Linea d'ombra - anno XV - n. 121 - gennaio 1997

La parola chiave per me è "traduzione". li vocabolario inglese lega l'origine del termine al significato di trasportare, spostare da un luogo a un altro, e quindi da una lingua a un'altra e da una forma a un 'altra. Questo è il senso del mio lavoro con i classici: trasportare il testo da un luogo a un altro, da un tempo a un altro, da una cultura a un'altra. Ovviamente in ogni traduzione c'è una perdita, un testo può rimanere se stesso solo nella sua lingua originale. Per questo non ho alcun problema a rielaborare un classico. I traduttori inglesi di Molière o di Gogol' cercano un equivalente inglese degli ambienti originali nel tentativo di avvicinarsi a un'autenticità che a mio avviso non è ripristinabile. Meglio, quindi, trasformare il testo all'interno di un nuovo contesto o altrimenti realizzarlo senz'altro nella sua lingua d'origine. Molti recensori 111a111festanoperplessità o addirittura fastidio per la libertà con cui tu rielabori i classici, trasformando e tagliando il testo originale. I tagli in un testo non costituiscono per me motivo di preoccupazione. Ciò che mi interessa è il modo in cui la storia si trasferisce da un tempo a un altro tempo, da una cultura a un'altra, da una prospettiva precedente a una nuova percezione. I tagli, gli spostamenti, le rielaborazioni diventano necessari. Nel Tartuffe, per esempio, ho eliminato sette personaggi poiché nella nuova ambientazione, l'India del Gran Moghul, questi non avevano più alcun senso. Allo stesso modo potrei decidere di introdurre dei personaggi sollecitati dal nuovo contesto storico. A volte si tratta di modifiche minime. Nel Borghese ge111iluomo di Molière, per esempio, Monsieur Jourdain si rivolge al sarto e gli dice: "Ho calzato le scarpe che tu mi hai portato, ma sono troppo strette". Nella mia versione la battuta diventa: "Queste scarpe che hai ordinato per me a tuo fratello sono troppo strette". E questo perché nessun sarto in India è anche calzolaio, si tratta di due caste differenti, di corporazioni diverse e per giunta anche poco simpatiche l'una all'altra. Si doveva quindi trattare di qualcun altro, persino un fratello è appena probabile, giacché i membri di una famiglia appartengono generalmente a una stessa casta. Altre volte le modifiche investono la struttura della rappresentazione. Nel TartL!{fe ho introdotto un poeta, un traduttore che aveva la funzione dello story-teller assieme alla sua aiutante. Dato che la commedia era stata "tradotta", spostata in un nuovo set indiano, si rendeva necessaria la figura di un narratore presso la corte del Gran Moghul che raccontasse la storia, poiché questa è la forma del teatro popolare in india. Ma questa libertà nei conji·onti del testo riguarda solo i classici che vengono trasportati in un diverso ambito culturale, o è comunque sempre necessaria al processo della messa in scena? li testo è uno dei problemi principali del teatro moderno. Spesso lo si considera ancora nei termini di proprietà privata e ciò comporta la chiusura a qualsiasi processo di trasformazione. Percorrere questa strada può condurre alla suprema ironia per cui i figli di Bertolt Brecht sono giunti a controllare in maniera talmente rigida i lavori del padre che, ciò che Brecht stesso ha fatto alle opere di Shakespeare o di chiunque altro, non può essere realizzato con le sue. Qui un eccesso di rispetto tradisce 1 'autore stesso, trasformando la sua opera nella "parola di Dio", santificandola in maniera tale da impedire qualsiasi fo1ma di dialogo. Prima dell'invenzione della stampa c'è stato un tempo in cui il dialogo con il testo teatrale era possibile e quella era la natura essenziale del teatro: il testo era un testo vivente, modificato durante le rappresentazioni e trasformato da una compagnia all'altra. Attualmente, grazie alla diffusione dei mezzi informatici, soINCONTRI/VERMA 2.7 no nate le condizioni che portano a un indebolimento del diritto d'autore. E ciò mi sembra positivo, giacché nessuno, a mio avviso, può essere considerato proprietario di storie. Il testo dunque deve essere considerato come materiale di lavoro, o meglio come modello ispiratore delle messe in scena. Ma come si svolge poi il processo di elaborazione? Chi se ne assume la responsabilità, concretamente, nelle produzioni del Tara Arts Group? Un contributo essenziale viene dagli attori che approfondiscono la riflessione sulla storia narrata nel testo e sull'efficacia delle battute. Durante le prime settimane di prova del Borghese gentiluomo, per esempio, gli attori hanno lavorato liberamente sulla storia, tanto che è proprio da loro che ho ricavato l'idea di collocare la rappresentazione della commedia di Molière nella cornice della cerimonia di un matrimonio indiano. L'idea era nata durante un'improvvisazione e mi è parsa ottima. Tuttavia mi pare di capire che - sia pur attraverso il contributo degli attori - la risistemazione della storia, la definizione delle battute e insomma la stesura complessiva del lavoro siano fondamentalmente compito tuo. In questo senso potresti definirti I' "autore" delle produzioni presentate al pubblico? Certamente non mi reputo immune da una tendenza generale che mi vuole autore e quindi "legittimo proprietario" del testo dello spettacolo. Ma, sebbene sia io a fornire lo script di base alla compagnia, il mio ruolo non va identificato senz'altro con quello dell'autore, giacché in tal caso il mio senso di proprietà avrebbe il sopravvento su qualsiasi sollecitazione a un cambiamento di battuta o ad altri suggerimenti degli attori. Non riesco però a non avvertire l'esigenza d'un atteggiamento "autorale" e registico più rigido. Credo, infatti, che oggi gli attori rispondano favorevolmente a un testo "rigido", vista la condizione di assoluta incertezza in cui versano durante le cinque-sei settimane di prove: incertezza rispetto a se stessi, rispetto al lavoro, ai personaggi e a ciò che li circonda. Dunque la responsabilità di guidare e definire l'intero processo produttivo è tua. Vediamo come inizia l'operazione, come avviene la scelta del 'opera da rappresentare. Qual è l'elemento cl' attrazione che ti ha spinto verso particolari classici? Credo che il meccanismo sia lo stesso per qualsiasi regista: ci sono molti testi classici da rappresentare, eppure la scelta ricade su uno in particolare. Per quanto riguarda il Borghese gentiluomo, per esempio, ricordo che alla prima lettura pensai che il testo parlava proprio di me, della mia condizione esistenziale. Mi aveva colpito il dialogo iniziale tra il maestro di musica e quello di danza quando il secondo, per l'appunto, dice: "Niente mi è più caro delle lodi di un intenditore". Questa potrebbe essere l'affermazione di un asiatico, giacché per ognuno di noi, e per gli attori stessi, il desiderio nascosto è proprio quello di essere riconosciuti e apprezzati dagli altri nella nostra apparenza di bianchi, piuttosto che di asiatici. È questo che mi ha attratto inizialmente. Da ciò si è poi sviluppato un dialogo ben più ampio con il testo, che ho visto centrato essenzialmente sull'incontro coloniale piuttosto che sulla futilità del capitalismo. Si tratta dell'approfondimento dell'ispirazione che mi aveva già guidato nel lavoro sul l'Ispettore generale di Gogol': la colonizzazione del sé. Ed è un tema che può facilmente tradursi in una farsa audace dietro la cui superficie si nasconde uno strato essenzialmente patetico. L'elemento patetico, infatti, è che non c'è nulla di sbagliato in un desiderio di cambiamento. Noi siamo in occidente,

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