Linea d'ombra - anno XV - n. 121 - gennaio 1997

QUESTIONE DI RITMO SCRIVERINE VERSI DIGABRIELLSAICA Nicola Gardini Gabriella Sica è autrice di un breviario di metrica, Scrivere in versi (Pratiche 1996, pp. 275, Lire 26.000) travestito da trattato (anzi, da "trattatello" come l'autrice scrive sulla copertina con finta modestia): se l'intento è quello, nobile, di rendere un atto di riconoscimento alla poesia, i risultati sono tutt'altro che apprezzabili, soprattutto se messi a confronto con altri lavori del genere, che negli ultimi tempi hanno trovato un'accoglienza particolaimente benevola presso la grande editoria (il Manuale di metrica italiana di Gianfranca Lavezzi, La Nuova Italia Scientifica 1996, si segnala su tutti per la ricchezza e la precisione dei dati). Non è questo il luogo per indicare i numerosi errori del libro - cosa già fatta da un intelligente esperto come Pier Vincenzo Mengaldo, limitatosi gentilmente ai rilievi più necessari di ordine tecnico ("Belfagor" n. 4, 1996, pp. 490-492) - che, a dir poco, si rivela sotto ogni punto di vista uno scritto presuntuoso, sbagliato e inutile. Un rinnovato interesse per la metrica in ambito accademico, d'altronde, sembra rispondere a un ritrovato - ma forse mai interrotto - interesse per le forme chiuse nella scrittura poetica degli ultimi anni: a parte l'avanguardia, quale versilibrista, oltre a un Sereni (davvero unico), è stato così alieno a un'idea di regolarità da non lasciarsi tentare almeno una volta dalla ripresa di schemi tradizionali? La fine del secolo ci consente anche di negare a certe esibite violazioni della norma (soprattutto quelle del passaggio da Ottocento a Novecento, in primis la perdita della rima) un valore di rottura definitiva e di iscrivere quei fenomeni in una storia del gusto più che in quella delle invenzioni. Lo Scrivere in versi di Gabriella Sica sembra appartenere già a una moda metrica. Benché sia niente più di un manuale (ma con l'implicito fine di insegnare a scrivere in versi, non a leggere poesia), mostra, anzi si arroga pretese teoriche ed estetiche di afflato addirittura ficiniano. L'ignoranza della materia cerca conforto in uno sfoggio nonchalant di cultura che, invero, è superficialità di giudizio e di informazione, pericolosa demagogia di un associazionismo nozionistico e di un sempre tentante latinorum all'Azzeccagarbugli. Per esempio Gabriella Sica, diversamente da come vuole farci credere, non conosce né la metrica né la lingua latina e greca, che, invece, cita con irresponsabile libertà e con la segreta speranza di stupire, al fine di nascondere così le magagne della sua competenza in metrica volgare. Basti confrontare le sue misticheggianti e strampalate incursioni nell'etimologia di ritmo con il corrispondente paragrafo di Aldo Menichetti (un'autorità in campo di indagine prosodica) per avere chiara d'un colpo la faciloneria romanzesca con cui è stato composto questo Scrivere in versi. Non si finirebbe di citare errori, travisamenti e disinformazione. Cito a caso: "il carmen si deteriora nel francese charme, nient'altro che un effimero incantesimo e fascino, solo una seduzione". Orbene, carmen ha già il significato di "incantesimo", di "formula magica", oltre che di "canto poetico", nel latino classico (Virgilio usa carmen nel significato di "canto poetico" in Bucoliche, III, 61): doppio significato che Paul Valéry recupera nel suo titolo Charmes. Oppure: "Rima, nel suo significato più semplice, è la crepa, la fessura che si apre sul ghiaccio o sulla roccia. Risale al latino rhythmus (...)": qui si confonde grossolanamente il termine latino rima (la radice è la stessa del greco regnymi, "spezzo"), che vale "fessura", "crepa" (ancor oggi termine alpinistico significante "crepaccio"), con il termine rhythmus, con cui non ha niente a che fare, ripreso dal greco (la radice è quella del verbo rheo, "scorro") e arrivato all'italiano nel significato di "rima poetica" per contaminazione dal francese rim, "serie, numero". E così via. Il tutto risulta condito da una retorica ingiustificatamente suasiva e sdolcinata, che nel migliore dei casi rivela l'entusiasmo del l'apprendista. IL RADARISTAMALINCONICO LAGUERRMAEDIALEDIGABRIELFERASCA Andrea Corte/lessa Quello che è appena iniziato è l'anno 75 dell'era fascista. L'Asse, infatti, ha vinto la guerra. Se pensate il contrario siete vittime di una tecnoillusione di massa, pianificata dagli psicagoghi del regime nazifascista. Sono loro, i tecnici dei media, che, come il falso demiurgo della gnosi - la scimmia di Dio - fabbricano realtà alternative e rassicuranti per il pubblico. Questo, lo shock da cui prende le mosse Gabriele Frasca nel suo saggio La scimmia di Dio (Costa & Nolan, Lire 32.000; passato quasi sotto silenzio nel corso del 1996 e già solo per questo, conoscendo l'industria culturale italiana, degno del massimo interesse). Il sottotitolo, L'emozione della guerra mediale, rimanda alle "emozioni culturali" del Lotman de La semiosfera, "emozioni collettive spontanee" indotte dal "funzionamento del meccanismo culturale". Di questi nuovi "miti d'oggi" la specificità dell'analisi di Frasca (che è da parte sua, per formazione e per insopprimibile ticcheria, un letterato; e di punta) consiste nell'indicare il terreno di coltura e il clic genetico: individuandolo quasi sempre in alcuni testi decisivi (letterari, cinematografici, musicali o, in senso lato, culturali: nel modo "testuale", cioè in cui, in un'ottica tipologico-culturale, sono leggibili i fatti storici). Con La scimmia di Dio Frasca risulta essere una sorta di

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