Maqueze,Mozambico.FotoUnkel/Saba/Rea/Contrasto gnità. Oggi il molo che si prolunga nel mare è ridotto a un'intelaiatura di travi, a un'ossatura priva di qualsiasi rivestimento dove i bambini dell'isola, i veri, splendidi padroni di questo luogo, si esibiscono nel loro difficile esercizio di equilibrio che li conduce di trave in trave a una altezza di sei-sette metri dove fino a una sessantina di anni fa posavano comodamente il piede i nuovi arrivati. Visitare l'isola è un esercizio tetro e suggestivo al tempo stesso. Più della metà degli antichi edifici, fondachi e residenze portano i segni di un lungo processo di decadenza iniziato col crollo del tetto, per estendersi alle pareti, alle colonne, alle finestre. Ma è l'animazione dell'isola che colpisce. Al tramonto file di ragazzi vanno verso la antica fortezza oggi in stato di avanzato degrado, a raccogliere l'acqua piovana nella vecchia cisterna. I bambini sono ovunque, numerosi, allegri, durante la settimana nelle scuole dell'isola, dignitosi edifici che ospitano le elementari e medie, nel fine settimana lungo le strade o accalcati nella piazza che ospita quel che rimane della vecchia Capitaneria di porto, cercando di vendere il poco pane o le arance o le collanine come Nyerere o le vecchie monete portoghesi come Nelson, scimmiottando abitudini e modi di tanti altri coetanei di questo continente, senza che qui vi sia qualcuno a cui vendere. Ma è soprattutto di notte che le loro voci sembrano alzarsi tutte assieme per le strade polverose, mescolandosi ai rumori dei giochi e ai richiami dei genitori. L'isola è il loro regno, da loro ricomincia la speranza di un paese che ha visto decimata la popolazione negli DAL MOZAMBICO/NIFANTANI 35 ultimi dieci-quindici anni, e che se qui ha lasciato pochi morti, più in là sul continente ha lasciato migliaia di cadaveri e tanti corpi mutilati dalle mine. Chi oggi gioca e grida nelle strade è già sopravvissuto all'anemia e alla denutrizione, alla malaria, alle intossicazioni e infezioni intestinali che ancora colpiscono più della metà della popolazione infantile. Di notte si vedono per le strade sterrate le candele dei posti dove si vendono fino a tarda ora le cose che non si sono vendute per l'intera giornata e che probabilmente non si venderanno neppure l'indomani, le cose comprate al mattino negli empori ancora oggi come secoli fa gestiti dagli indiani, che qui sull'isola hanno il loro tempio, minuscolo avamposto tra una straboccante maggioranza musulmana, distribuita nelle cinque moschee e nelle confraternite della parte meridionale dell'isola. Dall'alto della Grande moschea la vista abbraccia le barche che sono già uscite in mare al mattino e nelle primissime ore del pomeriggio divengono luogo d'incontro e di chiacchiera in prossimità dell'ombra, unico mezzo di sostentamento di una popolazione che si regge sulla pesca e sull'autoconsumo. Altre barche, altre navi, scafi da guerra e scafi commerciali che un tempo frequentavano il porto sono oggi ridotte a imbarazzanti resti, simili a lische di pesce nella ferraglia arrugginita, anch'esse, come tutte le rovine di questa isola, delizia dei ragazzi e dei loro giochi in bassa marea. Un'isola che guarda il continente e un'isola che guarda l'Oceano Indiano. Una imponente, ricca, sfarzosa, irrimediabilmente decaduta, l'altra parte più umile con le case chiare e basse, i
RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==