Linea d'ombra - anno XV - n. 121 - gennaio 1997

72 RITRATTI/ROLLO IL 11 ROMANZO11 MILANESE DI MARCO PETRUS,PITTORE Alberto Rollo Disegna case. Dipinge segmenti di città. Marco Petrus, riminese di nascita e milanese di adozione, "scrive" paesaggi urbani; anche solo dettagli: finestre, muri, angoli di edifici, tutto ciò che esiste dentro il panorama della città. La sua pittura è ossessivamente tematica. Petrus ha sentito il fascino dell'archeologia industriale e poi ha trasformato la città tutta intera in un immenso scavo archeologico. Ciononostante non si avverte alcuna forma di nostalgia in quel trarre forme, torsi di costruzioni dal loro presente. La città di Petrus è una città che "dorme" e probabilmente sogna di essere ancora abitata. La figura umana è programmaticamente esclusa e, come in molta pittura metafisica, si sospetta sia definitivamente altrove, prosciugata via. Sarebbe tuttavia ingiusto e ovvio evocare le piazze italiane di De Chirico. Neppure le periferie di Sironi hanno veramente a che fare con la metropoli di Petrus. È infatti la sua una città che viene "dopo" la città silenziosa - ma ancora così debitrice al rumore futurista - dei primi vent'anni del secolo. L'assenza degli "hollow men" è, per così dire, scontata. Petrus sembra semplicemente fame a meno, non ne misura l'assenza. Trovarsi a proprio agio nel mondo delle merci è l'obiettivo dell'eroe inizio-secolo, e lo persegue pagandolo in neutralità, opacità, mediocrità emotiva. E l'eroe fine-secolo? Non ha nessuna difficoltà a muoversi nel mondo delle merci. Il bombardamento di stimoli che orizzontalizza la visione e la percezione di Leopold Bloom è passato dagli esterni della città agli interni, allo schermo-video di tutta la tecnologia fondata sull'immagine, o a quella forma di interno al cubo che sono la sterminata periferia di case a schiera e v'illette mono o bi famigliari che ha sbriciolato la metropoli oltre i tradizionali confini fissati dalla produzione industriale. E la città si è svuotata. In questo senso i "vuoti", le assenze della città di Petrus si scollano dall'universo metafisico dei primi vent'anni del secolo. La città pare sopravvissuta a una invasione. O, ancor meglio, a un muto esodo oltre i muri e oltre l'ideale muro di cinta che divide la città del diciannovesimo secolo dalla metropoli del ventunesimo. Non potendo essere - né volendo - questo il testo di un "catalogo", è inevitabile ricorrere ai modi della recensione letteraria. Dai dettagli dei primi anni novanta alle più complesse architetture (prospettive, tetti, facciate) dell'ultima produzione si avverte una tensione ricostruttiva, una sorta di riappropriazione interiore di strati e strati di realtà edificata che dopo avere sfidato l'impenetrabilità si lascia guardare come una bestia ammansita, forse anche ferita. Pastellosucarta, 1996. Petrus non si perita di distinguere esteticamente fra episodi architettonici: quale che sia l'oggetto che cattura la sua attenzione esso si fa avanti dal buio dei notturni, dai blù e dagli azzurri atmosferici con pacata determinazione. Si tratta per lo più di architettura milanese, ma non solo. Che i "paesaggi" architettonici siano milanesi ha un peso relativo. Quella che ci viene incontro è certamente una città industriale. Nelle "carte intelate" di Petrus non appaiono monumenti ma gli "edifici" - stondanti a uno incrocio, stirati da una prospettiva, schiacciati in timide facciate, torreggianti nel blu - sembrano possedere una domestica monumentalità che li destoricizza in leggenda dell'abitare. Non è, però, l'assenza dell'uomo a "lavorare" dentro il mondo edificato di Petrus, quanto piuttosto l'irrimediabile solitudine di quegli edifici, di quelle case. L'assenza così sonora e cogitabonda della metafisica, quel meridiano sostare sotto la luce en attendent il senso perduto, è tutto consumato. La casa - quella periferica, quella che ha, ultimissima, ospitato un popolo - scalza ogni tentazione di parodia o di drammatizzazione del passato: non vi sono eroi congelati nel marmo di piazze deserte, né archi, portici, o alberi austeri come colonne, inchiodati contro l'imperturbata opacità dei cieli. La percezione della città è legata, in questo fine millennio, da una parte agli apocalittici scenari dell'anticipazione (letteraria e cinematografica, soprattutto americana) che al disastro atomico e alla babele robotica e post-robotica (Philip Dick, per fare un nome in qualche modo "definitivo") somma ormai quello di claustrofobiche società orwelliane (Brasi!, per intederci), di feroci epidemie o di traumatici collassi socio-politici (il bellissimo romanzo di Jack Womack, Atti casuali di violenza insensata), e dall'altra scenari di quotidiana contemplazione: per restare in Italia, certe pagine di Dario Voltolini e di Sandro Onofri, per

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