Linea d'ombra - anno XV - n. 121 - gennaio 1997

22 DAL BRASILE/DEANDRADE "Vuota di cose, non di beni indefiniti. Il destinatario riempirà la scatolina con tutto ciò che verrà prodotto dalla sua fantasia, dalla sua capacità di cambiare mentalmente la vita. A tua volta non ricevere né cesti, né arche, né pacchi. Accetta gli stessi beni indefiniti. Sarà un tentativo di trasfigurare il Natale concreto, istantaneista, indigesto, in festività astratta, nella quale la capacità inventiva di ognuno farà cose meravigliose." "Mando la scatolina vuota, senza una parola?" "Con una parolina: 'Inventa'. Lui capirà." "Non devo mettere: 'Amore'"? "Invenzione comprende amore e molto di più. Lascia fare al tuo amico. Il mio gioco è più semplice, più divertente e più stimolante dello scambio di cesti e di arche." lnventiamo! Inventiamo l'allegro, il pacifico, il "non-voglioscocciare-nessuno", lo "spero-che-voi-non-mi-scocciate", inventiamo la calma, il silenzio, la canzone più pura, il. .. la... , tutto quello che vale la pena di inventare affinché valga la pena di vivere: in pace. RAGAZZA DISTESASULL'ERBA Carlos Drummond de Andrade La ragazza era distesa sull'erba. La vidi e la trovai bella. Mi misi a ripetere per mio piacere personale: "Ragazza distesa sul1'erba. Ragazza distesa sull'erba. Distesa sull'erba. Sull'erba." Lo spettacolo era proprio avvincente. Non che qualsiasi cosa mi avvicina, alla mia età. La ragazza, l'essere stesa sull'erba, a quell'ora del pomeriggio, mentre le macchine passavano e ognuno se ne andava al suo appuntamento, alla sua gioia o al suo dispiacere, la ragazza e la sua posizione mi avevano affascinato. Non vi era alcuna esibizione, solo il rilassamento, l'incontro del corpo con la tranquillità, fruita in piena purezza. Chi voleva poteva farci caso, lei non se ne curava, né intendeva trasgredire le convenzioni. Semplicemente distesa sull'erba, occhi chiusi, mani sotto la testa, vestito azzurro, scarpe bianche, braccialetto, due anelli, elegante, composta. Delle gambe, mostrava il solito. Non era un'immagine erotica. Dormiva? No. Piccoli movimenti indicavano che era cosciente, ma pur così minimi lasciavano percepire il suo benessere inalterabile, la sua intenzione di restare così, all'ombra degli edifici, nel prato. Decisi di fermarmi un attimo, incantato. Desideravo guardare ancora per un po' la scultura della ragazza, collocata nel parco come una statua di Henry Moore, una statua senza l'obbligo dell'immobilità. E che respirava dolcemente. Ah, il respiro della ragazza, che le sollevava leggermente il busto, e ricordava che il sangue circola nelle arterie silenziose, ben vivo e calmo, come se anche lui volesse riposare sull'erba, godere per sempre quel1'istante di felicità. Ecco che si avvicina un agente, si china, tocca la spalla della ragazza. Lievemente. Lei apre gli occhi, sorride cordiale: "Vuoi sdraiarti anche tu? Goditi il pomeriggio, è così bello." Lui si mostra imbarazzato, parla a monosillabi: "No, signorina ... mi scusi. Ecco. Lei ... vuol fare il favore di alzarsi?" "Alzarmi perché? Si sta così bene qui." "Lei non può restare qui. Si alzi, le chiedo di alzarsi." "Perché devo alzarmi? La mia posizione è comoda, sto bene qui. Guardi quell'uomo, anche lui è disteso sull'erba." "Lui è diverso, non vede?" "Vedo che è un uomo, e allora? L'uomo può, la donna no?" "Be', potere non può nessuno, è proibito, ma essendo un uomo, e oltretutto un mendicante." "Ah, adesso capisco. Essendo uomo e mendicante, ha diritto di distendersi sull'erba, e io che sono donna, lavoro, pago le tasse, quelle sulla casa, sulla spazzatura, il sindacato eccetera, allora niente. È questo che vuol dire?" "Per carità, signorina. Chi sono io per dire una cosa del genere? Soltanto che è la prima volta, e ho dieci anni di servizio, che vedo una signora come lei, ben vestita, di bella presenza, così sdraiata sull'erba. Con il dovuto rispetto, ho pensato che non stava bene imitare gli uomini, i mendicanti, che li lasciamo stare perché ci fanno pena." "Faccia finta che anch'io sia una mendicante" e la ragazza gli fece un gran sorriso. "Per il suo bene, non le conviene rischiare in questo modo." "Ma non sto rischiando niente, dato che c'è qui lei a difendermi." "Grazie. Ma io posso difenderla fino a un certo punto, basta che giri le spalle, arriva un tipo e ruba il suo orologino, la sua borsa, le sue cose." "Mi so difendere, mio caro. Ho fatto il mio piccolo corso di karaté." "Va bene, ma non deve andarsela a cercare. Si alzi, in nome della legge." "Aspetti un attimo. O tutti si alzano, o io continuo a stare distesa in nome della legge dell'uguaglianza." "Non conosco questa legge, signorina. Non posso conoscere tutte le leggi. Questa di cui lei parla, credo che non si sia affermata." "Ma deve, è necessario che si affermi, presto o tardi." "Non si alza?" "No!" Si grattò la testa. Afferrare la ragazza era violenza, lei avrebbe reagito, sarebbe arrivata gente, si creava un caso. In fondo, non stava facendo niente di immorale né di sovversivo. D'altra parte non stava bene una signorina distesa sull'erba - doveva avere in mente l'idea di una ragazza vestita di tulle, eterea, quasi angelo, che non si sarebbe mai distesa su un prato, come un qualsiasi vagabondo puzzolente. "Non dovrebbe farmi una cosa simile, signorina." "Fare cosa?" "Mettermi in questa situazione." "Io non ho fatto niente, me ne stavo qui in una quiete 'orientale', arriva lei e..." "È molto difficile intendersi con le donne, hanno una risposta per tutto." "Facciamo una cosa. Lei finge di non avermi visto. Se ne va, io me ne vado fra poco. Solo dieci minuti, perché non sembri che sto cedendo a un ordine." "Può stare quanto vuole" decise. "Ha parlato di quella legge dell'uguaglianza, allora rispettiamola. Ma quel vagabondo lì deve andarsene subito, vado a scuoterlo un po', ha già goduto fin troppo della legge dell'uguaglianza, adesso basta!"

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