20 DAL BRASILE/DE ANDRADE sommando tutte le ore, non faceva che un giorno. Sono stato zitto, sopportando i pettegolezzi che la gente meschina ha sempre voglia di fare. Sono stato zitto. Ma quando sono tornato nella Bahia l'anno scorso, con la nostalgia della processione del Signor Buon Gesù dei Naviganti - ero tranquillo, senza odio né malevolenza - sotto il sole del mezzogiorno, che cosa mi vedo brillare a lettere rosse sul mio vecchio saveiro? Quel nome sacro Tu sei nuvola del cielo, che nessuno aveva più il diritto di usare sulla Terra, soltanto io, che lo avevo custodito nelle pieghe più nascoste della memoria ... Avanzai come impazzito verso quelle parole dipinte, volli strappare con il coltello lettera per lettera; mi presero, lottai e ne ferii due o tre, fecero fatica a prendermi, il nome gocciolava di sangue, anch'io perdevo sangue, passai venti giorni in una cella orribile che nemmeno può immaginare, finalmente mi fecero uscire, sono qui di nuovo, a tirare il mio carretto. Questo non ha nome, non ce l'aveva, e non voglio dar più nome a niente di mia proprietà, le cose basta sognarle. Se un giorno tornerò là, come spero e confido nel Signore Gesù, e lui mi aiuterà nell'acquisto di un saveiro, prometto che non sarà battezzato in nessun modo, solo forse Il disilluso, ma perché dare un nome alle cose, se è in noi che i nomi hanno un'importanza dannata, non nelle cose, lei non è d'accordo con me? Note pitingueira: albero del litorale brasiliano; saveiro: tipo di barca della Bahia. FotoNicola Lux. I MORTI Carlos Drummond de Andrade Questo giorno, che è ancora dedicato ai morti, non serve quasi più per il suo simbolismo, perché i giovani non ci fanno caso, e le persone mature e i vecchi hanno già elaborato il loro sentimento della morte e dei morti. È questa una conquista del tempo, e prescinde dalle commemorazioni per consolidarsi. È sufficiente l'esercizio del vivere per staccarci artificiosamente dalla vita, o, perlomeno, per intrecciare la vita con la morte in modo tale da percepire quest'ultima come forma di vita, e forma forse più purificata, come un'incisione che è completata solo dopo successive prove. Parlo di incisione, e vedo di fronte a me uno degli originali di Goeldi, nel quale lo splendore notturno è irradiato di rosso o di verde, in una condensazione di tenebra così intensa e compatta che non si capisce come possa penetrarla questa fascia di luce abbagliante, coesistendo così, a prima vista, in una specie di matrimonio sinistro. Ma no, non è sinistro. Posso assicurare personalmente che la stretta congiunzione dell'idea della morte con l'idea della vita non è devastante per l'uomo, ma costituisce una delle sintesi morali alle quali il tempo ci conduce, come parte dell'esperienza individuale. Coloro che erano del nostro stesso sangue, gli amici e i compagni che solo poco fa ci sorridevano accanto o magari ogni tanto ci facevano perdere la pazienza (ma era così bello che ci facessero perdere la pazienza, mentre ora neanche più questo abbiamo da loro), dove sono, dove sono? Ci giriamo intorno a noi e non li recuperiamo; ma se scaviamo un po' dentro di noi li incontriamo strettamente uniti alla nostra conoscenza delle cose, incorporati nel nostro modo di camminare, di mangiare e di dormire; intatti, anche sotto lo strato di dimenticanza in cui altre volte li abbiamo sepolti, perché, loro non si sono lasciati dimenticare, e si divertono nel farsi ricordare nei momenti più imprevedibili. Diceva Kierkegaard che non vi è nessuno di più furbo del defunto. Non dispone di nessun 'arma contro di noi; tuttavia ci forza a rivelarci a noi stessi, per il modo di agire nei suoi confronti. Il morto non è un oggetto reale, ci insegna il filosofo: è solo un 'opportunità di manifestare ciò che resta vivo al contatto con lui. È un test che ci aspetta; un test d'amore. Perché (ancora dalla lezione di Kierkegaard) pensare ai morti è l'atto d'amore più disinteressato, più libero e più fedele, fra tutti quelli che possiamo concepire. Il più disinteressato, perché non è nemmeno sorretto da quella speranza di ricompensa che i genitori depositano inconsapevolmente nell'amore al figlio che nascerà o che è già nato: non c'è nessuna ricompensa da aspettarsi da un morto; il più libero perché il morto non è qui a obbligarci a un gesto o a un sentimento qualsiasi, come il bambino che piange, o il povero che ci espone la sua povertà: possiamo ignorarlo come vogliamo; e il più fedele, perché noi cambiamo continuamente gusti e illusioni, ma lui non cambia mai, e amarlo sempre con lo stesso amore è una vittoria sulla nostra instabilità sentimentale. Per coloro che hanno una concezione cristiana della vita, il problema delle relazioni fra vivo e morto è risolto nella speranza di un dialogo perenne e gioioso, che entrambi avranno dopo la
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