tre e colonne cercando di cogliere il loro segreto, Brodskij decide di sfidare l'eterno costruendo il monumento più controverso, quello a se stesso. Lo aveva già capito in Torso: tutto ciò che deve durare deve diventare pietra o metallo (statua o rilievo su una moneta), deve trovare uno specchio nel quale riprodursi per l'eternità. Che poi il Tempo decapiti la statua, che volino via anche le braccia, non importa. Un busto rimane comunque, per millenni, a testimoniare vizi e virtù del suo doppio umano. Proprio come una poesia: eterna, scherza Brodskij, forse proprio perché inutile, oggi come lo sarà domani. ("Non è anche questo accelerazione della storia?"; Il busto di Tiberio). La vita continuerà a scorrere tranquilla anche senza di noi: se vogliamo essere ricordati - avverte Brodskij - non ci resta che imporre la nostra presenza con vigore: "le cose si induriscono per non essere spostate nella memoria". E niente indurisce l'uomo più della sofferenza. Per essere davvero nel futuro, quindi, bisogna essere infelici; bisogna vivere un lutto reale (la morte di un amico, di un parente) oppure il presentimento di una morte che ci riguarda ancora più da vicino. Brodskij, nelle ultimissime poesie scritte nel 1995, dall'Hotel Quirinale di Roma, comprende - come solo i grandi poeti sanno fare - che gli rimane poco da vivere. Sa che l'incontro mancato con un amore del passato (Via dei Funari), per esempio, è un'occasione che non si presenterà mai più; comprende che "se esiste un'altra vita" (Dal vero) presto ne scoprirà i segreti; sente, guardando l'ennesima statua di marmo (A Cornelio Dolabella), che la metamorfosi è ormai quasi completata. Intuisce con precisione inquietante anche la causa della sua fine imminente ("E il marmo restringe la mia aorta") fino a dichiarare, quasi con gioia: "Sono io stesso di pietra, e non ho il diritto di vivere". Se un dio dei romani, Vertumno (s'intitola così la bellissima poesia scritta in memoria del suo amico e traduttore Giovanni Buttafava), sotto i suoi occhi di poeta era ridiventato uomo - vestendo di abiti e stoffe il gelido marmo della statua - per insegnargli che il futuro è il luogo della "glaciazione", del1'amore ormai impossibile perché il suo oggetto non c'è più, Brodskij vuole dissolversi nella classicità tutta rovine e deserto incontrata a Roma. Per questo decide di sperimentare, in vita, la sua morte: "cominciando dal crepacuore,/ finendo con l'impietrimento". L'esule- anch'io sono fuggito in fretta e furia/ da quanto mi è successo, diventando/ isola con rovine e aironi" (I/ busto di Tiberio) - cerca di riscoprire il suo passato, cancellato brutalmente dalla Storia, proprio nelle vestigia di una storia diversa. Roma - in modo forse più diretto e brutale, rispetto alla languida e nebbiosa Venezia - è il suo sogno di un passato travestito da futuro. Se la seconda è (come più volte ha confessato il poeta) il suo "paradiso terrestre", la prima è un eden pagano. Essere al centro del mondo offre qualche speranza in più. Fra mille anni il tuo busto, abbandonato tra le erbacce di un giardino attraversato dai topi, potrà essere scoperto più facilmente. Nell'amore di Brodskij per Roma c'è la sua speranza d'immortalità. La scrittura - il marmo con il quale il poeta ha voluto costruire la sua statua a futura memoria - è una fiammella flebile, sempre sul punto di spegnersi. Tra virgole e punti, nulla cambia (apparentemente) nella stanza che assiste allo sforzo del poeta. Tutto resta (apparentemente) al suo posto: "(Creando, ben poco la penna ha creato)./ Ma quanta luce dà nella notte,/ con il buio fondendosi, l'inchiostro!" .. LATIFAAL-ZAYYAT UNAFEMMINISTAEGIZIANA Elisabetta Bartuli L'undici settembre è morta, all'età di settantatré anni, la scrittrice Latifa al-Zayyat, figura di primo piano nella vita culturale egiziana dell'ultimo mezzo secolo. Immediatamente in tutto il mondo arabo si è levata la voce di decine di intellettuali che hanno commemorato ed onorato una donna che molto aveva dato alle lettere e alla storia del suo paese. In Francia la notizia è rimbalzata sull'onda del notevole successo riscosso da un ciclo di conferenze, tenutosi nel primo semestre di quest'anno, sul romanzo egiziano contemporaneo. Alla Sorbona infatti, Amina Rachid, docente di letteratura francese all'università del Cairo, aveva lungamente trattato di Hamlat Taftish. Awraq Chakhsiyya, l'autobiografia di Latifa al-Zayyat premiata come la miglior autobiografia egiziana dell'anno. Sulla stampa italiana non è arrivata neppure l'eco di questa improvvisa morte. E non c'è da meravigliarsene, visto che Latifa al-Zayyat, in Italia, è una perfetta sconosciuta, esattamente come decine di altri scrittori arabi che ancora non sono riusciti a varcare le frontiere letterarie del nostro paese. Per un caso che solo il pudore impedisce di chiamare fortuito, a tanta italica noncuranza proprio in questi giorni viene offerta la possibilità di fare ammenda. La casualità è partita da molto lontano nel tempo e quindi è necessario fare un salto all'indietro. Ad Amsterdam, nel 1994, i più accreditati esperti editoriali europei riuniti in comitato avevano selezionato i primi quattro titoli destinati a far parte di "Memorie del mediterraneo", una collana - che in Italia è edita da Jouvence, a cura di Isabella Camera d'Afflitto -da presentare nel 1996 al Salone del Libro di Francoforte. Si tratta di un programma editoriale congiunto che la Fondazione Europea della Cultura sovvenziona (in Olanda, Francia, Spagna, Inghilterra, Germania e Italia) con l'intento dichiarato di "rintracciare i destini incrociati degli individui e dei popoli del bacino mediterraneo". Jouvence si era impegnata a tradurre e pubblicare - simultaneamente ad almeno altri due editori di paesi del Mediterraneo - le opere, prescelte dal comitato, di autori che, in quel mare, affondano le loro comuni radici. Anche l'Italia si era inserita perciò in un ambizioso progetto editoriale che, volto alla ricerca di comunanze, si poneva come obiettivo la messa in evidenza della condivisa mediterraneità. Una mediterraneità qui intesa non solo come similare stile di vita, ma come strumento da contrapporre ai due antitetici pericoli dei nostri anni: l'omologazione forzosa in grossi blocchi compatti da un lato e, dall 'altro, l'insorgere di particolarismi rinchiusi su se stessi. li caso, dicevamo, ha voluto che tra i quattro titoli prescelti figurasse proprio Hamlat Taftish. Awraq Chakhsiyya, l'autobiografia di Latifa al-Zayyat che è da pochi giorni disponibile in libreria col titolo Carte private di una femminista egiziana, per la traduzione di Isabella Camera d'Afflitto. Latifa alZayyat - nel 1992, sulla soglia dei suoi settant'anni - aveva voluto riunire in questo suo memoriale un insieme di appunti e ri-
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