Linea d'ombra - anno XV - n. 121 - gennaio 1997

VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE % • " 47 media philosopher (il suo libro va allora accostato a quelli recenti di Paul Virilio o Manuel De Landa, e non per caso esce in una collana nuova, "Riscontri media" di Costa & Nolan, dedicata a incubi e utopie del mondo massmediale), ma con un di più di attenzione umanistica alla/orma dei messaggi che, intorno alla sostanza traumatica del mondo, palesemente o occultamente i media ci trasmettono. Quella di Frasca è allora un'originale "archeologia culturale" (secondo la fortunata formula foucaultiana): lanciato alla ricerca sospettosa delle radici profonde di certi fenomeni d'oggi, l'analista non perde mai di vista, di quell'oggi, le continue evoluzioni, le catastrofi quotidiane che lo rimodellano, i continui ridisegnamenti della polverosa sinopia del paesaggio. Uno sguardo "strabico", allora: e quindi, come nella tradizione del secolo che si appresta a terminare, l'unico tipo di sguardo che, senza poter garantire nulla in merito ali' esattezza della propria visione, tenti di vedere davvero. Un oscuro scrutare. Per lasciare la parola allo stesso Frasca e tornare allo shock dell'esordio: "Le 'emozioni culturali' che sono alla base di questo lavoro, tutte diffusamente striate di chiazze psicotiche, sono sostanzialmente tre [...]. La prima ruota intorno ali 'idea che il Terzo Reich sia sopravvissuto alla fine della guerra, la seconda inocula il sospetto che la guerra stessa non sia mai finita, la terza 'annuncia' che i corpi di tutti gli esseri umani sono stati sottratti". L' aficionado lo avrà già percepito: il nume tutelare di questo libro è Philip K. Dick, lo scrittore californiano guru di una fantascienza metafisicizzante, 'lisergica' e paranoide; tra i più notevoli "miti d'oggi" letterari (come dimostra la fortuna recente della sua biografia, opera di uno scrittore come Emmanuel Carrère. Frasca, dal canto suo, ha esemplarmente tradotto qualche anno fa A scanner darkly, una delle opere meno note e più inquietanti di Dick). Fu proprio Dick a immaginare nel suo libro più fortunato, The Man in the High Cast/e (La svastica sul sole) del 1962, un presente alternativo, un'"ucronia" dominata dall'Asse. Idea non nuovissima, ma che Dick sviluppava con grande raffinatezza di rimandi fra i vari universi immaginari e straordinaria tensione allegorico-politica (nel suo romanzo, uno dei personaggi è uno scrittore che immagina un presente alternativo dominato dagli Alleati: un presente molto diverso da quello che conosciamo, o crediamo di conoscere). Il punto di svolta, dunque, è la seconda guerra mondiale. Sul modello di un fortunato saggio di Stephen Kern, che focalizzava la prima guerra mondiale come il punto di svolta della "grammatica della visione" umana (con l'irrompere clamoroso dell'industria di massa nel "mercato della morte", con lo sviluppo delle telecomunicazioni e, parallelamente, con il ridursi del campo percettivo fisico dei "nuovi cavernicoli" sepolti nella guerra di trincea), Frasca prende le mosse dal diffondersi dei media, oggi dominanti, negli ultimi anni della guerra ("guerra mediale", dunque) e dei primi del dopoguerra: soprattutto della televisione (con il suo erede legittimo, il terminale del computer), considerata a sua volta erede diretta dello schermo del radar. Per Frasca, non si può capire l'oggi se non si percepisce come la "tecnologia successiva alla fine della seconda guerra mondiale sia stata nella sua interezza quella militare, solo in un secondo momento piegata ad esigenze civili". Non per caso si può individuare una fonte precisa di questi suoi interessi nelle trasmissioni radio che curò dall'Audiobox Rai durante la guerra del Golfo ("emozione culturale" massima dei nostri tempi, Baghdad chirurgicamente bombardata ali' infrarosso). Il mondo del dopoguerra, dice quindi Frasca, è ancora il mondo della guerra (la stessa dizione dopoguerra essendo allora una mistificazione): dominato dalle logiche della "dissimulazione" dell'operato proprio (la sua "criptazione") e a un tempo dell "'interpretazione" sospettosa dei segni dell'Altro (cioè del nemico); ma anche della "virtualizzazione" del nemico, della sua "riduzione a macchia" sullo schermo del radar. La letteratura, il cinema, la televisione del dopoguerra, allora, possono essere letti come tracce residuali di un conflitto mai terminato; come macerie di un 'umanità ancora "in stato di emergenza"; e la psiche dell'uomo della guerra, di ciascuno di noi, cioè, mostra tutti i connotati della "nevrosi di guerra in tempo di pace" (Finzi). Figura emblematica dell'uomo della guerra è il radarista. Con i suoi interminabili turni di attenzione allo schermo, con la sua solitudine malinconicamente vigile, con la sua postura catatonica e tendenzialmente immobile (simile a quella del pilota da caccia nel suo abitacolo-cubicolo), con il suo fanasmatico stato di trance, il radarista è figura (proprio in senso auerbachiano) dell'odierno telespettatore, telèmata, "abitatore del virtuale". Figura di un uomo che al tubo catodico affida i suoi unici contatti con un "reale" ridotto a macchia; a parvenza "simulacrale" e "virtuale", malinconicamente deprivata di fisicità (una scorporeizzazione che nulla ha della pacata euforia di cui l'ha rivestita il pur acuto Perniola ultimo del Sex-appeal dell'inorganico). L'inconsistenza del nemico, esperita dal radarista che fa "la guerra alle macchie", si muta inavvertibilmente nell'inconsistenza di sé: è "la prima e più fondante di una teoria di 'evanescenze' che giungerà fino ali "emozione culturale' della sottrazione del (proprio) corpo" (p. 76): quell"'estetica della sparizione" che Paul Virilio ha indicato come caratteristica della società contemporanea. Per questo il "mito culturale" cui forse è maggiormente legata la riflessione di Frasca è il body-snatching, la sottrazione del nostro corpo da parte di potenze aliene: il classico film, candidamente psicotico, di Don Siegel (1956), con i suoi due remakes (Philip Kaufman, 1978 e soprattutto Abel Ferrara, 1992), è acutamente analizzato da Frasca come allegoria di questa progressiva scorporeizzazione dell'umanità, dello sfarinamento progressivo del sé (che nel remake di Ferrara avviene sotto un'allusiva ègida militare). E il cinema, per Frasca, è in toto arte della "maculizzazione del reale". Ma il medium principe, )'"immagine guida", è naturalmente la televisione. Alla televisione, al televisore ("piccolo arredo dell'immalinconire domestico") rimanda la copertina del libro, che come si vedrà è parte integrante del suo senso. Un'immagine anni cinquanta, delicatamente neobiedermeier, di un intérieur domestico dominato dallo schermo televisivo; e una donna in primo piano, le spalle alla tv, che ci guarda. Una scritta: "Greetings from in front of a tv set". La situazione del telespettatore, "inerte che fagocita la vita", è la quintessenza del "fremito fermo" esperito dall'uomo di oggi, massima-

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