flessioni da lei scritte nel corso di decenni e li aveva riordinati per dare forma compiuta a una riflessione sulle vicende della sua vita privata. Un lavoro, perciò, che a posteriori si può leggere come una sorta di testamento, e che aiuta a far luce sul mondo spesso così misconosciuto della quotidianità femminile egiziana. Soprattutto di quella parte di popolazione femminile che, come Latifa al-Zayyat, non ha nulla a che spartire col cliché che solitamente etichetta le donne arabe. Nel libro, infatti, non una sola parola richiama scene dell'immaginario esotico, nulla riconduce all'abusata immagine del velo e dell'harem. Carte private non è strutturato cronologicamente e, come precisa Anna Maria Crispino nella sua puntuale prefazione, bisogna arrivare in fondo per collocare con esattezza nel tempo le vicende di cui si parla. L'accostamento continuo del privato della Zayyat con il collettivo del suo paese permette, però, di ricostruire un cinquantennio di vita egiziana. La prima data storica è il 1934, anno in cui la scrittrice prende coscienza del "male a livello dello Stato" assistendo dal balcone di casa ad una manifestazione popolare tacitata nel sangue. Il secondo riferimento è il 1946 che la vede assistere al recupero delle salme degli studenti che avevano organizzato una manifestazione per protestare contro l'occupazione britannica. Nel 1949, all'indomani della fondazione dello Stato di Israele, lo scatenarsi delle persecuzioni della polizia contro gli intellettuali porta in carcere Latifa al-Zayyat, accusata di "far parte di un'organizzazione comunista che cercava di rovesciare il governo". La sconfitta della guerra arabo-israeliana del 1967 e la morte, nel 1970, di Gamal 'Abd al-Naser la fanno entrare "in uno stato di incubo in cui immaginavo che il mondo si fosse fermato". La vittoria araba nella guerra del 1973 rimbalza nelle vicende personali dell'autrice, le permette una sorta di riscatto che la porta a tentare un bilancio della sua vita. Nel 1981, infine, la sua decisa presa di posizione contraria agli accordi di Camp David la vede varcare nuovamente le soglie della prigione, esperienza catartica che le permette di "mettere in ordine le mie carte" e di ricominciare a scrivere. Tutto il filo del racconto - com'è caratteristica peculiare della scrittura dell'autrice - si svolge lungo una precisa logica bipolare che contrappone avvenimenti o periodi similari cogliendone le diverse valenze. Il primo dualismo in cui ci si imbatte è formato dal!' accostamento della "casa vecchia" (la casa di famiglia, a Damietta) con la "casa di Sidi Bishr" (abitata alla fine degli anni Quaranta). La "casa vecchia" è un rifugio sicuro, sinonimo di protezione, rappresentazione di quella tranquillità che solo la consolidata tradizione può dare, ritorno alle origini. Qui la scrittrice torna periodicamente, qui ha trascorso la sua prima infanzia. Qui la nonna le narrava il passato mitico della famiglia - una famiglia di armatori decaduti - e l'altrettanto mitica giovinezza del padre. La nonna creava un immaginario che, proprio perché in dissonanza con la realtà giornalmente vissuta dalla piccola, era destinato a diventare col tempo fonte di tranquillità e di sicurezza. "mi riusciva (. ..) impossibile far coincidere il ritratto di mio padre, il cui silenzio di tomba faceva tacere chiunque si trovasse in casa, con quel bel diavolo innamorato della vita, proteso al futuro con uno struggente desiderio di gareggiare contro il tempo, che mi guardava, invece, dai racconti della nonna". La casa di Sidi Bishr è invece l'ultima casa in cui Latifa alZayyat vive con il suo primo marito, la casa dove la polizia governativa verrà ad arrestarla nel marzo 1949. Simbolo perciò del suo affrancamento, della sua autonomia faticosamente conquistata, del suo aprirsi verso l'esterno, esultante giovane donna nel fior degli anni, militante "incisiva ed esplosiva come un proiettile". Tra queste due case Latifa al-Zayyat oscilla a vita: " . .forse perché tutte e due formavano una parte inscindibile del mio essere, eforse perché appartenevo a entrambe nella stessa misura. Il fatto è che non sono mai riuscita ad anteporre definitivamente una ali' altra e il corso della mia vita ha jùiito con l'esserne turbato ...". Ai due poli che esse rappresentano - appiattimento e autonomia - fanno riscontro anche i suoi due matrimoni. Il primo dura dal 1943 al 1949: "sentimento e preoccupazioni generali avevano il sopravvento rispetto alla sfera privata. Aveva scelto di sposare un suo compagno(..) perché altrimenti sarebbe stata distolta dal lavoro politico che lei riteneva necessario". Il secondo matrimonio (1952-1965) è una scelta d'amore di cui non appaiono immediatamente chiari i risvolti deleteri. Solo il tempo permetterà a Latifa al-Zayyat di prendere dolorosamente coscienza di come quel matrimonio d'amore celasse in realtà un inconscio desiderio "di uniformarsi, di ritornare alla casa vecchia, tra le braccia del padre(. ..) Si era lasciata alle spalle (. ..) il canto per spingere i popoli cl' Oriente a espellere i tiranni, e scelse di ritornare nel gregge." E non è difficile immaginare quanto coraggio sia stato necessario per mettere su carta l'autocritica del proprio fallimento e consegnarla al pubblico. E così, di nuovo, Latifa al-Zayyat confessa il suo eterno oscillare tra donna pubblica - forte, decisa, politicizzata - e donna privata spaventata, confusa, disposta ad annientarsi in un'altra passione. Nel suo memoriale scrive: "Dal contatto con le masse sono nata", perché non resti dubbio alcuno su quale sia stata la vera passione della sua vita: l'amore per il suo paese, la compartecipazione ai mali della sua gente, lo sforzo incessante di partecipare al miglioramento della situazione del suo popolo. Per questa sua passione Latifa al-Zayyat finirà per due volte in carcere, ragazza di ventisei anni e donna di cinquantotto. La ragazza "piena di vitalità e vigore con le vene che scoppiavano di una vita troppo forte per essere contenuta" vive soprattutto l'esperienza umana della prigionia, ricerca nelle compagne un sollievo alle sue sofferenze, crede fermamente di essere preparata a tutto e sottovaluta la domanda del Procuratore distrettuale: "Perché ti occupi tanto di politica quando sei così carina?", infida domanda dalle assonanze squisitamente nostrane. La donna di cinquantotto anni che entra invece nella prigione di al-Qanater nel 1981 è una donna consapevole della durezza e delle insidie della vita. "Ora so( ...) che quel che ieri pensavo fosse un incubo ridicolo, è in effetti il cuore della realtà". Questa presa di coscienza e il legame che si instaura con le sue compagne di prigionia (un gruppo di Sorelle Musulmane e alcune intellettuali di sinistra come Nawal al-Sa'dawi e Amina Rachid) sono alla base della sua riconciliazione con se stessa, del suo mettere insieme i pezzi di una armonia che l'altra prigionia, quella di trent'anni prima, aveva infranto. Dal 1981 al giorno della sua morte, Latifa al-Zayyat ha continuato indefessamente a scrivere e a partecipare alla vita pubblica. Corpulenta signora settantenne in abito nero e giro di perle, sguardo attento e risata pronta: è così che ci piace ricordarla.
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