Linea d'ombra - anno XV - n. 121 - gennaio 1997

l'interruzione avverrà, di fatto, di lì a poco: gli ultimi volumi - tutte opere già programmate da tempo - saranno pubblicati tra il 1957 e il I 958. Vittorini, invece, non si nasconde dietro frasi di comodo, e rispetta la prassi abituale nella redazione dei "Gettoni" di lettura, valutazione e discussione del libro proposto, e di una risposta precisa ali' autore; tanto che lo stesso Tornasi se ne compiacerà, osservando con Gioacchino: "Come recensione non c'è male, ma pubblicazione niente". Diverso, naturalmente, il discorso sul "merito" di questa recensione, come si dirà. Ma vorrei intanto aggiungere che anche in sede mondadoriana, nonostante la soluzione burocratica adottata il libro fu sottoposto ad attenta valutazione, come dimostrano I~ tre letture che restano testimoniate, compiute la prima da un lettore abituale e "interno" alla casa editrice, Adolfo Ricci, e le altre due da letterati e autori essi stessi di tutto rispetto, Sergio Antonielli e Angelo Romanò. Ora, mi sembra degno di considerazione i_Ifatto che queste tre letture, date come si può immaginare sine 11:aet studio, con l'unico obiettivo di una adeguata valutazione, si siano rivelate singolarmente concordi fra loro e con quella successiva di Vittorini nel sottolineare, accanto ai pregi, i notevoli limiti dell'opera. Ed è forse il caso di spenderci qualche parola. Il Gattopardo viene composto da Tornasi tra la fine del 1954 e l'aprile del 1957: poco più di due anni, che vedono una fase di avvio relativamente lenta e una marcia assai spedita in seguito. Alla data del 31 marzo 1956 ne appaiono composte tre parti, almeno stando a una lettera che Tornasi scrive all'amico Guido Lajolo e in cui parla della avvenuta composizione di "un romanzo: per meglio dire tre lunghe novelle collegate tra loro". Poco dopo appare composta anche la pa1te relativa alla morte del principe (futura parte VII), e il 24 maggio 1956 il tutto viene spedito dattiloscritto a Federico Federici, capo ufficio della segreteria editoriale della Mondadori, con una lettera di accompagnamento di Lucio Piccolo che parla di "un ciclo di novelle intitolato Il Gattopardo". Si tratta dei quattro capitoli che costituiranno in seguito le parti I, II, VII, VIII dell'opera. E dico "quattro" anche se Gioacchino Lanza Tornasi ha parlato di un invio di cinque parti e, alternativamente, di quattro includendo però anche la III nella II. Anche la lettera di Tornasi a Lajolo del 7 giugno 1956 dà il romanzo come ormai composto "da cinque lunghi racco~ti", precisand_oche i primi tre "si svolgono nel 1860... il quarto nel 1883, l 'ulttmo ... nel I9 I O": cosa che rispecchia l'andamento dei primi e degli ultimi capitoli del romanzo. Ma i dati accertabili documentalmente inducono a credere che la parte III - fosse pure già stesa - non fu inviata a Mondadori fino al I O ottobre 1956 unit~mente alla IV che proprio durante l'estate 1956 si svilup;a insieme a quella, e riceve il suo assetto definitivo. li I O ottobre, infatti, Piccolo torna a scrivere a Federici a proposito del romanzo, pregandolo "di accogliere altri due capitoli che erano allora in elaborazione ... Essi sono il III e il IV dell'opera e_andrebbero quindi inseriti secondo l'ordine delle pagine". Non SI fa menzione di eventuali interferenze o sovrapposizioni nspetto alla parte II già inviata: che quindi doveva essere anche allora quella che noi leggiamo oggi, come ulteriormente si evince dall'esame delle schede di lettura mondadoriane, che non fanno riferimento a nulla che appunto nella I e Il parte, oltre che nella VTI e VIII, non fosse e non sia tuttora compreso. Questo perché, le schede di lettura sono datate 12 giugno, 5 settembre e _I O ?ttobre 1956_, e non poterono dunque tenere conto delle parti 111v1atperoprio ti I O ottobre: né restano documenti che attestino l'avvenuta presa in esame anche di quegli ulteriori capitoli. Ecco: quando pensiamo alla "vicenda Mondadori", dobbiamo tenere conto che i giudizi furono dati su una non meglio defiGATTOPARDO/ESPOSITO 13 Scheda di lettura del Gattopardo (capp. I, 11,VII, VIII) di Sergio Antonielli 5 settembre 1956 Un libro abbastanza buono, non privo di spunti felici, la cui pubblicazione potrebbe essere presa in considerazione se I' A. avesse con maggior coerenza sviluppato il suo tema. _IIgattopardo è lo stemma d'una nobile famiglia siciliana, i Salma. L'azione ha inizio nel 1860. Il Principe Fabrizio, con moglie e figli maschi e femmine, è un uomo grande e potente, quasi liberale moderato. Ha anche un nipote, a lui assai caro, che ~t~oreggia con una delle figlie e parte per unirsi ai garibaldm1 che sbarcano. A rivoluzione avvenuta, questo nipote, Tancredi, sposa invece la bellissima figlia d'un borghese in ascesa e fa buona carriera politica. La vicenda si spinge fino al primo decennio del nuovo secolo. Il Principe muore, e le tre figlie rimaste zitelle si dedicano a una vita bigotta. Il cardinale di Palermo le turba e offende nella loro fede portando lo scompiglio nella loro raccolta di reliquie e facendo togliere il quadro che stava sull'altare della loro cappella. La trama dunque è fatta di nulla: ancora una volta i fasti e la decadenza d'una nobile famiglia siciliana. Ma quel che I' A. riesce a rendere abbastanza bene è l'ambiente ottocentesco provinciale in cui la vicenda ha inizio. Tale ambiente è messo in risalto principalmente per mezzo di aneddoti. Garbati aneddoti sceneggiati potrebbero essere definiti diversi capitoli, come garbate caricature un po' tutti i personaggi, dal grande Principe al gesuita religioso-di-casa. Corretti, sullo sfondo, ed efficaci i rimandi al fatto storico dei Mille, e sempre intelligenti le notazioni psicologiche e di costume con cui i perso- ~a~gi ve_ngonoprogressivamente costruiti. Per questo aspetto, ti hbro s1 legge volentieri e in qualche pagina con piacere. Il danno maggiore ali 'unità dell'opera è però costituito dal fatto che, accentrandosi la vicenda sul personaggio del Principe, la conclusione è poi affidata, con gran salto di tempo, alle tre figlie invecchiate e alle prese col Cardinale. II Principe è il vero tema del racconto nei primi tre quarti: riempie le pagine della sua presenza. Poi, dalla scena in cui Tancredi, il nipote garibaldino, s'incontra con Angelica, la splendida donna che sarà sua moglie, il romanzo si distrae dal suo tema e si frantuma. Praticamente, il salto di tempo con cui si passa alla morte d~I_Principee quindi ancora all'ultimo capitolo, appare ingiust1f1cato. II romanzo, nei suoi pregi e nei suoi limiti, era concluso: seguono due appendici, la prima delle quali (m01te del Principe) stona col resto e la seconda appare estranea, un disereto racconto in sé e per sé. Si aggiunga che il modo di scrivere del Tornasi è piuttosto anonimo: corretto, efficace in qualche punto, ma anche convenzionale e risaputo. E la materia stessa del romanzo, lasciata così a presentare in se stessa le sue giustificazioni, finisce con lo sparire in tanta altra letteratura "borbonica" che non riesce, appunto, a superare il livello della rievocazione aneddotica. Buona letteratura d'intrattenimento, perciò. Un libro interessante e anche divertente nella prima metà, che non mantiene le sue promesse e non trova la giusta conclusione da sviluppare dal suo interno. Sergio Antonielli

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