-50___ VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE a spiegare il fondamento, a palesarlo come la resistenza del1'uomo occidentale ad acconsentire ali' eventualità dell'evento, ossia ad accoglierlo nella sua gratuità: la vita non ha dietro di sé alcun fondamento, e non è essa stessa fondamento dei viventi, perché da essa non scaturisce alcuna gerarchia valoriale assoluta. 11concetto di vita, ancora, non può essere a sua volta un nuovo centro che possa sostituire gli altri due intorno a cui si sono costituite le grandi fedi dell'Occidente, dio e l'uomo, perché nella vita - riprendendo un'antica immagine - il centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo. Natoli mette a fuoco lo scarto istitutivo dell'idea di soggetto come fondamento, il diffalco tra la sua pretesa di verità e la sua pratica di verità: mentre la prima si risolve in una sterile tautologia e mette capo a una statica e surrettizia identità sostanziale, la seconda si produce come luogo di determinazione delle pratiche di identificazione, nelle quali il soggetto "è sempre di fatto decentrato nelle differenze materiali entro cui si determina e alle quali dà volto" (p. XV). La lettura di Aristotele propostaci da Natoli è l'esposizione della mobilità di tale scarto nell'itinerario speculativo dello Stagirita. La prima modalità della duplicità del soggetto si presenta nelle Categorie, dove appunto il termine upokéimenon fa la sua comparsa; quivi infatti esso indica non solo ciò che sta sotto, il sostrato pensato come sostanza, ma anche ciò che si offre: "Il soggetto si configura come principio e come dato; determina la cosa ed è la cosa stessa" (p. 54 n.). La preminenza dell'individuale rimane costante nella meditazione aristotelica, ma è problematizzata, trascinata in un processo di decentramento dall'analogicità costitutiva del soggetto, dal suo operare come principio dinamico di diversificazione dell'identico. È appunto l'uso dell'analogia che consente ad Aristotele, dopo aver separato il soggetto legale da quello reale e articolato l'esperienza nei due ordini del logico e del reale, di adattare il primo al secondo per tentare di dominarlo: "La legalità allude a un ordine, ma è anche esercizio di un dominjo" (p. 156). Aristotele pensa l'upokéimenon, il sostrato, come sostanza, e salda i due termini fino a farli coincidere interamente; ma questa mossa teoretica non gli consente di conquistare l'obiettivo della stabilità e placare in essa l'inquietudine del divenire. L'intenzione aristotelica di squadernare la soggettività del soggetto, cioè la ragione e consistenza dell'ente individuale, si traduce in un rinvio sempre più radicale a un sostrato originario (cfr. pp. 116e 155). Così il primo decentramento dell'identità sostanziale va dal primato della cosa individuale alla sua problematizzazione; in tal modo l'ente determinato perde evidenza e certezza, "velato dal sistema moltiplicatore della sua proiezione" (p. 79). La medesima istanza di mobilità delinea un percorso ideale in cui il sostrato si determina progressivamente come materia (che si rivela anch'essa duplice e instabile, a un tempo principio delle cose e nientità divina, cfr. p. 96), quindi come forma (insieme statica reduplicazione del mondo e "limite mobile" che determina l'identità su base induttiva e analogica, cfr. pp. 121 e 138), poi ancora come sinolo. Oltre a scandire lucidamente il decentramento ideale che si attiva ali' interno del sistema aristotelico, l'autore mostra come esso non costituisca un mero girare a vuoto, una sterile idealizzazione della realtà, ma corrisponda a suo modo all'inesorabile decentramento reale inscritto nel destino di ogni ente individuale, culminante nella morte. È questo un passaggio molto importante del libro di Natoli, perché qui l'autore, pur senza deporre i panni dell'ideografo, conquista insieme ad Aristotele un caposaldo della sua teoresi, nella scoperta che "morire non è finire, è, eminentemente, decentrarsi" (p. 83). Insomma, lungi dall'essere l'estinzione del movimento, la morte è la riaffermazione di questo di contro alla rigidità del determinato: "La morte [...] non è estinzione; essa è riemersione e sopravvento del movimento, vittoria del processo sui suoi momenti singolari" (p. 143). Proprio perché la "linea della morte" non coincide con la linea della fine, "è spostabile all'infinito" (p. 143): Aristotele, aderendo alla realtà, ha interiorizzato questo movimento nella sua teoresi: "Generazione e corruzione certificano la precarietà, dissaldano l'oggetto dal soggetto, la sostanza individuale dal sostrato e il sostrato in se stesso" (p. 88). La lettura natoliana di Aristotele culmina nell'evidenziare come il decentramento coinvolga anche il concetto di atto, colto come principio di stabilità e nel contempo di destabilizzazione: l'ipostasi dell'atto puro si palesa come il decentramento estremo operato da Aristotele, un decentramento non più nel processo, come erano ancora la materia e la forma, ma dal processo (cfr. pp. 141 e 144). L'atto è posto da Aristotele come "limite della serie motore-mosso", dunque come "la sintesi ideale di ogni processo e il modello di ogni forma" (p. 144). Ma neppure l'atto puro riesce ad attuare l'assolutezza del soggetto, a realizzare una cerniera adeguata tra divenire e permanenza, "a sottrarre il soggetto dalla realtà del movimento [...]. Al di sotto della definizione legale che determina il "destino storico" della figura, resta una mobilità residua. Sta qui la radice dell'esaurimento interno della filosofia d'Aristotele e del suo superamento" (pp. 154-5). Come Aristotele costituisce la più pregnante cifra filosofica dell'età classica, così pure Cartesio lo è di quella moderna: la continuità teoretica tra le due filosofie è data dal fatto che il soggetto è ancora pensato come sostanza e fondamento, nel permanere della duplicità di soggetto reale e soggetto legale; l'elemento di rottura consiste nel nuovo modo in cui si esplica tale legalità. Anche con Cartesio, e con lui l'esordio della modernità, "il concetto di sostanza codifica l'idea di stabilità" (p. 166). Ciò che si modifica non è la formalità del soggetto, ma il suo contenuto: con Cartesio "soggetto e oggetto non coincidono più interamente" (p. 180), giacché "un sostrato particolare giunge a privilegio e dominio con modalità ancora non sperimentate e, per questo, tali da dar luogo a un'identità forte e nuova tra soggetto e coscienza. Quest'avvenimento si compie in un contesto storico-culturale che vede l'emancipazione dell'uomo dal potere religioso e dalle immagini di trascendenza" (p. 181). Dunque continuità formale e discontinuità di contenuto; ma la prima prevale sulla seconda, perché la funzione legale, ordinatrice e dominatrice, è l'essenza del soggetto, di modo che il Cogito cartesiano deve essere inteso come l'erede del concetto classico di sostanza, anche se tale eredità è appannaggio di un'unica sostanza, l'io pensante: il Cogito, insomma, è "l'erede dinastico e legale dell'idea di sostanza" (p. 20 I). Natoli focalizza l'intreccio di continuità e rottura tra Aristotele e Cartesio mostrando come il medesimo metodo "ablativo", ossia la progressiva eliminazione dei molteplici attributi del divenire, giunga a due esiti differenti: diversamente da Aristotele, in Cartesio "l'ablazione non conduce all'indeterminato, poiché il fondo su cui gli enti riposano è l'assoluta chiarezza e distinzione dello spirito come quell'ente che per sé e in se stesso consiste" (p. 219). Così, mentre Aristotele, spo-
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