11 ETERNAE INUTILE" SULLE POESIEITALIANE DIJOSIFBRODSKU PaoloMattei Non è difficile comprendere la ragione per la quale Josif Brodskij era molto affezionato all'idea di un libro nel quale raccogliere le poesie ambientate e scritte in un paese da lui amato con una sincerità che annunciava la corrispondenza fra uomo e ambiente, attore e scena. Quando, nel 1995, venne per l'ultima vota in Italia - così ci informa il rivolto di copertina delle Poesie italiane (Adelphi, a cura di Serena Vitale, pp. 125, Lire 22.000) pubblicate a un anno dalla sua scomparsa - "tracciò l'elenco delle poesie che voleva componessero questo volume". Ritroviamo diverse liriche già proposte nelle raccolte precedenti, ma anche un nucleo di poesie inedite che possono essere considerate il suo testamento poetico. Il libro racconta un amore che ha avuto come referenti città come Venezia, Firenze, Roma (ma anche isole: Ischia e Procida). sul rapporto di Brodskij con la Serenissima si è già detto e scritto abbastanza: questa raccolta non aggiunge molto al già noto. Vale invece la pena - liquidate velocemente le distratte citazioni di Milano e l'impietosa descrizione di Firenze ("c'è davvero qualcosa della foresta nell'atmosfera/ di questa città. È una città bella, dove/ a una certa età semplicemente distogli lo sguardo/ dalla gente e cali la visiera", Dicembre a Firenze), luogo che non prevede alcuna possibilità "di ritorno", regalando solo presagi di morte e tristi ricordi d'esilio - di analizzare più a fondo lo sguardo gettato da Brodskij su Roma.Indubbiamente il poeta ha subito il fascino che lo faceva sentire - lo scrive in Piazza Mattei, toccando toni insolitamente squillanti - "al centro del mondo". Lui che è solo un nomade abituato a rimbalzare da un impero all'altro, col viso segnato dalla gelida tramontana di un giorno di febbraio, si sbilancia arrivando a dichiararsi felice. Salvo poi precisare che la sua gioia è frutto soprattutto di "afflizione e sopruso" ("il nomade ha cura del dolore/ come delle bestie"). Roma è infatti il luogo indimenticato di un amore finito nel diniego di "un portone irrimediabilmente chiuso/ in via dei Funari". Qui, oggi, nel ricordo si libera soprattutto ironia (una delle doti migliori di Brodskij) e un misto di precarietà ed eterno, splendidamente sintetizzato nei celebri versi delle Elegie romane - "io sono stato a Roma. Inondato di luce. Come/ può soltanto sognare un frammento! Una dracma/ d'oro è rimasta sopra la mia rètina./ Basta per tutta la lunghezza della tenebra" - che preannunciano la dissoluzione del suo io e la definitiva "con-fusione" col paesaggio circostante. Se infatti l'occhio gettato sulla città più di ogni altra destinata a convivere col passato, piuttosto che in vista del futuro, è ali 'inizio avido di realtà oggettiva - le gambe dell'amica scoperte, fino allo slip azzurro, dal refolo di vento; le cupole viste dal Gianicolo, simile alle mammelle rovesciate della lupa, protese verso le labbra di Romolo e Remo; lo smog, "la teppaglia con le siringhe in umidi portoni"; piazza Venezia con il JosifBrodskq.FotoGiovanniGiovannetti/Effigie. suo orribile monumento ai caduti ("la piazza con l'Underwood di marmo") - poco alla volta la metamorfosi si realizza. E il poeta diventa parte integrante di quell'universo in rovina (statue, colonne, archi crollati e fregi nascosti tra la vegetazione) fissato anche nell'immagine di copertina del libro. Vive dall'interno ciò che prima osservava, dolorosamente, dall'esterno. La sua, in qualche modo, potrebbe essere considerata una resa. Ma è piuttosto un consegnarsi docilmente al proprio destino, riservandosi l'orgoglio di un ultimo atto di volontà: "Quando arriva/ al punto che non lo si può più amare, l'uomo/ disdegnando di risalire a nuovo/ la corrente indemoniata, si nasconde nella prospettiva" (In Italia). L'uomo nascosto nella "prospettiva" è già parte del paesaggio, come è solo una parte del discorso con il quale cerca di cogliere la verità, fissandola sulla pagina. Eppure la prospettiva - ogni prospettiva - può essere osservata volgendosi al passato oppure lanciando lo sguardo verso il futuro: lasciandosi trascinare dalla corrente, come un salmone stremato, oppure opponendo, in un luogo tranquillo, le uova nelle quali è il domani della propria specie. Non è casuale che questo termine ("prospettiva") ricorra così frequentemente nelle Poesie italiane: tanto nel primo quanto nel secondo significato. A furia di dialogare con busti di marmo, d'interrogare pie-
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