esempio, la poesia di Umberto Fiori, la fotografia di Gabriele Basilico. La pittura di Marco Petrus appartiene a questa seconda esercitazione del senso e dell'immaginazione. Si provi a confrontare le foto di Basilico pubblicate nel volume Milano Moderna di Fulvio lrace (Motta, 1996) - in particolare la sequenza dedicata alla casa di via Faruffini - con alcune delle "prospettive" di Petrus. C'è lo stesso silenzio -più congelato e assertivo in Basilico, più mite e interlocutorio in Petrus - c'è la stessa distanza assorta, lo scacchiere delle finestre, l'onda scura della strada, lo stesso rigore geometrico (più drammaticamente marcato in Basilico, più mosso e commosso in Petrus). La scoperta implicita in questi scenari "contemplativi" è una sorta di mite pietas per le cose, per quelle forme tuttora ben identificabili come case, fabbriche, tetti, finestre, balconi, strade. Nella pittura di Petrus non c'è rimando ad alcun evento tragico: la città è semplicemente abbandonata alla sua composta solitudine. Una solitudine detta dall'insistere delle ombre. Quelle che gettano gli edifici certo, ma anche quelle che scavano le occhiaie delle finestre, gli angoli sottratti alle fonti di luce, quelle graffiate e silenziose fra colonna e colonna, quelle che si rifugiano in fondo a un vicolo, quelle che divorano portoni e vetrine abbassate, persino la geometria ombrosa dei binari del tram o dei marciapiedi. Anche il punto di vista di chi guarda è significativamente immerso nell'ombra, tanto che l'infilata prospettica delle case sembra guadagnare, grazie al grigio della strada, una sorta di distanza marina. Le case stanno al di là, tutte prese dalla propria cantante monumentalità. Le case non "annunciano" alcunché, tranquillamente sono l'annuncio di se stesse come in questa Via Venini del 1996, riprodotta in copertina. La narrativa italiana degli ultimi dieci anni - a cui viene spesso associato l'aggettivo "metropolitana" - non conosce la città, né quella "americana" (a cui talora crede di ispirarsi) né quella "post-urbana" di cui si è appena detto: ne fa a meno preoccupata com'è di convogliare tutto in interni, in gergalizzazione, in verbalizzazione - parlata o pensata - in setting e set; si ostina a declamare il disordine, il caos, ma di fatto è vitellonesca e provinciale, o, per contro, innamorata dell'ordine implicito nel rito del sangue, dell'orrore, della sessualità (che sia comica o feroce non importa). Il racconto della città esige ancora la pazienza nevrotica delflaneur. Esige vagabondaggi e postazioni. Attese. Reporter senza notizie. Di questa "pazienza" parlano le tele di Marco Petrus, e di una discrezione dello sguardo. ha scritto con le sue tele un "romanzo" milanese in cui ciascun episodio si carica di una contenuta ma percettibile moralità: le case sono exempla, modelli di permanenza. Raccolti in ricetti d'ombre o generatrici a loro volta di ombre e ripari, gli edifici dicono il resistere di una forma comune dell'esistere. C'è un Isolato del 1994 che sembra persino sottrarsi ali' àncora prospettica e a galleggiare nel fondo sporco, fumoso, in un isolamento eroico, senza luce, senza il lenimento del colore. Ma anche quando c'è, il colore non è mai salvifico, non trasfigura. E basterebbero i lavori a pastello su carta che riproduciamo su queste pagine a dirci la ruvida gentilezza, la cautela drammatica con cui Petrus chiama i suoi "personaggi". Ma la città è un paesaggio. Si porta appresso ovvietà e verità. La pittura di Petrus ci aiuta a distinguere, e a sentire la familiarità di quel paesaggio come decisiva, terribile e decisiva. E a riascoltarne il racconto o, meglio ancora, la leggenda, con quell'incedere sospeso fra veglia e sonno che è proprio delle leggende. RITRATTI/ROLLO 73 Da Parlaraelmuro di U Fiori e M. Petrus,Marcos y Marcos 1995. Pastello sucarta. Pastellosucarta, 1996.
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