Linea d'ombra - anno XV - n. 121 - gennaio 1997

siccità. I morti, anche i più veterani, già si stavano seccando lì sotto. Tristereza sta spazzolando la giacca che io non userò mai e proferisce le sue certezze: "La nostra terra era piena di sangue. Oggi la stanno pulendo, come questi panni che ho lavato. Ma neanche ora, mi scusi, neanche adesso si metterà questo vestito?" "Ma, Tia Tristereza, non starà piovendo un po' troppo?" Troppo? No, la pioggia non ha mica dimenticato come si cade, dice la vecchia. E mi spiega: l'acqua sa quanti granelli ha la sabbia. Per ogni granello fa una goccia, come la madre che prepara una maglia calda per un.fi'glioassente. Per Tristereza lanatura ha le sue cose da fare, che accadono secondo modi semplici come i suoi. Gli acquazzoni sono stati ordinati al momento giusto: coloro che se n'erano andati e che ora stanno ritornando dalle loro parti troveranno la terra già bagnata secondo il gusto delle sementi. La Pace ha altri governi che non passano per la volontà dei politici. Ma dentro di me persiste una celta diffidenza: questa pioggia, zia mia, non sarà forse un po' troppo prolungatamente eccessiva? Non sarà che alla calamità della siccità seguirà la punizione della piena? Tristereza guarda il paesaggio inzuppato e mi espone altri concetti meteorologici che il mio sapere non può toccare. Una stoffa si riconosce sempre dal rovescio, come dice lei. Dio ha fatto i bianchi e i neri per, alle spalle l'uno dell'altro, poter decifrare l'Uomo. E indicando le nuvole grasse mi confessa: "Lassù, signore, ci sono pesci e granchi. Sì, animali che vengono sempre insieme alla pioggia". E aggiunge, animali di questo tipo cadono sempre durante le tempeste. "Non ci crede, signore? Persino a casa mia sono caduti". Sì, fingo di credere. E di che pesci si tratta? Negativo: tali pesci non possono essere chiamati con nessun nome. Sarebbero necessarie parole sacre ma esse non trovano posto nelle nostre voci di uomini. I suoi occhi sono di nuovo lonMaqueze,Mozambico.FotoUnkel/Sobo/Reo/Contrasto DAL MOZAMBICO/COUTO 43 tani oltre la finestra. Là fuori continua a pivoere. li cielo restituisce il mare che in lui si era alloggiato in lente migrazioni di azzurro. Ma questa volta sembra che il cielo voglia invadere la terra intera, unire i fiumi, spalla a spalla. E io torno a chiedere: non sarà troppa quest'acqua che sta cadendo giù con maligna bontà? La voce di Tristereza si ripete con la monotonia della pioggia. E mormora, ridendo: mi scusi la mia battuta, ma lei sembra un animale che cerca la.foresta. E aggiunge: "La pioggia sta pulendo la sabbia. I morti saranno contenti. Adesso sarebbe un buon segno di rispetto se lei si mettesse questo vestito. Per confarsi alla festa del Mozambico ..." Tristereza mi guarda ancora una volta, dubbiosa. Poi, rassegnata, appende la giacca. Il vestito sembra sospirare. La mia testardaggine rimane appesa alla stampella. Spio la strada, righe bagnate di tristezza scendono giù per i vetri. Perché cerco tanto l'evasione? E per quale ragione invece la vecchia zia si accetta dentro, tutta vestita di casa? Forse perché io appa1tengo più al mondo, Tristereza invece non sente, come me, l'attrazione di uscire. Lei crede che il tempo di soffrire è finito, la nostra terra si sta lavando del passato. Io ne dubito, ho bisogno di guardare la strada. La finestra: non è forse dove la casa sogna di essere mondo? La vecchia ha finito di lavorare, saluta mentre chiude le porte, in lenti gesti. È entrata una tristezza nella sua anima e io ne sono colpevole. Noto come le piante spuntano lì fuori. Il verde parla la lingua di tutti i colori. La zia ha già ripetuto i saluti e sta uscendo mentre io la chiamo: "Tristereza, prendi la mia giacca". Lei si illumina di stupore. Mentre spoglia la stampella, la pioggia sta finendo. Solo poche gocce cadono ormai sulla mia giacca. Tristereza mi chiede: Non le tolga, non le tocchi. Questo po' d'acqua porta .fortuna. E usciamo insieme, tutt'e due sotto braccio pestando le pozzanghere, spensierati, come due bambini che del mondo conoscono l'allegria di un giocattolo infinito. Da Mia Couto, Est6rias Abensonhadas, Lisbona, Caminho 1994.

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