Linea d'ombra - anno XV - n. 121 - gennaio 1997

66 SU PASOLINI/RISSO PierPaoloPasolini.ArchivioEffigie. minima traccia di una chiara contraddizione (madre di ogni dialettica), riassorbita nel caos post atomico della Dopostoria, muta in un tutto ambiguo; e ci si trova, ora, nella necessità di constatare come dal reale, dai dati, per così dire, oggettivi, dal testo in quanto fotografia del reale e del reale riproduzione mimetica, questo processo si trasferisca ali 'autore, insomma a parte subjecti (e non più a parte objecti), di modo che è proprio Pasolini ad assumere, nel suo "corpo" nella sua "psicologia" quello che all'origine poteva essere, almeno ancora in parte, condiviso da una dimensione solipsistica, interiore, soggettiva e da un mimetico reportage dello stato di cose presenti; l'ambiguità diviene del tutto pervasiva nel momento in cui si manifesta interamente il disagio pasoliniano a leggere il reale e a scegliere per sé una vita e una posizione definite e ben determinate, nelle quali le oscillazioni siano non i naturali adattamenti di un uomo non granitico al reale, bensì una continua funzionalizzazione degli opposti - come possono dimostrare le nostre citazioni (oppure le posizioni nei confronti del movimento studentesco, come diremo più avanti). L'ambiguità permette a Pasolini non tanto un processo di riattualizzazione del mito, quanto di proiettare il mito, come chiave di lettura, sul presente, tanto che l'impuro come extraletterario diventa il contesto di ogni sua operazione: e la preminenza del non contemporaneo nel contemporaneo, per dirla con Bloch, si realizza qui come geografia della nostalgia. E proprio questa ambiguità, facilmente e fruttuosamente funzionalizzabile, che rende lecita una gamma pressoché sterminata, nei suoi limiti, di utilizzazioni, porta al Pasolini "luterano" e "corsaro", morto e museificato, classificato e classicizzato, lettori, adepti, ammiratori e rispetto, considerazione, stima da un mondo, che, per tanti anni, l'aveva osteggiato e processato. Così questa semplice constatazione, questa radiografia riassuntiva del dibattito e dei continui richiami giornalistici a Pasolini, trascina con sé, per i capelli, un novissimo e fondamentale corollario: ricorrendo a una formula, un po' schematica ma assai funzionale e - forse - vera, in un momento in cui la letteratura è ormai inutile, sopraffatta nelle sue funzioni di comunicazione e formazione di idee e di ideologie dai moltissimi media di massa e, di conseguenza, la fortuna letteraria, quella che un tempo veniva definita fama, non dipende più solamente dalla fruizione da parte di un'élite, ma dal mercato, la borghesia, nel suo formare e dirigere e determinare il mercato (che non è un'entità astratta o extramondana), non tollera più la ricca e feconda contraddizione, ma preferisce, proprio per le sue vaste possibilità di uso, rifinire sulla più tranquilla e meno problematica ambiguità. Con un po' di paradossalità, alla luce dei progressi e della nuova complessità del mercato, in relazione alla sua funzione di selezione dei prodotti, artistici e non, si potrebbe affermare che persino un autore come Thomas Mann verrebbe relegato nel mondo dell'anonimato e sostituito con altri e più funzionalizzabili Nobel, proprio perché la questione non è solo una questione assoluta di qualità (in base a cosa, poi?), ma relativa e di uso: proprio qui è contenuta la fortuna del Pasolini "luterano e corsaro" e la sfortuna del Pasolini "gramsciano". Quello che qui abbiamo segnalato e analizzato, a posteriori e a mente fredda, veniva vissuto e introiettato, con passione, da Pasolini, soprattutto in relazione alla crisi della figura dell 'intellettuale: Pasolini si sentiva sostanzialmente scavalcato nel suo essere poeta-profeta da nuove figure o declinazioni del ruolo, che possiamo sintetizzare nella figura dell'intellettuale tecnico, figlio della parcellizzazione del sapere e della necessità di conoscenze sempre più specifiche, dell'intellettuale organico, nell'accezione gramsciana originaria del termine (si è sempre organici a un gruppo sociale fondamentale, se non intenzionalmente a livello inintenzionale, quasi inconscio) e del- ! 'intellettuale-opinionista grande comunicatore, legato non solo ai giornali, ma alla nascita dei grandi mezzi massmediologici, tanto da dover passare, per non perdere spazio (esautorata la sua posizione e la sua funzione anni cinquanta), al poeta-profeta mediatico, con il corsaro e il luterano - l'ambiguità diventa l'asse strutturale di questa nuova funzione, permettendogli, in una continua dialettica di incomprensioni, di tenere viva la fiamma della polemica. Le prese di distanza o le adesioni appassionate alle proposte del movimento studentesco sono l'inizio di un processo e di un meccanismo, che trovano il loro punto d'arrivo nella sequenza di articoli sull'aborto (19 gennaio 1975: li coito, l'aborto, !afa/- sa tolleranza del potere, il conformismo dei progressisti; 30 gennaio 1975: Sacer; 25 gennaio 1975: Thalassa; febbraio 1975. Cani; I marzo 1975: Cuore): in questa occasione, Pasolini, con la sua opposizione alla legalizzazione dell'aborto, innesca una polemica che coinvolge, per fare solo i nomi più noti Dacia Maraini, Laura Betti, Alberto Moravia, Umberto Eco e Italo Calvino; proprio qui è visibile come, costretto dalla forza dei tempi e dalle nuove condizioni storico-sociali, l'autore adotti, per avere le luci dei riflettori puntate sempre addosso, una strategia comu-

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