Linea d'ombra - anno XV - n. 121 - gennaio 1997

56 VEDEREL,EGGERE:A, SCOLTARE nei loro aspetti poco evidenti e contraddittori. Le sue riflessioni non nascono a tavolino, ma sono il frutto di un'esperienza continua e vissuta in condizioni non di certo facili. Korczak non si è tirato indietro ed è andato fino in fondo, lungo la via che il suo destino aveva tracciato: rinunciò consapevolmente ad avere una propria famiglia, per dedicare tutto il suo tempo e le sue energie a figli di altri. La sua vita è stata consacrata, nel senso più nobile del termine, ai bambini, spesso a quelli più poveri e sfortunati, ma non per spirito caritatevole bensì per oggettiva necessità. Creò e materialmente si occupò della costruzione e della gestione di alcuni orfanotrofi, scrisse centinaia di articoli su riviste letterarie, scientifiche e pedagogiche, pubblicò romanzi e saggi, diede vita a quello che è stato forse il primo settimanale al mondo a larga tiratura interamente scritto, redatto e realizzato da bambini e adolescenti ("La Piccola Rivista", 1926-1939), partecipò a cicli di trasmissioni radiofoniche, organizzò colonie di vacanza per chi, di campagna, boschi e fiumi aveva solo sentito parlare. Il soggetto centrale di tutto il suo lavoro è stato sempre lo stesso per quasi mezzo secolo: il bambino. Scriveva di notte e lavorava di giorno: nei tempi più felici organizzando la vita comunitaria, decisamente antigerarchica e non repressiva, e nei tempi più bui, quelli del confinamento nel ghetto ebreo di Varsavia, battendosi strenuamente per ottenere di che sfamare gli ospiti della "Casa dell'Orfano" e per salvaguardare fino all'ultimo l'esistenza di condizioni di vita dignitose e accettabili. Il bambino è per Korczak un individuo a parte intera, unico e indivisibile. Egli non può rientrare in nessuna categoria, in alcun modo lo si può compartimentare. Eppure sappiamo bene quanto, in questa società, l'abitudine a ricorrere a competenze specialistiche sia ormai diffusa e che i bambini, come chiunque altro, non possono sfuggire alla regola: saranno i pedagogisti a insegnarci "l'arte" di istruirli e di inserirli, i pedagoghi a mettere in pratica le teorie di altri, gli psicologi infantili e gli psichiatri a risolvere le loro "devianze" e i loro problemi di "socializzazione", i pediatri a curarne le malattie e gli animatori a farli divertire ... E se si voltasse pagina? Possibile che non si desideri andare un po' più a fondo, cogliere le cose nel loro insieme, intuire ciò che sta dietro, sentir parlare di vita, del bambino, di quella vita che, patrimonio universale e gratuito, in tutti scorre o almeno dovrebbe? Non c'è differenza qualitativa tra la vita del bambino e quella dell'adulto: esse partecipano della stessa natura. Eppure, mentre nel primo la sensazione di vivere è chiara, netta, inconfondibile, nel secondo essa si attenua drammaticamente, con il passare del tempo, fino a diventare più un'idea o un ricordo che una realtà concreta. "Un bambino è come la primavera. Un po' di sole e tutto è bello e gioioso. Un temporale: sono subito tuoni e fulmini. Si direbbe, invece, che un adulto viva nella nebbia. Non prova grandi gioie né grandi tristezze. Tutto è grigio e serio. Ne so qualcosa io. La gioia e la tristezza infantili sono come colpi di vento: esse portano o scacciano le nuvole." Quando Korczak si trovava di fronte a un bambino, non aveva davvero importanza la classe sociale, la razza, l'età, il sesso o l'aspetto fisico di quest'ultimo ... Sembra un'affermazione banale, un'ovvietà per chiunque, ma non lo è. Non è ovvio che un adulto sia capace di dialogare con un bambino, che sappia evitare di fermarsi agli aspetti esteriori e che riesca a creare un rapporto (che si tratti di un momento o di un tempo più lungo) con il suo essere profondo. Korczak annulla la distanza che esiste tra adulto e bambino. Non c'è più adulto, non c'è più bambino, solo due individui che si incontrano, si uniscono e si separano. Non c'è dialogo senza comune sentire, e quella che Korczak crea è, in un certo senso, una fusione di sensibilità. Per questo quando scrive, con il suo stile semplice e poetico, ci riconosciamo pienamente nelle sue parole. Egli ci porta dentro al mondo del bambino, perché vede con i suoi occhi e sente con lui. Non è per nulla tenero, però, con chi - per voler applicare teorie astratte o più semplicemente per non voler rinunciare al proprio "quieto" vivere - finisce per maltrattare il bambino, per spingerlo ad andare contro la sua natura e per deformarlo, magari convincendosi o cercando di convincere gli altri che tutta una serie di veri e propri soprusi vengono commessi "per il suo bene". "Siamo a tal punto sprovvisti di senso critico da scambiare per amicizia le carezze con cui opprimiamo i bambini? Non capiamo dunque che stringendo il bambino tra le nostre braccia, cerchiamo in realtà di rifugiarci nelle sue, per sfuggire alle ore di sofferenza e di abbandono? Impunemente, li carichiamo del peso del nostro dolore, della nostra nostalgia di adulti. Eccetto che in questo caso di fuga verso il bambino, che imploriamo di darci un po' di speranza, ogni altra carezza proviene da un colpevole intento: quello di ricercare e di risvegliare la sensualità in lui. 'Vieni qui e lasciati stringere tra le mie braccia perché sono triste. Mi dai un bacio e ti darò quello che vuoi, promesso'. È egoismo, non tenerezza." C'è poco da fare, Korczak chiede molto a chi vuole ascoltarlo: sincerità, attenzione, concentrazione ... "Il bambino non è un imbecille: non ci sono più imbecilli tra loro che tra noi. Vogliamo ostentare la nostra dignità di adulti, eppure gli imponiamo un numero considerevole di doveri insulsi e di compiti irrealizzabili. Quante volte si blocca, colpito e stupito, di fronte a tanta arroganza, tanta aggressività e tanta stupidità dimostrata dai grandi. Il bambino ha un avvenire, ma ha anche un passato fatto di alcuni avvenimenti significativi, di ricordi, di meditazioni profonde e solitarie. Come noi, ricorda e dimentica, rispetta e disprezza, ragiona bene e si sbaglia quando non sa. Saggio, concede la fiducia o la rifiuta a seconda dei casi. È come uno straniero in una città sconosciuta di cui non conosce la lingua né i costumi né la direzione delle vie. Spesso preferisce arrangiarsi da solo, ma ciò è troppo complicato e chiede consiglio. Ha bisogno allora di qualcuno che in modo gentile gli dia delle informazioni." Janusz Korczak è stato fisicamente messo a tacere dal nazismo. Deve aver sofferto amaramente, lui che così fermamente credeva nell'uomo e nelle sue possibilità, della fine riservata a lui e ai suoi bambini, della tragica e assurda conclusione di una vita consacrata ai diritti e al rispetto dell'essere umano. Avrebbe potuto scappare dal ghetto, sfuggire ai lager (grazie alla stima di cui godeva, furono numerosi i tentativi di convincerlo in questo senso). Non lo fece, però; con coerenza decise di restare insieme a coloro con cui aveva trascorso tutta la vita, con fermezza respinse tutte le proposte di fuga. Anche con la sua morte, ha voluto trasmetterci qualcosa: un sogno che nessun crimine commesso da piccoli e miseri uomini potrà mai infrangere, un sogno di un mondo diverso, domani; il mondo di quelli che, oggi, sono bambini ...

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