38 DALMOZAMBICO/NIFANTANI no per bellezza e miseria le librerie dove non si trovano praticamente che quaderni, matite e vecchie cartoline anche queste di almeno una quindicina di anni fa. Se si considera che la biblioteca nazionale ha un sistema di schedatura impossibile, l'unico posto dove ci siano libri veri è l'Archivio nazionale, anche questo in restauro e quindi con accesso limitato, e la biblioteca dell'ambasciata portoghese, dove si raduna attorno al bibliotecario italiano una confraternita composita di giornalisti, universitari e scrittori mescolati alle centinaia di ragazzi che occupano l'affollatissima sala di lettura e vanno pian piano consumando il patrimonio ingente di libri della biblioteca per alimentare un florido commercio di libri rubati. Nelle sale di consultazione è ammonticchiata la scarsa produzione editoriale del paese: quattro quotidiani di cui un paio di effettiva distribuzione, un paio di riviste occupate dai temi più forti dell'attualità mozambicana fra cui l'offerta fatta dal governo ai coloni boeri sudafricani di terre da coltivare, l'adesione al Commenwalth, l'invenzione dal nulla di un'economia che di fatto non esiste. Di questi temi e di altri assai curiosi come il caso dei "chupasangre", una sorta di psicosi collettiva che ha colpito il Nord del paese dove la popolazione teme di assopirsi la notte per evitare che dalle finestre aperte le venga succhiato il sangue con primitivi impianti di precaria dialisi, non manca occasione per parlare qui a Maputo, ex Lourenço Marquez dal nome del commerciante portoghese che vi capitò dopo aver navigato lungo il Limpopo nel Cinquecento, come succede nei paesi poveri dove ci si aggrappa alle parole per attribuirle un senso che la realtà nega o confonde. I miei interlocutori sono un ottimista e un pessimista, uno storico, l'altro giornalista. Il primo guarda indietro e snocciola i motivi per non avere alcun rimpianto del passato, dalla corruzione, alla censura, ai campi di rieducazione, all'indottrinamento coatto per finire con l'autocensura: è un critico severo del proprio paese, è più giovane rispetto al secondo, però quando guarda al presente e al futuro li vede pieni di cattivissimi presagi e conclude con una drastica visione del paese senza più un minimo di garanzie sociali e un montante neocolonialismo economico e culturale. Il secondo ripete più volte che l'obiettivo principale, cui crede, è per tutti quello di tenere a galla il paese, sa che questo governo è corrotto e che la mancanza di una classe politica adeguata è un problema fondamentale, si sente un intellettuale, lavora alla-radio e ritiene che il suo dovere sia quello della denuncia morale. Ma quando si parla di investimenti stranieri arriccia anche lui il naso, della cooperazione internazionale avverte il limite dei carrierismi interni e della presenza a tutti i costi. Anche lui è orgoglioso del proprio paese, tende a non criticarlo come il primo interlocutore, è assai più centrato sullo sforzo di ricostruzione, per impedire che la nave affondi, probabilmente più pragmatico. Entrambi sono lontani dai giochi della politica pur provenendo in varia misura dall'area del Frelimo, sembrano rassegnati ali' idea di esserne ancora governati perché l'opposizione non ha alcuna idea e le poche sono prese pari passo dal neoliberismo corrotto a cui si è votato il partito al potere dopo la vittoria alle urne dell'ottobre 1994. Neoliberismo nel senso della scoperta di una nuova ideologia, corrotto nel senso di una politica intesa come accumulazione primitiva di capitale in un paese dove un deputato guadagna qualcosa come trenta o quaranta volte un salario medio. Ricordano nelle loro riflessioni quanto con foga sentivo sostenere dall'unico medico dell'isola di Mozambico, scettico, demolitore rispetto a un passato dal quale si è sentito escluso, che critica la mancanza di solidarietà, la corruzione, l'incompetenza: ha meno di trent'anni e si sente parte di una generazione castrata dalla vecchia generazione, sopra la quale è necessario passare, dice, costi quel che costi. Anche lui si professa apolitico, ma in fondo simpatizza per l'opposizione renamista. Quando critica lo fa da un punto di vista diverso da quello dei due interlocutori, già convinto che in questo nuovo paese ci si debba affidare soltanto alle proprie forze, costi quel che costi: per lui l'imperativo è vivere, affermarsi, è un'ode all'individuo la sua, alla sua capacità alla sua forza, alle sue illusioni fin troppo evidenti. Le riflessioni dei due intellettuali gli puzzerebbero, direbbe che sono prezzolati dal regime perché stanno a Maputo mentre lui è lontano mille miglia e non ha nessuno che lo capisca con cui poter parlare delle proprie disgrazie. Ai due interlocutori sembra interessare il problema di una lingua e una cultura assediata dai vicini anglofoni, al terzo la cosa sembra una questione accademica, è più preoccupato dal fatto che il governo conceda prestiti solo agli indiani: a lui un prestito non lo concederebbero mai perché non sarebbe in grado di pagare il quaranta percento dell'entità in tangenti. Se la prende con gli indiani perché "sono i vecchi sfruttatori che tornano travestiti" e non è disposto ad accettare che gli indiani possano essere stati una minoranza essa stessa estraniata dentro una cultura alla ricerca di identità. Cita abilmente il caso dell'imprenditore indiano amico dei politici frelimisti, sorpreso a guidare il trasporto di due container pieni di hashish depositati nel porto di Beira in attesa dello smercio alle piccole mafie che già controllano i vari mercati neri nelle città. Quando parla dei neri, lui che è un classico meticcio, la fa con malcelato disprezzo o quantomeno con sufficienza: "è gente che si aspetta ancora che i soldi piovano dal cielo, non ha capito che bisogna lavorare per averceli i soldi. Questa è la nostra tragedia". l miei due interlocutori si sentono parte di una minoranza che di fronte a uno straniero non sa se dire tutto il male di un paese che li fa soffrire o glissare per timore di essere fraintesi, di giustificare ·nel loro interlocutore l'attitudine "colonialista" e "falsamente obiettiva" di chi è lontano dalla sofferenza vera, vissuta e non solo osservata per essere raccontata, ma sembrano volermi dare una chance. Se hai voglia di capire qualcosa, vieni alla Casa Velha, mi suggeriscono, forse lì ci trovi un po' di quella società civile che si esprime come può, ma che ha cose da dire. La Casa Velha è quello che definiremmo un centro sociale, con una sua piccola "cantina", una sala di lettura, un locale per le conferenze, ma soprattutto un emiciclo destinato al teatro. Vi circola gente di tutte le età, la sera ci ritrovo i miei due interlocutori che chiacchierano in gruppo; sono bianchi di origine portoghese, ma accanto a loro ci sono ragazzi più giovani mozambicani e del resto anche loro si sentono assolutamente e unicamente tali, mozambicani. Mi conducono un po' meravigliati per le sale del centro, poi m'abbandonano nelle mani di un gruppo di ragazzi più giovani che, incuriositi, cominciano a raccontarmi della voglia di leggere libri che ancora non ci sono, della paura della disoccupazione, del miraggio di una borsa di studio per il Portogallo, del prossimo calendario di rappresentazioni. E allora è il momento della mia meraviglia, niente di meno che La giara di Pirandello. Mi invitano a vederla rappresentata la sera dopo, tra un pubblico divertito e partecipante quant'altri mai, ma sembrano tenere in serbo la vera sorpresa. Il giorno dopo al mattino, in un sole invernale netto e caldo, nell'emiciclo deserto ritrovo una coppia portoghese della sera precedente. La sorpresa sono loro due, i registi del Ruzante che i ragazzi bravissimi stanno provando. Ruzante da padano contadino è divenuto guerrigliero per forza, ma ancora saldamente contadino non ha perso la co-
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