Linea d'ombra - anno XV - n. 121 - gennaio 1997

Elizabeth Bishop ILMARE ELASUA COSTA a cura di Damiano D. Abeni È assenza del/' immaginazione che cifa venire a luoghi immaginati, e non restare a casa? Continente, città, nazione, società: la scelta non è mai ampia, mai libera. E. Bishop, da Questions o_{Travel Nel 1977 Octavio Paz pubblicò un tributo a Elizabeth Bishop sottolineando.fin dal titolo "l'enorme potere della reticenza". Ma se essere reticenti significa tacere per nascondere qualcosa che si dovrebbe dire, la grande lezione di Bishop non sta nella reticenza, quanto nella discrezione o dissimulazione o sublimazione conseguenti ad una incredibile capacità di rielaborazione interiore che assieme alle sue eccezionali doti formali le ha permesso di ordinare esperienze dirompenti in strutture lucide e levigate. Robert Lowell, suo amico d'una vita, nei versi conclusivi di uno dei quattro sonetti di History dedicati a lei, tratta come inscindibili gli aspetti di composizione interiore e composizione formale: "Affiggi ancora le tue parole ali' aria, dieci anni! non.finite, incollate in bacheca, con lacune! e vuoti in attesa della frase inimmaginabile/ Musa infallibile a rendere perfetto l'accidentale?" (il tondo è mio). Nella maggior parte dell'opera di Bishop la "persona" è fuori campo.fuori pagina, voce senza corpo, spesso in.figura di bambina. Le emozioni vulcaniche sono riversate informe chiuse - sestine, villanelle - rafji·eddate in rima, ripiegate e ridotte nel bonsai della figura retorica, sotto voce. Non sorprende quindi che dei poeti confessionali, coloro che secondo una definizione di Berryman mutuata da Benn "usano la propria pelle come carta da parati" abbia detto: "Si vorrebbe che tenessero un po' delle lorofaccende per sé", nonostante dichiaratamente ammirasse lo stesso Berryman e naturalmente Lowell. Eppure Elizabeth Bishop avrebbe avuto tutte le carte in regola per entrare a far parte della scuola dei neo-maledetti: la marginalità rispetto al corpo centrale della società, I' alcoolismo, l'omosessualità, l'esilio, o meglio un nomadismo assai simile ad un'auto-deportazione perpetua, in una cornice di riferimento di perdite continue. Nata nel 1911 a Worcester,Massachusetts aveva otto mesi quando suo padre morì. La madre cominciò subito a manifestare le crisi psichiatriche che dopo numerosi ricoveri e dimissioni la portarono ad essere internata definitivamente in manicomio quando la.figlia aveva cinque anni. Bishop e la madre si erano trasferite dai nonni materni in Nuova Scozia (Canada) dopo la morte del padre, ed Elizabeth rimase con loro per alcuni anni dopo la "rimozione" della madre, finché i nonni paterni non la riportarono ("rapirono", scrive in uno dei suoi racconti) con sé a Worcester. A questa esperienza seguì una serie di malattie (eczema, bronchiti, asma) che non l'avrebbe praticamente più lasciata. Dopo aver vissuto gli anni della scuola superiore con una zia, si diplomò al Vassar College nel 1934. Ancora studentessa, la bibliotecaria del college l'aveva presentata a Marianne Moore. L' incontro con Moore, iniziando una frequentazione di decenni che avrebbe influenzato significativamente l'opera di Bishop, ebbe anche l'effetto decisivo di mostrarle l'attività di scrittrice come alternativa reale alle vaghe intenzioni di frequentare la facoltà di medicina. Dopo il diploma si trasferì a New York,poi a Key West (Florida), con.fi·equenti ritorni in Nuova Scozia e lunghi soggiorni in Francia e Messico, intercalati a viaggi in numerosi paesi tra cui Marocco, Irlanda, Cuba, Haiti. Fu per un anno consultant in poetry presso la Library of Congress a Washington DC, e quindi si trasferì in Brasile dove aveva incontrato Lota de Macedo Soares, con la quale visse per diciannove anni. il suicidio della partner riportò Bishop negli Stati Uniti: dopo una parentesi di due anni a San Francisco, dal 1970 si trasferì a Boston, insegnando a Harvard fino al 1977. Negli ultimi anni statunitensi continuò a viaggiare (Ecuador, Galapagos, Scandinavia, Leningrado) ritornando un'ultima volta in Brasile nel 1974. Visitò ancora l'Inghilterra, le isole greche e la Jugoslavia nel 1979, anno in cui morì per la rottura di un aneurisma cerebrale. Della Bishop venne riconosciuta in vita specialmente l' attività poetica. Le continue pubblicazioni in rivista furono raccolte in quattro opere pubblicate a circa un decennio una dal!' altra: North & South ( 1946) fu ristampato congiuntamente a A Cold Spring nel 1955 e il libro vinse il Pulitzer Prize. Questions of Travel è del 1965, e con i primi due volumi fu raccolto nei Complete Poems (1969, National Book Award), titolo ironico dato che Bishop continuò a scrivere e a pubblicare: Geography III è del 1976. Nello stesso anno (prima donna e primo statunitense) ricevette il premio Books Abroad Neustadt lnternational for Literature. Dopo la morte le poesie sono state riunite in The Complete Poems 1929-1979 (1983) e le prose, mai raccolte in precedenza e in buona parte ancora inedite alla sua morte, in The Collected Prose (1984). "Non esagero se dico che questi racconti verranno letti a fianco delle sue poesie, così come si leggono le lettere accanto alle poesie di Keats [. ..]. The Sea and its Shore e In Prison [. ..] sono degne di Kafka e Poe", ha affermato David Kalstone, autore della fondamentale opera esegetica su Bishop Becoming a Poet. Elizabeth Bishop with Marianne Moore and Robert Lowell. Il mare e la sua costa, è una delle prime opere pubblicate da Bishop, nel 1937 su "Lije and Letters Today", rivista alla quale era stata raccomandata da Moore. Doveva essere, secondo l' intenzione del/' autrice, "una fiaba alla Hans Andersen". È uno degli esempi in cui meno è dissimulata l' identificazione dell'autrice con il personaggio e la materia di cui tratta: ad esempio, le iniziali del protagonista sono le sue stesse; Boomer è il modo in cui veniva pronunciato Bulmer, il cognome della madre; Mr Margolis era lo pseudonimo di Bishop quando nel 1934 lavorava come insegnante di "scrittura creativa" presso una scuola per corrispondenza newyorkese; e, naturalmente, l'abitudine di accingersi al lavoro avvolta neifumi dell'alcool le erafamiliare. Se c'è reticenza, è reticenza cristallina. Ne consegue che la lettura più diretta e facile è quella della parabola ("satira", la de.finìMoore) sull'attività dello scrittore, in particolare di un giovane scrittore che si affaccia nel complesso e competitivo mondo delle lettere, impegnandosi in un difficile processo di decodifica del passato e del presente culturale in cui si muove, tentando di identificare le coordinate che

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