Linea d'ombra - anno XV - n. 121 - gennaio 1997

gli consentano di comprendere ed affermare la propria collocazione in esso. È con perverso divertimento che Bishop scopre fino allo scheletro le monotone giornate di ricerca di questo mondo disperso, caotico e_fi-ammentario,che pare destinato alla dissoluzione più che alla posterità. Ma le caratteristiche della folle, ripetitiva, marginale attività di Boomer sono anche riconducibili alla tradizione, tipicamente statunitense, della dedizione cieca al lavoro. Mi hanno ricordato un passo di Martin Luther King da una lettura del tempo della terza media (che cito senz'altro con ampia imprecisione): "lo spazzino dovrebbe spazzare le strade come Mozart componeva al pianoforte, come Einstein scriveva equazioni". Boomer potrebbe essere la personificazione di questa frase assolutamente sottoscrivibile, ma che senza ulteriore specificazione si espone al rischio di essere ambigua e controproducente nella accettazione incondizionata e acritica di qualsivoglia ruolo sociale, senza idea di rivendicazione o ipotesi di riscatto, in fondo senza idea del proprio ruolo sociale. Nel racconto non compare altra Jtgura, non si ode altra voce, oltre a Boomer. Il suo tempo non ha il ritmo del 'anno, delle stagioni, della luna; ha il ritmo immutabile delle ventiquattro ore, del 'orario di lavoro. La spiaggia deserta, nella notte vuota, su cui sono visibili solo le impronte di chi vi è passato in tempo diverso, la capanna spoglia e muta, sono nel racconto l'ambiente in cui si muove chi si vota completamente al "sacerdozio" della propria opera. Ma c'è qualcosa di più vicino a noi, di più inquietante in questa parabola. Me ne sono reso conto giorni fa a pranzo (se così si può chiamare il panino delle due) con i colleghi: seduti al sole, noi che abbiamo attraversato con grande coscienza, più o meno centralmente, il sessantotto, gli anni di piombo, il riflusso, e abbiamo ben visto arrivare l'onda lunga craxiana; noi - che abbiamo .fi·equentato le migliori università inglesi, statunitensi, scandinave, che pubblichiamo i nostri lavori su riviste scientifiche internazionali e abbiamo làvorato in almeno quattro continenti - parlavamo quasi solo di ciò che si era visto in televisione la sera prima. Mi sono reso conto che era stato così nei giorni precedenti. È stato lo stesso in quelli che sono seguiti. Le nostre esperienze avevano perso centralità rispetto a quanto vivevamo attraverso la mediazione del televisore. "li mondo, l'intero mondo a lui visibile, prima che molti anni passassero gli parve fosse stampato, anch'esso". Boomer nella cornice vuota che lo chiude non ha altra esperienza se non quella che gli viene dai lacerti di scrittura che raccoglie durante il suo meticoloso lavoro. I _fi-ammentidi carta stampata, insensati o non comprensibili, fuori contesto, hanno sostituito l'esperienza diretta. Il senso del luogo e del tempo è polverizzato dalla pletora di parole che induce progressive deformazioni di prospettiva. E il suo sincero sforzo di intendere almeno quella realtà mediata sfocia nel risibile, puerile tentativo di class(ficazione che ha come ,)ferimento il niente della spiaggia notturna che si perpetua nelle sue giornate uguali. L'assenza di retroterra storico e culturale lo porta a decodifiche parziali efuorvianti, alt' incapacità critica di discriminare - impossibile per mancanza di mezzi - per cui, ad esempio, Coleridge e i titoli dei tabloidi si equivalgono. Ma Boome,~per quanto inconsapevole, brucia tutte le carte; non permette "che le tasche gli si riempiano troppo o che la casa sia ingombra e disordinata". L'involontario dono della lucidità visionaria di Bishop non ci dice se ci sottrarremo al rischio catastrofico del!' assenza di esperienza, del pensiero fondato sull'assenza di esperienza, del pensiero che propugna la realtà della realtà mediata. STORIE/BISHOP 75 Un giorno, su una delle nostre ampie spiagge pubbliche, un uomo ricevette l'incarico di mantenere la sabbia libera da cartacce. A questo scopo gli venne dato un bastone con in cima un lungo chiodo lucente. Lavorava solo la notte, quando la spiaggia era deserta, e gli venne quindi data anche una lanterna. La sua dotazione consisteva inoltre di un gran cesto di rete metallica per bruciarvi la carta, una scatola di fiammiferi per accendere il fuoco, e una casa. La casa era alquanto interessante: di legno, con il tetto a spioventi, più o meno quattro metri per quattro per due, issata su pali infissi nella rena. Non aveva finestra, non aveva battenti nel vano della porta, ed assolutamente nulla all'interno. Non c'era nemmeno una scopa, così che il nostro amico di tanto in tanto si inginocchiava e con le mani spazzava fuori la sabbia che aveva portato con sé. Quando sulla spiaggia il vento si faceva troppo forte o troppo freddo, o quando era stanco, o quando voleva leggere, sedeva in casa. Lasciava che le gambe ciondolassero dalla soglia, o le ripiegava sotto di sé al coperto. La casa, era più un'idea di casa che una casa vera. Avrebbe potuto essere sia all'uno che all'altro estremo delle possibili idee di casa. Avrebbe potuto essere la perfetta casa giocattolo di un bimbo, o la casa ideale di un adulto - dal momento che era stato eliminato tutto ciò che rende quasi ogni casa un problema. Era un riparo, ma non per vivervi, per starvi a pensare. Stava alla casa normale come un copricapo cerimoniale da meditazione sta a un cappello normale. Certo, secondo le leggi naturali, una spiaggia dovrebbe sapersi tenere pulita da sé, come i gatti. Tutti abbiamo osservato: Le mobili acque ali' opera sacerdotale del!' abluzione pura sulla riva umana della terra. Ma il ritmo della vita moderna è troppo rapido. Le nostre rotative emettono troppa carta stampata, che in qualche modo poi si fa strada fino ai nostri mari e alle coste, lasciando la natura sola a se stessa. Così del Signor Boomer, Edwin Boomer, si poteva quasi dire che si fosse dato al "sacerdozio". Ogni notte percorreva avanti e indietro la distanza quasi di un miglio, al buio, con lanterna e bastone, ed un sacco da patate sulla schiena per mettervi le carte - pittoresco a vedersi, per certi aspetti un Rembrandt. Edwin Boomer viveva la più letteraria delle vite possibili. Nessun poeta, narratore, critico, nemmeno chi di loro sta curvo alla scrivania otto ore al giorno, potrebbe immaginare l'intensità della sua concentrazione sulla vita delle lettere. La testa, nella piccola nube di luce della lanterna, era perennemente protesa in avanti, mentre gli occhi scrutavano la sabbia, o studiavano le pagine e i frammenti di carta che trovava. Leggeva in continuazione. Le spalle gli si erano arrotondate, e si era visto costretto ad iniziare a portare gli occhiali poco dopo avere intrapreso questa attività. Le carte che ad una prima occhiata non parevano interessanti le gettava nel sacco; quelle che voleva studiare se le ficcava in tasca. Poi le avrebbe stese sul pavimento della casa. A causa di tale necessità di saper discriminare, era divenuto un giudice eccellente. A volte infiggeva uno dopo l'altro sul chiodo pezzi di carta senza valore o non stampati finché non era pieno da ciò che si sarebbe potuta chiamare elsa sino alla punta. Allora ricordava una di quelle suppellettili da ufficio che si vedevano una volta sulle scrivanie di sciatti uomini d'affari e dottori. A volte acco-

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