Linea d'ombra - anno XV - n. 121 - gennaio 1997

52 VEDEREL,EGGEREA,SCOLTARE r Gabriel Garda Marquez. FatoGiobanni Giovannetti/Effigie. co, cresciuta da tempo nella connivenza col potere politico e che secondo molti osservatori, proprio alla fine degli anni 1980 con l'emergere della leadership di Pablo Escobar e del cartello di Medellin, accenna a un tentativo diretto di partecipazione alla politica del paese, a cominciare dalla battaglia contro l'estradizione negli Stati Uniti, fenomeno peraltro odioso in sé e comprensibilmente agli occhi di buona parte della società colombiana (e non solo se si considera il trattamento riservato dagli Stati Uniti alla nostra Silvia Baraldini). Una violenza che si inserisce in una tradizione antica di sopraffazione e di arbitrio del paese, ma con implicazioni nuove, lontana dai risvolti ideologici che l'avevano caratterizzata e con un nuovo volto, quello di Pablo Escobar che emerge come la figura di chi, da ladro d'auto che era in gioventù, di estrazione popolarissima, cattolicissima, si trasforma in semidio onnipotente, temuto e amato, circondato da una propria corte, quintessenza di tanti fenomeni di effimera affermazione sociale ed economica. Escobar invulnerabile e vulnerato, stratega e vittima di un "circolo economico virtuoso" dentro il quale si è inserito e che ha contribuito ad alimentare rifornendo di cocaina il vorace mercato statunitense delle feste e delle solitudini della classe media, fino alla resa dei conti, con l'ingiunzione dell'estradizione contro la quale si batte con feroce e disperata violenza omicida e la fittizia chiusura di un altro capitolo del "circolo virtuoso". L'epopea del narcotraffico e dei "cartelli" contrapposti è allora solo l'ultimo capitolo della rappresentazione di una follia collettiva questa volta popolare piuttosto che oligarchica di perdita del senso della comunità e delle origini e di disperata ricerca di promozione sociale ed economica, alimentata da una brutalità estrema come di chi sente tornare su di sé la maledizione delle origini e delle contraddizioni non risolte, quella che Garcìa Marquez chiama la degenerazione " ... di una droga più dannosa di ogni altra penetrata nella cultura nazionale: il denaro facile ... l'idea che la legge è l'ostacolo più grande in vista della felicità, che non serve a niente leggere e scrivere, che si vive meglio da delinquenti che come gente per bene". La degenerazione che ha prodotto la trasformazione di paesaggi e culture urbane, facendo della cattolicissima Medellin, così come di Kali, dei centri invivibili segnati da una ricchezza arrivata ali' improvviso e che ha stravolto e storpiato quanto le preesisteva, dalle esplosioni, dagli assassinii che così bene descrive Alfredo Molano nelle sue indagini giornalistiche e il senso di un sequestro collettivo delle persone oltre che della ragione. Pagina dopo pagina, il susseguirsi dei comunicati stampa da narcotrafficanti, le riunioni del Consiglio di sicurezza del presidente Gaviria, le trasmissioni televisive attraverso cui familiari e colleghi fanno giungere ai sequestrati notizie dal mondo che sta fuori, piuttosto che delle operazioni militari dell'esercito nell'area di Medellin, alzano il sipario e qui c'è tutta l'abilità dello scrittore nelle aperture su un mondo, sempre soltanto abbozzato, umiliato dalla violenza e dalla violazione dei diritti individuali, che resiste per abitudine sotto il peso dell'indignazione e dell'impotenza, che continua a essere vitale e creativa per ostinazione, costantemente in bilico tra anestetizzazione e amplificazione dei sentimenti e con il senso di una perdita d'equilibrio, di uno spaesamento dal quale riaversi costantemente. Tutto avviene tra silenziose strade notturne lungo le quali si succedono i trasferimenti dei sequestrati, grandiose ville con piscina o appartamenti urbani squassati dalla musica dove sono tenuti gli ostaggi: l'ovattato silenzio delle riunioni del presidente Gaviria e l'inalterabilità delle espressioni facciali dei protagonisti che si accendono di accessi di furia o di dolore estremo, l'educazione rigorosamente creola e la contaminazione parentale e classista dei politici e dei magistrati (tanto che la Costituente sentirà la necessità di sancire l'incompatibilità di cariche politiche o legislative se in presenza di vincoli parentali) e la sanguigna determinazione repressiva dei generali in violazione assoluta dei diritti umani, la fragile euforia vitalistica dei ragazzi assoldati dai narco che si sostengono artificialmente con la coca, e il mito dello stesso Escobar come il senso di un onore assurdo, patriarcale, sminuzzato dal triste rosario di morti e mutilazioni. L'ossessione per il potere, quella stessa ossessione che avevamo trovato in L'autunno del patriarca e in Il generale nel suo labirinto, torna a tessersi anche in quest'ultima opera dello scrittore colombiano, anche se è bene dire che non è l'aspetto principale della storia.

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