14 GATTOPARDO/ESPOSITO nita opera (romanzo? novelle?) composta di sole quattro delle otto parti che ne offriranno poi la fisionomia definitiva, e che Yittorini ne vedrà per Einaudi sei delle otto. È pur vero che - si dice familiarmente - per giudicare della bontà di un vino non è necessario svuotare l'intera bottiglia, ma non è vero che un romanzo non è fatto solo di un certo numero di belle pagine. Una delle letture rnondadoriane, per esempio, quella di Ricci, sottolineava l'importanza di certe "pagine a sé", non meno però degli "errori di montaggio"; e Rornanò parlava esplicitamente di "sproporzione quantitativa tra i vari capitoli" e di momenti narrativi fra loro separati: "Preso ognuno a sé, i bozzetti hanno una loro vivacità aggraziata e brillante; ma il libro, come tale, non regge". Vediamo, in particolare, la scheda di Sergio Antonielli, che ha particolare importanza sia per l'ampiezza del giudizio che vi è sviluppato, sia per il rapporto che lega Antonielli con Yittorini. L'amicizia fra i due data almeno dal 1953, quando Antonielli sottopone alla lettura di Yittorini un romanzo, La tigre viziosa, che subito piacerà e che uscirà come "Gettone" l'anno successivo. La simpatia e la stima che immediatamente si stabiliscono è testimoniata dal fatto che subito dopo è Yittorini a chiedere ad Antonielli un parere di lettura su un suo romanzo poi destinato a restare incompiuto, Le città del mondo, e a interpellarlo nel 1955 per un lavoro comune: "Caro Antonielli, [...] avrei una piccola proposta da farti per un articolo da firmare in due. Per una rivista americana. Ci staresti?". L'articolo, o piuttosto saggio, verrà effettivamente realizzato, e comparirà nell'autunno del 1955 sulla rivista "Books Abroad" con il titolo Contemporary /talian Literature: uno schizzo della letteratura contemporanea che, dato il carattere di attualità e l'impegno di critica militante, richiedeva necessariamente una buona dose di accordo. Ed è su questa consentaneità che possiamo meglio capire la decisione di Yittorini relativa al Gattopardo, anche in assenza di una lettura diretta del testo; pubblichiamo dunque la "scheda" di Antonielli, osservando intanto che la conclusione, sua come degli altri lettori, era che i pregi del romanzo non ne compensavano adeguatamente gli evidenti difetti. Questo, per quanto riguarda la vicenda editoriale del Gattopardo che, dunque, non mi pare affatto condotta con miopia da nessuna delle parti in causa se non, paradossalmente, proprio da Tornasi. Quest'ultimo, mandando a Mondadori prima delle parti non ben collegate fra loro e presentandole come "ciclo di novelle", poi integrandole sotto l'etichetta di un "romanzo" tuttavia ancora lontano dall'aver ricevuto adeguato sviluppo, mostra insieme un'ingenuità e un'impazienza che spiegano già da sole la negatività del risultato. Lo stesso Bassani riconobbe, come gli altri lettori, che lo svolgimento del romanzo risultava a un certo punto monco, strozzato, tanto che fece lui stesso ciò che Yittorini aveva suggerito a Mondadori di far fare: cercò, cioè, le pagine che lo potessero completare, e le trovò perché l'autore stesso, forse spinto da analoga insoddisfazione, vi aveva di fatto posto mano, lavorandovi fino all'aprile 1957. La storia della mancata pubblicazione del Gattopardo, dunque, costituisce un vero e proprio capitolo della sua storia critica, o piuttosto della sua "preistoria", ma non si può contrabbandare come esempio della insensibilità estetica o della sordità ideologica dell'ambiente editoriale e di Yittorini in particolare. Fino a questo punto, infatti, abbiamo visto la vicenda svolgersi su un piano squisitamente letterario; le riserve dei lettori rnondadoriani - ci trovino oppure no concordi - riguardano il linguaggio, la struttura, il grado di originalità o meno che caratterizza la narrazione; e anche la lettera di Yittorini si mantiene sullo stesso ordine di considerazioni: vi si parla di linguaggio e impostazione narrativa "da fine Ottocento", di "acuta analisi psicologica" ma di squilibrio in senso saggistico della scrittura, di situazioni e rapporti "letterariamente non nuovi". Il rifiuto che se ne concludeva era dettato dall'idea stessa di letteratura che Yittorini cercava di affermare attraverso la sua collana, e che era improntata al valore della ricerca e della sperimentazione assai più che a quelli della bella pagina. Rifiuto letterario, dunque e nonostante tutto, anche se non ci nascondiamo che - essendo ogni opera artistica creazione di un mondo e proposta di un'interpretazione del mondo - il giudizio che se ne dà implica un confronto e magari un conflitto di tipo ideologico, o meglio filosofico: come bene mostrerà la successiva "storia critica" del Gattopardo. Yittorini, lo sappiamo, si batteva per un programma di politica culturale, per una letteratura che non si accontentasse (I' aveva detto nel "Politecnico") di una funzione consolatoria, ma che sapesse farsi parte attiva della vita e dei problemi dell 'uorno. Non poteva provare simpatia per un'opera che si affida alla massima "Se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi", ma, per quanto si possa criticare la sua posizione, essa era lungi dal costituire un semplice giudizio di gusto, e ne va riconosciuta la coerenza all'interno di tutto il lavoro letterario da lui compiuto fin dagli anni trenta. Le stesse riflessioni teoriche che egli conduce nei suoi ultimi anni, e che saranno consegnate nella loro incompiutezza e disorganicità al volume postumo Le due tensioni, sono caratterizzate da un tipo di istanza e da una intransigenza che sono forse difficili da accettare, ma che costituiscono testimonianza di lucidità e coraggio intellettuale. Basti ricordare la convinzione, espressa in occasione del Premio internazionale Forrnentor del 1962, che si dovesse saper "rifiutare il ricatto della 'bella letteratura' per cui succede cosi spesso che un buon rimasticatore abbia la prevalenza su un innovatore goffo o ingenuo, e che un'opera ben organizzata secondo una vecchia cucina abbia la prevalenza su un'opera magari piena di difetti ma che porta un'indicazione culturale nuova". E basti ricordare che il rifiuto opposto ali 'insufficiente grado di novità artistica altrui, Yittorini lo applica prima di tutto a se stesso, precludendosi di pubblicare quanto gli appaia ormai inadeguato alla realtà moderna e alle sue esigenze: il romanzo Le città del mondo resterà interrotto per quella che egli dirà infatti la sua "avversione e antipatia per il romanzo lungo, complesso e costruito", carico "di tessuto connettivo" e dunque "non moderno". Sono dichiarazioni dell'agosto 1957: la concomitanza con il giudizio sul Gattopardo non ha bisogno di essere sottolineata. Una corretta ricostruzione della storia editoriale del Gattopardo è offerta da Andrea Vitello in Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Sellerio, Palermo 1987. Gian Carlo Ferretti ha scritto della vicenda nell'articolo Il Gattopardo rifiutato (in "L'Indice dei Libri del mese", ottobre 1989, pp. 14-15) e poi in L'editore Vii/orini, Einaudi, Torino 1992. Per Gioacchino Lanza Tornasi, cfr. l'introduzione e le premesse a: G. Tornasi di Lampedusa, Opere. Mondadori, Milano 1995. I documenti e le lettere non contenuti nelle opere sopra citate sono stati consultati presso la casa editrice Mondadori a Segrate, Milano, grazie alla cortesia di Antonio Franchini. Si è tenuto conto, inoltre, dell'epistolario vittoriniano (anni 1952-66) di prossima pubblicazione presso l'editore Einaudi per cura di Carlo Minoia e del sottoscritto. Un ringraziamento particolare va alla signora Luciana Antonielli Cattaneo per l'autorizzazione a riprodurre la "scheda di lettura" firmata da Sergio Antonielli. Nota I) Figlio adottivo dello scrittore e da sempre uno dei testimoni e commentatori più equilibrati e corretti.
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