70 SAGGI/FIORENTINO alla comunità degli storici dovuta anche alla frammentazione in sottodiscipline iperspecializzate. La moltiplicazione e diversificazione delle scuole, tuttavia, non compo11a necessariamente un impoverimento della teoria, dei metodi e dei risultati. Molti studiosi americani, oltre a chiedersi quali fossero le relazioni che legavano la storia con le scienze sociali o con altre discipline e in che modo si potesse creare una "new history", negli ultimi anni hanno affrontato temi ancor più delicati forse come l'interrogarsi sulle capacità degli storici professionisti "to reach out", ovvero di raggiungere un pubblico più vasto non solo di specialisti, ma anche di altri studiosi e di lettori colti. Così il "Journal of American History" ha aperto un doppio dibattito sulla internazionalizzazione della storia americana e sulla capacità degli storici americanisti di rivolgersi ad altri interlocutori. I temi della rivista hanno spaziato da ampi squarci sulla importante funzione della storia orale alla storia pubblica, aprendo secondo la richiesta dello stesso direttore del "Journal", David Thelen, un dibattito sull'importanza della borderland history e della collaborazione tra studiosi di settori e paesi diversi, nonché il problema del rapporto tra studiosi di storia e un pubblico di lettori più ampio. '8 Secondo Thelen una storia americana internazionalizzata può contribuire a far scoprire a storici e cultori di storia che i temi trattati non hanno chiare identità culturali, ma che si trovano a metà tra una cultura e l'altra, dove i confini territoriali o etnici non sono così demarcati. 19 Si è aperto così un dibattito che ha a cuore un aspetto fondamentale di un modo diverso di fare storia, e in particolare storia americana, che vorrebbe favorirne la sprovincializzazione. La "American Historical Review" ha pubblicato nel numero 3 del suo centesimo anno di esistenza una serie di articoli che vanno dalla Grane/ Narrative di Ross, all'importanza del lavoro di Frederick J. Turner sulla frontiera, a un'intervista con Ken Burns dal significativo titolo: Historical Truth.20 Una ricerca insomma degli storici sulla storia e la storiografia che sembra condurre all'inevitabile punto della ricerca di un'identità di chi la storia la scrive. Riportando il discorso ancora una volta sul tema del rapporto tra autore e testo, tra narrazione e spiegazione storica. Molto del lavoro degli studiosi di storia, letteratura e scienze sociali in America negli ultimi anni si è orientato in questa direzione e non perché il suggerimento proveniva dalla scuola del decostruzionismo, ma perché storici e antropologici hanno cominciato a chiedersi in modo più particolareggiato quale fosse il loro rapporto con la verità scientifica, con le loro fonti e soprattutto con la loro scrittura, in che modo cioè essi appartenessero al testo che redigevano. Il lavoro di Arnold Krupat in letteratura, di James Clifford in antropologia e di Ronald Takaki in storia sono alcuni dei prodotti più interessanti di questa ricerca. E questa ricerca è avvenuta partendo dalla coscienza della inadeguatezza degli strumenti un tempo a disposizione degli studiosi per interpretare una società sempre più complessa dove progressivamente perdevano la voce molti degli interpreti di un mondo multiculturale che quel mondo contribuiscono a formare quotidianamente. Il tentativo di Clifford Geertz di "sfocare" i paradigmi di riferimento permettendo allo studioso di avvicinarsi a una cultura locale per spostarsi nuovamente nel contesto globale dove una visione di insieme altrimenti rischierebbe di far scomparire le specificità ripresa e completata da Clifford nella sua affermazione che "Non c'è narrazione principale che possa conciliare gli interessi tragici e comici della storia mondiale della cultura". 21 Tesi che Krupat sposa e che immagino Takaki sottoscriverebbe. In questo senso molto del discorso sulla rappresentazione della realtà storica e culturale ricostruita da storici e antropologici era stato anticipato da Hayden White che aveva portato il discorso all'eccesso opposto, dove ogni parametro di contesto scompariva di fronte alla forma della narrazione e alla rappresentazione simbolica e dove, però, correttamente risiedeva la storia come forma di narrazione. 22 Il bisogno di trovare il "locai knowledge" espresso da Geertz sta nel bisogno di trovare una tradizione nel senso "inventarla" (come nel latino inventio). E Clifford fa proprio questo tentativo. Il discorso riportato in termini storici suonerebbe un po' come il saggio di David Hollinger, How Wide the Circle of the We?, dove, grazie alle interpretazioni postmoderne, rivede l'approccio universalista dell'Illuminismo. Per Hollinger la rinuncia alla pretesa di universalismo, pretesa che noi contemporanei abbiamo ereditato dalla filosofia illuminista, discende direttamente dalla presa di coscienza della nostra "storicità" di esseri umani. "Per storicità" scrive Hollinger "intendo semplicemente il carattere contingente, situato nel tempo e nello spazio, dei nostri ideali e dei nostri valori." 23 Ciò comporta automaticamente larinuncia all'uso di costruzioni universaliste e trascendentaliste e il ricorso a parametri interpretativi immanenti. La ricostruzione di una realtà storica o di una cultura dipende dal modo in cui io narratore la ricostruisco e a quante individualità sono in grado di dare voce in questo procedimento. Non solo devo essere cosciente della mia individualità e della formazione che la accompagna ma anche di quella del mondo di cui parlo. Devo insomma dialogare con i soggetti del mio studio, evitando di pormi al di fuori come osservatore estraneo. Il rischio che alcuni storici corrono in questi casi è quello di liberarsi definitivamente della "garanzia" fornita dalle fonti e di dare interpretazioni eccessivamente soggettive di una realtà. Una delle difficoltà presentate dalle nuove metodologie è proprio quella di mantenere un equilibrio epistemologico tra testo, contesto e interpretazione. Quanto questo equilibrio sia realizzabile poi è sempre da verificare, e si può farlo soltanto caso per caso nel corso di uno studio. L'intervento soggettivo nella ricerca storica rimane comunque un fatto che seppure limitato dallo sforzo di non "eccedere" non è scientificamente quantificabile. Una precedente versione di questo articolo, ora ampiamente riveduto e corretto, è stata pubblicata come introduzione al volume: La Storia americana e le scienze sociali in Europa e negli Stati ·uniti, a.e. di D. Fiorentino, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1961. Note I) C. Geertz, Opere e vite: l'antropologo come autore, Bologna, 1990 (tit or. Works and Lives: The Anthropologist as Author, Stanford 1988); A. Krupat, Ethnocriticism: Ethnography, History Literature, Berkeley 1992. 2) P. Ricoeur, Tempo e racconto, Milano 1983, voi. I, p. 225 (tit. or. Temps and Récit). Ancora Ricoeur afferma:" ... l'intrigo ricava una sto-
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