Linea d'ombra - anno XV - n. 121 - gennaio 1997

48 VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE mente nella sua interfaccia informatica: "l'immobilità della postura, incarnazione del principio inerziale, a fronte della fibrillazione oculare del soggetto, la consapevolezza in definitiva che il corpo sia destinato a divenire un simbionte di carne per gli strumenti attraverso i quali agitare il soggetto nella macchia": come aveva profetizzato il Cronenberg di Videodrome. La tv come emblema, luogo e percezione del "carcere percettivo del soggetto", dellafalsificazione assoluta, in quanto virtualizzazione, di ogni esperienza. Il problema dello statuto del reale, del virtuale e del falso (sul quale si sofferma Frasca, con notazioni acute sull 'ossimorica formula realtà virtuale) è forse il problema dell'estetica contemporanea. Ce l'ha insegnato in un saggio di raro equilibrio Tomàs Maldonado; ce l'ha ricordato in letteratura La cicatrice di Montaigne di Mario Lavagetto; e forza non ultima del saggio del Frasca letterato è la sempre provocante profondità delle sue analisi testuali, delle quali La scimmia di Dio letteralmente brulica. Letteratura (nello spettro delle "poetiche post-joyciane" di Beckett, D'Arrigo, Salinger e Pynchon), e non solo: cinema (Todd Browning, Orson Welles, John Huston), musica, televisione, multimedia. li disegno di Frasca è ospitato in un corpo che pare voluminoso (281 pp.), ma è invece aleph pulviscolare, se tutto l'universo della contemporaneità, parrebbe, si affolla a trovarvi posto. Questo spettro straordinariamente ricco di tematiche trova la sua unitarietà in un procedimento che è, a ben vedere, a sua volta letterario, e specificamente poetico: cioè operante secondo reti di associazioni metaforiche e analogiche (e con ciò avvicinandosi per certi versi alla sintassi ipertestuale), ma anche per singoli - piccoli ma strategici - slittamenti metonimici (e non ci si stupisce allora che il Frasca della Scimmia sia lo stesso Frasca protagonista dell'attuale momento poetico, con le Lime uscite da Einaudi nel 1995). Un libro-ipertesto? Chi ne legga i lunghi e concettosi periodi, il denso apparato di rimandi bibliografici, il disporsi talora affabulatorio dei singoli "episodi" (con attacchi di capitolo che non per caso simulano incipit narrativi), potrebbe pensare tutto il contrario. Eppure, di là dalla vulgata dello "stile ipertestuale" più o meno a ragion veduta imposto dai nuovi codificatori dello "scrivere digitale" (paratassi, aforisticità, iterazione), La scimmia di Dio ha davvero molto di un testo-mondo, di un testo-enciclopedia, di un testo-rete. Ancor più che nel procedimento analogico sopra descritto, direi, nell'èsito finale dell'operazione: che, come in certi ipertesti multimediali tendenzialmente onnicomprensivi, risulta essere un enorme disegno paranoide, una gigantesca reductio ad unum del senso infinito del pluriverso che ci è di fronte. La sospettosità di Frasca (sul mondo dell'informazione, sull'industria culturale, sulla struttura delle innovazioni tecnologiche), habitus mentale che - l'autore si ribellerebbe fieramente alla connotazione - mostra una non casuale air de famille con lo Zeitgeist postmoderno, tende a un certo punto a dilagare a macchia d'olio su tutto il paesaggio mentale; a disegnare l'intero mondo (precedentemente percepito dal lettore secondo assi più o meno cartesiani dalla rassicurante ortogonalità) secondo una prospettiva pericolosamente inclinata, e una geometria di riferimento che si sospetterebbe non euclidea; a dipingerlo con una tavolozza plumbea e (neanche troppo vagamente) minacciosa. Se ci si lascia coinvolgere dal tipo di argomentazione dell'autore, insomma, si finisce per penetrare nel suo stesso universo ossessivo; e uscirne non è facile. Ma anche questo, si finisce per accorgersi, è un effetto voluto da Frasca: il cui modello letterario principe, non a caso, è Samuel Beckett (epigrafe del volume), psicagogo forse involontario, non per questo meno devastante. Come il suo modello, peraltro, l'implacabile trattazione di Frasca non reca l'ombra, da parte sua, di una valutazione esplicita: questo, in definitiva, uno degli aspetti più inquietanti del libro. Come il radarista malinconico proietta le sue macchie sullo schermo e le contempla senza emozioni nel nitore lattescente dell'illuminazione catodica, il saggista di fine millennio contempla la riduzone dell'universo a parvenza simulacrale in uno stato di imperturbabile catatonia strutturale. È nel1'intensità di questo sguardo, allora, nell'intensità con la quale Frasca sente questo mondo (il sentire predicato da Perniola), e non certo in un suo giudizio astratto e iedologico, che andrà ricercata la sua ultima parola, il suo vero commento. Dell'ossessività strabica dello scrutare di Frasca è allegoria voluta (sottilmente allusiva ma non per questo meno decisamente strategica), allora, l'effetto di disassamento prospettico che impone il taglio dell'immagine, già citata, che campeggia in copertina: la donna "in front of a tv set" ci guardaji-ontalmente, appunto (ma la foto, in copertina, è stampata inclinata), e ci sorride; ma solo uno dei suoi occhi è immediatamente visibile. L'altro occhio-quello malinconico, quello strabico -è visibile solo se guardiamo La scimmia di Dio di lato: in quanto, slittato oltre il margine della copertina, è finito stampato sul dorso. E il sorriso che si legge su quell'occhio, a differenza del1'occhio "frontale" diretto e rassicurante, appare - così isolato, così malinconico - il sorriso irridente di una subdivinità malevola: sul confuso ricercare, di noi umani, il senso dell'universo falso che ha costruito. Il sorriso della scimmia di Dio. Testi di riferimento Jurij M. Lotman, La semiosfera, Marsilio 1985. Paul Virilio, Guerra e cinema. Logistica della percezione, Lindau 1996; Estetica della sparizione, Liguori 1992. Manuel De Landa, La guerra nell'era delle macchine intelligenti, Feltrinelli 1996. Emmanuel Carrère, lo sono vivo e voi siete morti. Philip Dick 1928/1982. Una biografia, Theoria 1995. Philip K. Dick, La svastica sul sole, Nord 1977; Un oscuro scrutare, a cura di G. Frasca, Cronopio 1993. Stephen Kem, Il tempo e lo spazio. La percezione del mondo tra Otto e Novecento, Il Mulino 1995. Sergio Finzi, Nevrosi di guerra in tempo di pace, Dedalo 1989. Mario Perniola, Il sex-appeal dell'inorganico, Einaudi 1994; Del sentire, Einaudi 1991. Tomàs MaJdonado, Reale e Virtuale, Feltrinelli 1994. Mario Lavagetto, La cicatrice di Montaigne. Sulla bugia in letteratura, Einaudi 1992. Gabriele Frasca, Lime, Einaudi 1995.

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