VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE 61 E la violenza ha sempre per controparte l'ingenuità e lo stupore. Lo yakuza di Sonatine, che non mostra alcuna reazione dopo aver fatto morire un uomo che doveva confessare tenendolo immerso nell'acqua troppo a lungo, passa il tempo in giochi infantili sulla spiaggia di Okinawa. I due goffi amici aspiranti yakuza di Boiling Point assistono a stupri, mutilazioni e ammazzamenti senza battere ciglio. E d'altra parte, il regista di Violent Cop dirige, con la medesima convinzione, un film dove non scorre una goccia di sangue come A Scene by the Sea, e dove si ritrova però sia la stessa sintassi, sia lo stesso senso di meraviglia e di incomprensione di fronte alle cose. Il campo lungo e il piano-sequenza sono gli strumenti privilegiati di questa etica del mostrare. Ed è una scelta autolesionista, in epoca non solo di montaggio stile Mtv (in qualunque film hollywoodiano, oggi, pare si debba staccare ogni cinque secondi, propinando inutili frullati di campi/ controcampi / primi piani/ piani medi, come per paura che lo spettatore si annoi e cambi canale), ma di passaggi sul piccolo schermo. Kitano, d'altra parte, ha sempre dichiarato di fare film per sé solo, e di non sperare di viverci sopra. Che è un modo onorevole di reinvestire, per il bene della collettività, i profitti ricavati facendo televisione. Campo lungo e piano-sequenza, nel panorama visivo odierno, sono anche i mezzi per ottenere il massimo di realismo e il massimo di stilizzazione, di semplicità e di sofisticazione. Il cinema di Kitano, più ancora di quello iraniano, rispetta i tempi, anche se stravolge i movimenti. I personaggi sono quasi sempre fermi, specie quando si sparano e muoiono crivellati di colpi, grondando sangue. A volte Kitano ricorre al ralenti, come nel bellissimo momento di Kids Return in cui rotola la scarpa di uno yakuza colpito a morte da un ridicolo killer in bicicletta. Ma non c'è mai stilizzazione ieratica, come nel cinema di Hong Kong. C'è accettazione delle cose e, insieme, il senso della loro estraneità. C'è disperazione masochistica e, insieme, un senso acuto del paradosso, che può sfociare nell'umorismo sottotono e fin nell'intenerimento, come nel recente Kids Return, dedicato per altro non a cercare "il modo giusto di morire", come in precedenza, ma a quello di vivere. Al di là dei gusti personali, che l'opera di questo regista sia stata esclusa, in Italia, dalla visibilità critica dei media, non è che un segno del nostro provincialismo. Da noi il pubblico colto finalmente "scopre" un grande come Kiarostami (col terzo film di una trilogia di cui magari ignora i due capitoli precedenti), ma continua a ignorare quanto avviene altrove, pago dei bestseller internazionali d'autore (leggi Lars von Trier) che gli propina la distribuzione. Certo, nel caso di Kitano contava l'ovvia diffidenza per un prodotto troppo sporcato coi generi, arrivato in anticipo rispetto all'ondata pulp. Come farne colpa al pubblico, per altro, se vive in città in cui ormai i cineclub, se esistono, spesso non sono più canali alternativi, ma semplici sale di seconda visione? Ma per un Kitano fortunatamente passato su Rai 3, quanto cinema rimane ancora mai (o mal) visto? Edward Yang, Stanley Kwan, Kirk Wong, Mohsen Makhmalbaf o, restando vicini a casa, André Téchiné, Jacques Doillon, Paul Vecchiali ... CRASH: ~ ILDISAGIO DELLAMODERNITA SECONDOCRONENBERG EmilianoMorreale Non può esserci dubbio: la situazione dell'uomo civile è schifosa (...). Quel che egli glorifica non è la vita, dacché della vita ha perduto il ritmo, ma la morte. Quel che adora è decomposizione e putrefazione. È malato, e tutto l'organismo della civiltà è infetto. Henry Miller L'età del 'oro di Buiiuel e Dalì Le polemiche su Crash ( 1996) di David Cronenberg, che hanno riempito le pagine dei quotidiani coinvolgendo firme anche illustri, non meriterebbero di essere ricordate. È chiaro che l'indignazione o lo scandalo sono del tutto fuori luogo, ma le pagine dei giornali bisogna pur riempirle. Paradossalmente, è stata invece assai imbarazzante la difesa d'ufficio fatta soprattutto dai cinemani e dagli scrittori piccoli e grandi, magari fan dell'opera precedente del regista canadese. Sarà l'eccesso di zelo, sarà la micidiale moda cannibalica e cyberpunk (quella dell'editore Castelvecchi e della collana "Stile libero" di Einaudi); ma verrebbe da dire che hanno capito più il film i suoi detrattori che certi difensori. Basti pensare che c'è chi ha visto in Crash un'apologia del connubio uomo-macchina, un'esaltante scoperta di nuove frontiere della sessualità, c'è chi l'ha trovato magari arrapante. Meglio davvero, allora, quelli che dal film si sono ritratti inorriditi, bloccati dallo shock immediato o disturbati nella loro quieta idiozia. Almeno su di loro il film ha sortito l'effetto giusto. Non credo che l'approccio "futurista" renda giustizia a Cronenberg (nemmeno, ovviamente, al romanzo di Ballard, che era però oggettivamente meno ambiguo). Crash non è un film sexy, è anzi un film sulla morte del sesso, sull'abdicazione dell'eros in favore dell'autodistruzione per via automobilistica. Il connubio macchina/corpi non è una congiunzione felice, non apre a nuovi mondi; è uno stupro di se stessi, una sopraffazione omicida e suicida, la prova generale della morte di una civiltà. Semmai, si sarebbe potuto capire se si fosse rimproverato al film, da una prospettiva moraleggiante, il suo carattere assolutamente funereo e negativo (e sarebbe sbagliato). Grazie all'introduzione delle macchine Cronenberg riesce a razionalizzare e chiarire la sua ossessione per quello che Nietzsche chiamava l"'uomo sottocutaneo", e a dargli un fondamento teorico di largo e apocalittico respiro. Vicino in questo a molti autori americani che, arrivati alla piena maturità, hanno fatto i loro primi film adulti come confrontandosi con la morte, sfoderando visioni massimaliste e andando oltre i manierismi e i minimalismi degli anni ottanta: Ed Wood, The Funeral, Safe, Dead Man. Qui, Cronenberg conferma che la sua ossessione per i corpi e le loro mutazioni non era semplicemente una piccola mania morbosa (come in mille altri, perfino in Lars Von Trier). Crash, essendo un film sulla morte del corpo e dell'eros, ci rivela che sotto la pelle del regista fobico, visionario e "lisergi-
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