Linea d'ombra - anno XV - n. 121 - gennaio 1997

26 INCONTRI/VERMA Jatinder Verma TEATROSENZAFRONTIERE ILPROGETTODELTARA RTSGROUP Incontro con Alda Terracciano Verso la fine degli anni sessanta si afferma sulla scena teatrale britannica il nuovo filone del 8/ack thearre, espressione artistica delle comunità di colore massicciamente immigrate nel paese nel secondo dopoguerra. L'esigenza di dare una risposta creativa alle questioni brucianti della razza, del colonialismo e dell'integrazione culturale si traduce nella nascita di numerosi gruppi teatrali fra i quali ben presto si distingue la compagnia anglo-asiatica del Tara Arts Group. Collocandosi in maniera emblematica nella più ampia arena delle cosiddette "arti etniche" (termine che per l'inevitabile accezione ghettizzante è stato oggetto di infuocate polemiche da parte di molti intellettuali 8/ack), il lavoro del gruppo prende sin dagli esordi una sua precisa direzione rispetto al teatro 8/ack e più in particolare a quello asiatico. Al consolidamento di un teatro serino e rappresentato nelle lingue asiatiche, corrisponde, infatti, la faticosa affermazione di un teatro in lingua inglese. E mentre il primo è espressione artistica più diretta delle tradizioni e religioni dei diversi gruppi nazionali, il secondo si riferisce a una cultura più secolare e metropolitana, costituendosi come un genere di teatro che percorre trasversalmente specifiche nazionalità e professioni religiose utilizzando gli spunti suggeriti dalla tradizione. A questo secondo genere, per l'appunto, la spiccata vocazione del Tara Arts Group per la contaminazione culturale e artistica, nonché l'esigenza di un 'ampia comunicazione con la società britannica nel suo complesso, ne hanno deciso la sua naturale appartenenza. Sorto in un quartiere al sud di Londra nel 1976, il gruppo formato da cinque studenti dà inizio al proprio percorso artistico in reazione al brutale assassinio di un ragazzo asiatico a opera di una banda di teppisti. La rarefatta atmosfera universitaria non basta a tenere lontana l'eco delle costanti violenze subite dalle comunità di colore radicatesi nel paese, sicché la contestazione espressa in marce e sirin di protesta si spinge verso la conquista di spazi indipendenti in cui le comunità immigrate possano riappropriarsi delle proprie tradizioni artistiche e culturali. Le frammentazioni causate dalla diaspora nera si rispecchiano, infatli, nella difficile ricerca di un'identità capace di trascendere i limiti claustrofobici entro cui il discorso estetico e culturale bianco ha spesso collocato !'"altro" da sé. Lo stesso autore e regista della compagnia, il quarantunenne Jatinder Yerma, testimonia una congerie di culture che ha saputo sapientemente fondere nel suo lavoro d'artista. Nato a Dar es Salaam in Tanzania da genitori provenienti dalla regione del Punjabi in India, e cresciuto fino all'età di quallordici anni a Nairobi, capitale della colonia inglese del Kenia, si è poi trasferito insieme alla famiglia in Gran Bretagna dove ha compiuto i suoi studi di storia presso le università di York e del Sussex. Condividendo con il suo gruppo di attori un doloroso, ma al contempo esaltante, .viaggio di esplorazione all'interno della propria condizione di "migrant", ha saputo evolvere la ricerca teatrale 8/ack dai limiti di un ristretto issue-hased theatre - attraverso cui ha denunciato i temibili effetti dell'imperialismo prima e del razzismo poi - arricchendo il proprio giovane talento alle fonti del teatro popolare indiano. L'incessante esplorazione di quel confine fra le culture di cui i membri del gruppo sono testimonianza vivente costituisce, infatti, il centro dal quale muove la loro ricerca estetica. Dalla prima produzione nel 1977 di un testo di Tagore, Sacri/ice, fino ai recenti allestimenti di classici occidentali, il Tara Arts Group ha indirizzato le sue energie verso un teatro indiano che è espressione della vita culturale e sociale degli asiatici, ma nello stesso tempo ha la capacità di trascinare con sé la comunità su un sentiero di esplorazione di forme e contenuti nuovi. Così se sul piano scenico la contaminazione culturale si esprime nell'inventiva fusione di tecniche teatrali occidentali con la suggestiva stilizzazione del teatro Kathakali o Kathak, sul piano linguistico la ricerca si è tradotta nella creazione del "Binglish", una modalità verbale in cui l'inglese è costantemente intrecciato a una varietà di altre lingue, dal punjabi al gujarati, dall'urdu al tamil. La volontà della compagnia di creare un "teatro di connessioni" e la sua sostanziale apertura a un pubblico bianco, hanno, infatti, come sfondo il desiderio di una integrazione che non può prescindere da un processo biunivoco di assimilazione e conoscenza tra la cultura dominante e la pluralità di culture "periferiche" che contraddistinguono la moderna metropoli multietnica. Da queste premesse è discesa la necessità di alternare alla messa in scena di testi originali che riflettono le dinamiche di vita della comunità nel paese, l'inventiva produzione di classici del teatro indiano - fra cui ricordiamo il Miti ki Cadi di Shudraka e gli adattamenti di alcuni episodi del Mahahharata - nonché di classici occidentali. Alla produzione dell'Ispettore generale di Gogol' in collaborazione con la regista indiana Anuradha Kapur nel 1989 e della Morte di Danton di Bi.ichner sempre nell'89, segue nel 1990 l'applaudito allestimento del Tartuffe di Molière per il Royal national theatre: è la prima volta nella storia della prestigiosa istituzione che un regista indiano dirige la messa in scena di un classico occidentale con un cast interamente asiatico. L'invito è una naturale conseguenza del successo che tanto la compagnia quanto il regista (vincitore di due "Award", nonché membro della Royal Society of Arts, del Black theatre forum di Londra e dell 'Arts council of Great Britain) hanno ormai raggiunto sulla scena teatrale inglese, e tale da sollecitare il Royal national theatre a produrre per la prima volta un dramma non appa11enente alla tradizione occidentale. Con la messa in scena nel 1991 del classico indiano The Little Clay Cart (Miti ki Cadi), in cui alla compagnia del Tara Arts si affiancano due attori e un musicista irlandese, ogni presunta barriera culturale viene definitivamente contraddetta dati 'inventività di una produzione con cui l'ascesa del gruppo appare definitivamente consacrata. Ma il talento innovativo degli spettacoli diretti da Yerma si è dimostrato particolannente suggestivo nella reinvenzione dei classici occidentali, in cui si è palesata la proficua maturazione del suo cammino artistico. È proprio con la produzione dell'Edipo Re di Sofocle nel 1991, presentato nell'autunno dello stesso anno a Bologna in occasione del secondo Festival della convenzione teatrale europea, del Trailo e Cressida di Shakespeare nel 1993, e del Borghese Gentiluomo di Molière nel 1994, che il regista, infatti, ha spostato il baricentro della propria attività artistica e politica, articolando in maniera sovversiva il concetto stesso di ethnicity, non più afferente alle sole minoranze etniche bensì espressivo di una condizione esistenziale più generale che vede tutti, compreso l'occidente bianco, "etnicamente collocati". Un'ampia parte del lal'oro del Tara Arts Group è dedicata alla messa in scena di classici del teatro occidentale, tra cui La morte di Danton cliBiichne,; il Tartuffe e il Borghese gentiluomo di Molière, /'Edipo Re di Sofocle e il Troilo e Cressida di Shakespeare. Come ti collochi di.fi-onte a queste opere nel tuo impegno di regista?

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