SAGGI ___________ 6_5_ PASOLINI AMBIGUO CORSARO L'INTELLETTUALE "LUTERANO" EILPROFETAELEVISIVO ErminioRisso In un'intervista rilasciata a Renzo Paris, e posta alla fine del libro L'odore del!' India di Pasolini, Moravia osservava: "Sì, Pasolini poteva anche sembrare sentimentale in certe circostanze. Ma era salvato dal sentimentalismo dalla sua ambiguità intellettuale". Che cos'è, dunque, l'ambiguità? Perché l'ambiguità sopra ogni cosa? Perché comunicare ambiguamente? ln un certo senso, i poeti fanno deliberatamente uso dell'ambiguità della lingua naturale e della lingua normale d'uso. Pasolini, attraverso i suoi ossimori esasperati, ridotti a pure opposizioni (si passa dagli scarti dissonanti delle Ceneri di Gramsci, per esempio pura e corrotta, ai perfetti contrari di Trasumanar e organizzar, per esempio bambina-maschio), ci dichiara che la poesia è il luogo dove cose contrastanti sono predicabili insieme, la poesia è lo spazio letterario costruito su contrari che si compensano. Anche la scrittura giornalistica, come luogo dell'immediatamente politico e quotidiano, diventa determinante per le sorti e la comprensione di questa forza dell'ambiguità: "Che paese meraviglioso era l'ltalia durante il periodo del fascismo e subito dopo! La vita era come la si era conosciuto da bambini, e per ventitrent'anni non è più cambiata: non dico i suoi valori - che sono una parola troppo alta e ideologica per quello che voglio semplicemente dire- ma le apparenze parevano dotate del dono dell'eternità: si poteva appassionatamente credere nella rivolta o nella rivoluzione, ché tanto quella meravigliosa cosa che era la forma della vita, non sarebbe cambiata. Ci si poteva sentire eroi del mutamento e della novità, perché a dare coraggio e forza era la certezza che le città e gli uomini, nel loro aspetto profondo e bello, non sarebbero mai mutati: sarebbero giustamente migliorate soltanto le loro condizioni economiche e culturali, che non sono niente rispetto alla verità preesistente che regola meravigliosamente immutabile i gesti, gli sguardi, gli atteggiamenti del corpo di un uomo o di un ragazzo. Le città finivano con grandi viali". Pier Paolo Pasolini, Scritti Corsari, Garzanti, Milano 1990, I ed. I 973, p. 143 "È cambiato il 'modo di produzione' (enorme quantità, beni superflui, funzione edonistica). Ma la produzione non produce solo merce, produce insieme rapporti sociali, umanità." Pier Paolo Pasolini, Lettere luterane, Einaudi, Torino 1976, p. 183 "Sono qui come marxista che vota per il Pci, e spera molto nella nuova generazione di comunisti." Idem, p. 135 Queste citazioni, l'elogio, quasi un canto, per il mondo arcaico e rurale dell'Italia fascista, l'uso analitico di alcune nozioni marxiste, la dichiarazione esplicita di marxismo e di voto per il Pci, come già in /4 novembre 1974. Il romanzo delle stragi (sul "Corriere della Sera" con il titolo Cos'è questo golpe?), estrapolate da articoli per "li Tempo" (10 giugno 1973), per "li Mondo" (30 ottobre 1975) e dall'intervento al congresso del Partito radicale (che uscì postumo), nonostante la loro dimensione di estratti, contengono una serie di elementi non solo disomogenei, ma del tutto inconciliabili e in evidente contrasto, che forniranno, a seconda del prevalere l'uno piuttosto dell'altro, un Pasolini ora di destra ora di sinistra, il Pasolini di Veneziani, di Cerati, di Siciliano: tutto ciò merita una breve precisazione e una puntualizzazione. Pasolini, come è chiaro dall'omologia tra le operazioni critiche e creative, si sente profondamente un poeta, vuole essere, con grande volontà, un poeta, tanto che ogni azione compiuta, dal teatro al cinema, è compiuta da poeta: da un lato, il poeta, ancora posseduto dalle muse, è per lui l'interprete di Mnemosyne, come il profeta, ispirato dal dio, è l'interprete di Apollo, e anzi, pasolinianamente, il poeta e la poesia sono l'unica strada praticabile, nella contemporaneità, verso il profeta e la profezia, dall'altro, come modello esistenziale, conta sì Pascoli ma soprattutto D'Annunzio, e cioè il vate, il farsi poeta civile, l'interprete della volontà di un popolo: vedere chiaro e vedere prima (proprio come pre-vedere) sono i due assi dell'agire di Pasolini. E per capire chi sia e cosa sia questo novello poeta, profeta e intellettuale engagé, ci viene in aiuto un'immagine, un vero e proprio fotogramma: il Julian Beck dell'Edipo Re, concretizzazione antropomorfa della scrittura e più generalmente dell'arte stratificata o a più strati di Pasolini. Julian Beck, per prima cosa, è il Beck del Living Theatre, la cui magrezza esasperata e mostrata senza veli è, da un lato, un'opposizione all'incorporeo spirituale e, dall'altro, un'accusa al corporeo opulento della società dei consumi; la magrezza è eristica mentre, secondo i canoni di Dix e Grosz, la grassezza flaccida è la spia dei vizi dei ricchi borghesi sfruttatori. In seconda istanza, Julian Beck è, nel film, Tiresia, materializzazione della concezione pasoliniana di profeta, nella quale, all'esclusione dalla comunità come condizione necessaria e sufficiente per avere il dono e la capacità della veggenza, fa da completamento l'impegno modernamente politico e militante del quale Julian è simbolo; il teatro greco e il Living, legati dall'Antigone di Brecht alla "maniera di Artaud" (una delle poche eccezioni di messa in scena del Living), diventano il luogo del politico per eccellenza. Un gusto per l'esotico, che si manifesta nella trasformazione del tempo in spazio, cosicché l'Africa di oggi'è la Grecia di ieri, neutralizza questa stratificazione ricca e monologizza la figura di Julian Beck; questo processo chiude la polifonia in un recinto, mentre l'ambiguità distrugge la contraddizione; ogni dialogo è spento ed è così che la cultura della traduzione è costretta a lasciare il campo alla cultura della tradizione; ogni apertura dei possibili viene chiusa. Quindi per Pasolini l'ambiguità è privare il testo, il contesto e il lettore degli elementi per poter decodificare il codice e il messaggio: in pratica vengono a mancare gli strumenti per procedere all'operazione di "disambiguamento dell'ambiguato" (espressione non felice ma tecnicamente pregnante). Questo processo accompagna Pasolini - che possiamo tranquillamente definire un anticapitalista romantico - fin dai suoi esordi, ma le trasformazioni strutturali socioeconomiche degli anni sessanta contribuiscono, e in maniera decisiva, a condurre l'autore verso un magma informe, rifluendo nel quale persino la
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