36 DALMOZAMBICO/NIFANTANI patii minuti, i cinematografi e le scuole abbandonate, la passeggiata tracciata in lieve rilievo rispetto al tracciato della strada, la statua di Camoes che domina col suo artificioso saluto al mare la nostalgia di questo posto che fu capitale ed è oggi ridotto a avamposto miserevole di una cultura interetnica che affonda lontano le sue radici e che neppure una guerra spietata ha potuto spezzare. Oltre la guerriglia In Mozambico oggi si giunge piuttosto agevolmente tanto dallo Zimbabwe che dal Sudafrica, le due direttive fondamentali della storia e dell'economia mozambicana. Da un lato Beira, il porto mozambicano che ha negli ultimi due secoli superato abbondantemente Mozambico fino a divenire con Maputo lo scalo più importante del paese. Presidiato in tempo di guerra dalle truppe zimbabwiane lungo tutto il corridoio terrestre che funge da cordone ombelicale tra i due paesi, Beira, città porto e scalo ferroviario sudicio con presagi incompiuti di modernità, è tradizionalmente il porto dello Zimbabwe, il suo accesso al mare e il punto d'approdo dei suoi commerci. In questa regione e più a Nord, negli stati di Nampula e Niassa la guerriglia della Renamo ha avuto terreno facile, basi di insediamento, braccia da arruolare, potenza di fuoco consistenti e città degne di importanza, proprio laddove il governo frelimista aveva messo in atto la più ambiziosa delle politiche di ridefinizione territoriale, culminata nella fondazione delle "aldeias comunais" e nella "depo11azione" della popolazione nei nuovi villaggi organizzati su base rigidamente marxista. Con l'indipendenza del paese nel 1975 e la leadership di Zamora Machel, che succede al capo naturale del movimento frelimista per l'indipendenza Eduardo Moldlane ucciso da una lettera-bomba nel 1969, la ricetta marxista diviene il verbo ufficiale del partito al potere e da qui parte all'entusiasta trasformazione del paese. Un paese ancora largamente fondato e regolato dalle autorità tradizionali di villaggio, spesso in lotta fra loro e fra villaggio e villaggio, sul quale l'operazione frelimista giunge a recidere legami antichi, saldi senza saperne costruire altri che siano accettati e accettabile dalla cultura propria delle comunità. Su questa resistenza silenziosa ma tenace, su questa renitenza alla deportazione nei nuovi villaggi comuni, si salda la lotta spietata e crudele iniziata dal Mnr, gruppo mercenario pagato dai rhodesiani prima della indipendenza nel 1980, prodromo della futura formazione guerrigliera Renamo, oggi trasformatosi in partito politico dopo gli accordi di pace del 1992 e le elezioni del 1994. Dal 1980 sono quindici anni di guerra per questo paese, esasperati da una strategia renamista che mira a diffondere il terrore nel paese, con attentati e assassinii senza obiettivo politico, con stragi di civili, accuse reciproche, sostegni incrociati da parte dei paesi vicini, violenza cieca, distruzione delle relazioni e dei legami di una società, recrudescenza dal1 'altra parte dei campi di rieducazione per tutti i supposti devianti, delle violenze e delle mutilazioni ai danni della popolazione civile da parte della guerriglia, che in buona parte da quegli stessi campi di rieducazione usciva. Quindici anni di guerra che ha lasciato sul campo più di mezzo milione di morti, quattro milioni di senza tetto, più di un milione di rifugiati nei paesi vicini, e l'ennesima triste contabilità delle tragedie collettive di questa fine secolo. Da Beira a Maputo, le campagne che sono pure fertili e che costituiscono una delle risorse del paese sono desolantemente vuote, percorse da torme di soldati che tentano una ardua opera di sminamento del territorio. Ogni volta che nuove mine sono trovate lasciano leggere una nuova pagina della storia del paese. Qui le mine le hanno messe tutti, a cominciare dai portoghesi prima di andarsene, per concludere con i guerriglieri e l'esercito regolare. Paesi di fabbricazione, zone occupate, ambizioni territoriali, brutalità e accanimento nella volontà di piegare popolazioni e territori si leggono ancora nei tanti ordigni che immobilizzano questo paese. Eppure se ci si chiede chi e perché ha combattuto questa guerra, le risposte sfuggono. Un ex capitano del1 'esercito frelimista, con una protesi applicatagli nella Germania dell'Est, cita l'indottrinamento, la certezza di combattere il male ovvero il nemico, di essere un esercito in guerra per vincere e per vincere reclutare, indottrinare uccidere, fino alla disillusione e al disinganno con cui oggi dice: "Eravamo tutti ragazzi incoscienti, ma ce ne siamo accorti troppo tardi". O ancora, come vogliono molti dei sociologi che si sono applicati allo studio di questo massacro generalizzato e crudele, un'estensione paranoica di un gioco maschio e selvaggio dentro il quale rivive il mito avventuroso di una guerra eroica e sanguinaria dalla quale uscire vincitori e uomini. Mia Couto, oggi il più noto e apprezzato dei giovani scrittori mozambicani e il più letto tra gli scrittori lusofoni non portoghesi, la chiama una ossessione dentro la quale sono in lotta due anime nemiche e contrapposte, quella della città, centro anomalo e a suo modo moderno assediata da una campagna dove vigono le leggi di un mondo che non ha ancora avuto accesso a una pur precaria modernità, dove credenze religiose e abiti mentali, legami socioeconomici e tradizioni culturali sono in tragico attrito con le città dei bianchi e degli indiani dove la popolazione nera fin dai tempi dell'"indigenato" di marca coloniale portoghese ha vissuto la propria alienazione ed estraneazione. Attraverso le mine, i corpi mutilati, la paura di chi doveva viaggiare in un paese dove la guerriglia cercava di colpire annichilendo qualsiasi tentativo di spostamento al di fuori dei principali centri urbani, si legge l'incertezza di un progetto di identità, prima portoghese e poi autoctono, ugualmente forzato ma fondamentalmente ancora estraneo rispetto a una cultura restia a farsi leggere in termini convenzionali. Così come si legge la violenza di una barbarie rinfocolata dall'esterno, ma anche dotata di una propria forza e di un proprio progetto distruttivo, di un'intima rivolta contro il mondo degli intellettuali e dei burocrati delle città, dei commerci, dell'altro da sé di un mondo odiato fino a desiderarne l'annichilimento in un rito di sangue dove il sangue diviene certezza della propria esistenza. Una città senza nome Da Johannesburg si arriva a Maputo, la capitale, con un viaggio di otto ore e si rimane sorpresi da una specie di emblematica fotografia. Il confine difeso da ampie volute di filo spinato, la strada che corre sconnessa tra le buche lasciandosi alle spalle centinaia di relitti di automobili, bus, camion e tutto quanto garantisce capacità di movimento. Il bus che oggi, da pochi mesi, è tornato a percorrere questa via lungamente interrotta, è pieno di gente che può permettersi di tentare l'avventura di un commercio basato sull'acquisto in Sudafrica di quanto non si trova in Mozambico, abiti, piccoli oggetti, vettovaglie da rivendere a Maputo prima di un altro viaggio, con più soldi, con maggiori possibilità di arrivare a quella primitiva accumulazione di capitale. Pieno di gente che lavora in Sudafrica, ancora nelle miniere come è avvenuto per tutto il secolo, o di qualche ragazza che si lamenta della noiosità di Maputo, del suo sudiciume, della mancanza di qualsiasi occasione di divertimento, di formazione, di futuro insomma e che va ad annusare l'aria che si respira dove il futuro è nonostante tutto il domani e non
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