardanti la sua carriera atletica durante il liceo, parlando con i suoi compagni di scuola del Nevada cinquant'anni dopo, scoprii perché non voleva parlare del suo passato sembra che suo padre avesse commesso qualche reato e fosse stato deportato o comunque se ne fosse ritornato in Cina di sua volontà prima della seconda guerra mondiale. Ma il fatto più interessante di cui sono riuscito ad avere conferma riguarda sua madre, che era figlia di un cinese che aveva vissuto a Denver, Colorado ( 1890-95 circa) e di una nativa americana probabilmente della tribù Ute. Questa tribù, di cui esistevano due rami, scomparve nel periodo successivo alla guerra di Secessione quando tante tribù furono spinte a morire nel punto più occidentale del loro esilio, in Colorado e nella Utah meridionale. Ho cercato di rintracciare questo legame con la tribù Ute, ma la loro organizzazione mi ha comunicato che i loro archivi partono solo dal 1936. So che una donna con lo stesso nome fu multata per la violazione del domicilio coatto e viene descritta come una prostituta occasionale. Questi fatti e un accenno fatto da mio padre sulla sua capacità di maneggiare ferri da stiro pesantissimi quando lavorava nella sua tenda lavanderia sulle rive del Lago Tahoe in Nevada, mi ha fatto pensare che probabilmente era davvero una prostituta. Nelle regioni del Nevada dove viveva la sua famiglia, la prostituzione era ed è tuttora frequente e legale. Ho usato tutte queste circostanze sia nel mio racconto Jackrabbit sia nel lavoro teatrale Bunny Hop; però li ho scritti entrambi prima di cominciare delle ricerche. Tra parentesi, io e mio padre restammo senza parlarci dal 1967 al 1975, quando, come gesto di riconciliazione, lui venne con la sua terza moglie a vedere Bunny Hop a Los Angeles. Dopo la rappresentazione, venne a stringermi la mano, quindi salutò e se ne andò. Poi, nel 1989, chiese di vedermi. Aveva avuto un infarto e capiva che la sua ora era vicina. Vide i miei figli per la prima e unica volta in quell'occasione e mi disse che era stato molto colpito da quello che avevo scritto, che ci si riconosceva e che avevo indovinato giusto. Fu tutto. Morì pochi mesi dopo. Chiesi a sua moglie se aveva conservato qualcosa della sua infanzia o della mia. E lei mi rispose che aveva distrutto e gettato via tutto prima del loro matrimonio. Non aveva tenuto niente del suo passato. C'è anche un altro lato di mio padre di cui vorrei parlare: da quando se ne andò dal Nevada fino alla seconda guerra mondiale, fece il camionista per un'impresa ortofrutticola, la China Grocery Stores di San Francisco. Gli amici che lo conobbero in questo periodo si ricordano di lui come un tipo "Wild West". Quando arrivò, non parlava cinese, solo inglese. Poi nel 1946, decise di andare al! 'Università di Berkeley, si iscrisse alla Dental School e nel 1951 prese la laurea di dentista. Guarda che mi sono spesso imbattuto in storie come quella di mio padre. Non era affatto raro che gli immigrati cinesi della frontiera sposassero donne native: erano entrambi staccati dalle culture originali e così in questa diaspora riuscivano a trovare conforto e sostegno. I figli che nascevano da questi matrimoni erano odiati e avrebbero trovato poco sostegno nella società bianca. Ma mio padre e altri come lui trovarono protezione in quei cristiani dotati di forte personalità, che li allevarono e diedero loro un'educazione. Una volta che chiesi a mio padre perché era venuto a San Francisco dopo il liceo, mi rispose che la donna che l'aveva allevato gli aveva detto che non poteva più stare con lei, che era tempo per lui di tornare tra la sua gente. Ho un fratello che ha otto anni meno di me; è sposato, ha un figlio e fa l'attore a Hollywood. Da parte di mia madre ho tre zii e una zia e tantissimi cugini e parenti acquisiti. Dalla parte di mio padre non rimane più nessuno. Ho trovato un certificato di nascita di qualcuno che forse era suo fratello, ma le date e i luoghi non sono chiari perché mio padre cambiò nome quando venne in Ca1ifornia negli anni trenta. Forse ha anche usato la data di nascita di suo fratello. L'unica cosa che posso immaginare è che forse il padre non fosse lo stesso o che il fratello non avesse l'aspetto abbastanza cinese per seguire le orme di mio padre. Presentando il tuo racconto Auntie Tsia lies dying il curatore scrive: "Chan non avrebbe fatto altro che vagare da un modello letterario angloamericano ali' altro se suo padre, ftglio di

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