Linea d'ombra - anno XV - n. 121 - gennaio 1997

solo una ipotesi esistenziale. Si arriva a Maputo e si vedono nella immediata periferia le prime fabbriche che riaprono, inevitabilmente con nomi stranieri, spesso italiani, le strade coi mezzi pieni di gente all'inverosimile, le lunghe file per poter tornare da dove si è venuti al mattino, dopo una giornata di lavoro che appare sempre inventato, esiguo, fragile, che domani potrebbe non esserci. Maputo prende il nome dal fiume che scorre nelle vicinanze: era poco più di un villaggio fino al primo Ottocento, dove approdavano austriaci, inglesi e olandesi finché i portoghesi ne acquisirono saldamente il dominio. Diviene capitale nel 1898, due anni dopo la creazione della linea ferroviaria che collega la città alla regione sudafricana del Transvaal alla ricerca di uno sbocco sul mare per le proprie industrie e miniere dopo la sconfitta nella guerra angloboera. Lourenço Marquez diviene da quel momento il simbolo dei nuovi equilibri economici del paese che neppure la dittatura di Salazar saprà modificare nella sostanza, quella di un paese sempre più legato al mondo anglosassone dei paesi circonvicini con alla testa il Sudafrica cui presta manodopera in misura crescente e che in misura crescente negli anni precedenti l'indipendenza ne fanno una specie di dependance turistico-godereccia. Se si cercano nell'odierna Maputo i nomi delle strade si scopre che la capitale è una città senza nomi nelle strade e nelle piazze. Chi li cita e mostra di conoscerli lo fa con un esercizio di memoria, snocciola i nomi dei grandi personaggi delle rivoluzioni marxiste del secolo e ti dice che qui la avendida Lenin si Maqueze,Mozambico.FotoUnkel/Saba/Rea/Contrasto DALMOZAMBICO/NIFANTANI 37 incrocia con la Moldlane, che scende dal vecchio quartiere di Alto Mae fino al porto, passando per il palazzo del Parlamento e giù ancora fino al mare attraverso la vecchia Baja, il quartiere dei commercianti arabi e indiani accanto alle agenzie di rappresentanza del governo e alle banche. Fino al porto dove le vecchie navi sovietiche arrivate come simbolo di fratellanza, sono state affondate, dicono i maligni, per mancanza di carburante per tornare a casa, e dove non c'è nave che sia stata battezzata negli ultimi vent'anni. Un centro segnato per un lato dalla stazione ferroviaria che anche qui come in tutti i paesi dell'Africa australe è attigua al porto e dall'altro dalle alture della Punta Yermelha dove è la sede del presidente della Repubblica Chissano succeduto a Zamora Machel morto in un incidente aereo, con tutta probabilità provocato, nel 1985. Poco più in là la avenida Engels, ex Miradouro Lisboa, ospita le principali ambasciate e suggerisce la bellezza del mare che si appresta, uscendo dal golfo, a farsi oceano unita alla saudade di chi continuò a vivere qui pensando a Lisbona e alla madrepatria lontana, prima di tornarvi dopo la furiosa battaglia seguita all'Indipendenza. Ancora più in là il vecchio Hotel Poiana, di recente restaurato, ospita i nuovi affaristi sudafricani, giapponesi ed europei, così come negli anni del conflitto ospitava lo spionaggio inglese tedesco e italiano occupati a seguire gli spostamenti dei sommergibili nel Canale di Mozambico. Nel mezzo, strade battute da pochi veicoli privati, di cui più della metà delle varie organizzazioni della cooperazione internazionale, negozi con pochissime cose fra cui si segnala-

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