UN BRUTTORISVEGLIO GLIINCUBIDIEDOARDONESI Daniela Matronola Per tre quarti, Ride con gli angeli di Edoardo Nesi (Bompiani, pp. 137, Lire 22.000) è un romanzo americano. E non solo perché è ambientato per tre quarti nel Nord-Est degli Usa, ma per l'aria che vi si respira, per il "paesaggio". La prima scena è un incidente d'auto. Romano, giovane finanziere pratese d'assalto, attraversa una tempesta di vento e pioggia in pieno deserto extraurbano - la sta forando, quella bufera, masticando miglia mentre rumina pensieri, immerso nel comfort anestetico della Buick. I sensi sono ottusi da un'assenza pressoché totale di suono, visibilità, contatto. Tanto che l'urto di un corpo produce un "thud" qualunque. Romano esce dal calduccio della Buick in piena tempesta e si china a esaminare la massa inerte e sanguinante dell'investito; pur non rifuggendo il contatto con la vita vera, si limita solo a considerare quanto questo incidente (un fatto maledettamente casuale) possa intralciarlo. E Romano parla al fantoccio, gli proibisce di rovinargli tutto - glielo dice con tutto l'egoistico accoramento di cui è capace; proprio non può fargli questo. Questa scena da fratelli Cohen è un luminoso episodiospia. Del fatto delittuoso (ma preterintenzionale) non resta traccia in nessun altro luogo del romanzo, come non si riaffaccia mai alla coscienza di Romano (dal che si deduce che per Nesi il male non è delitto o infrazione di una comune, convenzionale norma di vivere civile). Infatti, tutto ciò che accade nella realtà del protagonista non accade davvero, gli unici avvenimenti autentici sono l'incidente iniziale e il matrimonio conclusivo. Il resto sono fantasticherie, sogni in cui questo rampollo pratese si crogiola, mentre naviga nella realtà intangibile della spregiudicatezza finanziaria, sostenuto dall'amico Gianluca: come sfilare ai russi una fabbrica coinvolta anni prima in un incidente nucleare, contrattare con gli iraniani per certi sottomarini, oppure (e sono i sogni più puri in assoluto, non a caso da collezionista) allevare le timidissime vigogne e amare una rarissima rossa naturale. Il gusto del sapere nozionistico, particolareggiato, che riveste i suoi progetti si traduce in una maniacale e incessante catalogazione di qualunque cosa: c'è da scommettere che se Romano prende un taxi il tassista avrà un nome che automaticamente rimanderà nella sua memoria ali' intera scheda personale di un campione di boxe o di basket; e se va allo stadio per assistere a una maschia e ferocissima partita di hockey, non solo sarà in grado di traslitterare a mente i nomi ibridi dei giocatori (tutte temibili tempre canadesi), ma potrà anche associare alla loro divisa la maschera crudele del protagonista di Venerdì 13. Se c'è molto cinema come c'è molto (anzi molti) sport in questo romanzo, entrambi si presentano come fonti inesauribili di dati, in una sorta di enciclopedismo nutrito da una solida mitologia postmoderna, un repertorio infinito da cui risulta esclusa solo la televisione che (a parte i giovani programmi satellitari) non sembra esportabile. E allora, la parola che riassume la parabola di questo Romano-assopigliatutto (come l'espediente stilistico di tutto il romanzo) è compilazione. Come compilata e multiculturale risulta la squadra - "Eurotrash" - opposta ai militareschi giapponesi in una rabbiosa partitella di calcio giocata al Centrai Park. Come compilativo appare l'articolo sulla "Grandissima Mela" stralciato da un rotocalco femminile. Come compilativi sono per natura i dossier su molibdeno, indio, germanio, bismuto, cadmio eccetera. Come compilativa è la curiosità con cui Romano si lancia in una mirabolante impresa di degustazione delle più disparate cucine in una assoluta non-scelta su scala (a dir poco) mondiale. Non c'è droga in questa versione inedita del sogno americano, perché la mente di Romano non ha bisogno di additivi o eccitanti esterni per covare i motivi della sua fuga esistenziale, da cui pure, in un angolino del suo grandioso arrabattarsi, tiene in serbo qualcosa a cui tornare: le autistiche partite di tennis con i grandi degli anni settanta (Victor Pecci, Brian Gottfried, Dick Stockton) tutte quelle che avrebbe dovuto giocare sul serio se solo avesse accettato di seguire il suo talento naturale. E funzionano, queste solitarie autosfide a tennis, per la loro regolarità cadenzata, a fine capitolo, come le notazioni astronomiche aprivano i capitoli di Fughe da fermo con la regolarità laconica delle notazioni beckettiane poste in apertura del romanzo giovanile Murphy. E dunque, questo Ride con gli angeli è per tre quarti autenticamente americano. Senonché il sogno americano è crollato, e come accade nella vita vera prima o poi bisogna arrivare al sodo, al nocciolo di tutte le questioni. Così a Romano tocca un sano tracollo finanziario, virtuale anch'esso, ma tremendamente proiettabile nell'immagine verosimile del lastrico (e proprio quando il matrimonio di suo fratello Fede lo riporta a casa e gli regala il brivido del confronto con il padre). Scopriamo così che questa faccenda di raccontarsi storie, di far rotolare sogni, è uno sport di famiglia. Romano vorrebbe interrompere la catena, la stessa che, tenuta lunga e lenta, gli ha permesso di credere d'essere davvero libero e senza rete a New York; ma non c'è niente da fare, la famiglia non lo molla (come non ha mollato mai neppure quando aveva creduto di aver azzardato l'impresa più rovinosa della sua vita). Suo padre continua a chiedergli la storia della partita col grande Gottfried, sua madre fa moine ai fotografi e ai domestici filippini in una felicità radiosa e raggelante, mentre Romano si rassegna all'apparente sicurezza e all'immancabile happy end con la sua rossa naturale, inesorabilmente sommerso, lui e il suo desiderio di una vita autentica, dall'inferno quotidiano più celebrato: la famiglia.
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