60 VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE 1 IL NICHILISMO E IL PIANO-SEQUENZA ILCINEMADITAKESHIKITANO Alberto Pezzotta Parlare di film come quelli di Takeshi Kitano che, in Italia, sono a malapena conosciuti dagli addetti ai lavori, imbarazza lievemente, non fosse per il timore di passare per snob, lieti di degustare primizie così raffinate in circoli ristretti, mentre le masse acculturate tirano avanti a Cronenberg e Greenaway (quello che si meritano, per altro). Se però alla Mikado hanno preferito comprare l'ignobile Tokyo Gang al posto di Sonatine, la colpa è solo loro. E se Ghezzi, a Fuori Orario, ha già trasmesso un paio di volte Sonatine, Violent Cop e Boiling Point (le cui cassette, sottotitolate in inglese, dovrebbero essere reperibili in qualsiasi Feltrinelli Intemational), tanto dovrebbe bastare a togliere irreperibilità all'oggetto Kitano. Come noi, i giapponesi sono convinti che il proprio cinema sia il più brutto del mondo: e difatti critici e pubblico hanno sempre snobbato i film di Kitano, salvo concepire qualche dubbio dopo gli allori riportati in Gran Bretagna e Francia. Che poi il Giappone assomigli paurosamente all'Italia, lo mostra un libro di Kitano stesso, coraggiosamente tradotto da Bompiani (Ecco perché mi odiano, 1995): dove il regista-attore punta il dito, da moralista anarcoide e reazionario, contro fenomeni quali l'impoverimento della lingua, la politica-spettacolo, l'ipocrisia del buonismo e degli eufemismi, il mito dei giovani e dei viaggi. Certo, nessuno è profeta in patria. D'altra parte, come sarebbe accolto in Italia un personaggio popolare e polemico come un Grillo o un Benigni, ma dall'immagine molto più inflazionata (talk-show quotidiani, colonne satiriche sui giornali, spot pubblicitari), se si mettesse a girare film affatto collegati al suo cliché, con evidenti ambizioni d'arte pur nell'interno di un cinema di genere? È quanto ha fatto "Beat" Takeshi, celebre comico ed entertainer, quando ha esordito alla regia con Violent Cop, nel 1989. Un poliziesco hard-boiled in apparenza, ma con tutte le regole scombinate: un cinema che nasce dal nulla (Kitano non è un cinefilo, l'unico film per cui ha dichiarato stima, nelle interviste, è Taxi Driver), estremamente personale, e che ignora qualunque convenzione e regola, sia commerciale sia formale. Un po' come Sergio Citti, Kitano è un regista che non ha studiato la sintassi del linguaggio per immagini, ma ripensa il cinema a ogni inquadratura, proprio perché non sa, d'istinto o d'abitudine, dove piazzare la macchina da presa. Quanto poi a raccordare un'immagine all'altra, qualunque insegnante di cinema inorridirebbe, tanti sono i salti, i buchi, i controcampi negati. Spesso manca la musica, o è del tutto incongrua, come le placide melodie di Satie che accompagnano un inseguimento frenetico in Violent Cop, o le musichette da supermercato di Getting Any. Gli spazi, poi, sono quasi sempre disabitati, deserti, e il silenzio e l'oppressione diventano tangibili come in un Antonioni degli anni d'oro. Questo modo di reinventare la logica del racconto per immagini è funzionale, in Kitano, a una poetica della sottrazione, secondo cui le pause sono più importanti dell'azione, il fuori campo dell'evento, quello che passa per le teste dei personaggi (e che non sapremo mai) più significativo del poco che dicono. Si sono sprecati i nomi di Ozu e Bresson per quel tanto di attonito, di catatonico e di astratto che lo stile di Kitano ha in comune con questi registi: ma il regista di Sonatine non solo è più laico, ma è anche molto più indisciplinato e imprevedibile. Soprattutto nell'organizzazione del racconto: personaggi fatti morire d'un tratto e senza rimpianto, digressioni che diventano il centro del film, ellissi colossali e misteriose, finali laconici. Ciò in cui si vede, forse, la lezione e la gioia creativa del grande irregolare del cinema giapponese di genere degli anni Sessanta, Suzuki Seijun. Ma l'aggressione al galateo narrativo serve a dare forma a un contenuto spesso ancora più disturbante. I film di Kitano, specie quando ne è anche protagonista, sono apprendistati alla morte, storie di autodistruzione improntate al nichilismo più cupo, autoritratti in nero di un uomo evidentemente inquieto che si rappresenta nei panni di un poliziotto il cui cinismo ha superato il buon senso (Violent Cop), di un gangster bisessuale e misogino (Boiling Point, 1990), di uno yakuza tradito e suicida (Sonatine, 1993). Ma anche quando non è in scena, Kitano racconta storie poco confortanti di marginali, esclusi, falliti, solitari: l'aspirante surfer sordomuto di A Scene by the Sea ( 1991), i due teppistelli che non riescono a sfondare né nel mondo della boxe né in quello degli yakuza di Kids Return ( 1996). Anche se non c'è mai epica della sconfitta o mito dell' underdog (per quanto la precisione sociale sia sempre notevole): Kitano è sempre regista dell'allusione, che lascia allo spettatore la massima libertà emotiva nei confronti delle immagini e dei personaggi. Solo una volta, in Getting Any (1994), Kitano ha giocato su toni diversi, puntando sul comico e quasi suicidandosi come autore. Getting Any è l'opera di un Tati impazzito che fa la parodia dei più popolari generi giapponesi (mostri, erotismo, yakuza), attaccandoli dall'interno e portandoli al punto di non ritorno dell'idiozia. Il nichilismo sta, questa volta, nell'assoluta sgradevolezza del risultato, nell'odio che ne viene fuori per una società rimasta a una fase di consumismo primordiale: e dove, come sempre, si muore sempre per caso, senza lasciare nessun ricordo. La violenza è una componente fondamentale del cinema di Kitano, tale da attirare l'interesse dello stesso pubblico occidentale che segue il cinema di Hong Kong: ma è sempre imprevista, casuale, profondamente diversa da quello che si è abituati a vedere al cinema. La messa in scena della morte può essere analitica, fredda, insostenibile, ma non è mai a effetto. Il pugno nello stomaco non è preparato e pregustato, come succede in Tarantino, ma inferto sempre di colpo, e dura un secondo. Un karaoke bar, gente che balla, qualcuno si alza, rompe una bottiglia in testa a un altro, torna a sedere, nessuno fa una piega (Boiling Point).
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