Linea d'ombra - anno XIV - n. 120 - dicembre 1996

est. Ma solo con Ronald Reagan si sancisce il dissolversi definitivo del blocco storico del New Deal, poiché egli vinse la corsa alla presidenza nel 1980(e la stravinse nel 1984) grazie alla conquista del consenso da parte di quei rappresentanti della classe media e operaia bianca che avevano sostenuto Roosevelt e fohnson nell'edificazione del welfare state. Reagan è stato il catalizzatore di una coalizione composita che comprendeva la classe operaia bianca, i ricchi, la classe media in rivolta fiscale, la destra religiosa e i neoliberisti. Si è dibattuto molto sull'elezione di Reagan. Ci si è chiesti se l'emergere dei "Reagan Democrats" fosse un fatto puramente transitorio o se fosse l'inizio di un realignment (riallineamento) dell'elettorato. Sembra fuori di dubbio che si sia trattato di un realignment, l'abbandono dei binari tracciati da Roosevelt e dai Congressi del dopoguerra, ma senza che a esso seguisse nessun dealignment. Non si vede all'orizzonte nessun blocco storico, o coalizione di gruppi, in grado di imporre la propria egemonia e di esprimere tale egemonia con una leadership forte. La coalizione di destra, vincente con Reagan, sembra destinata alla frammentazione e rischia l'implosione nel 1996,'3 trascinando con sé il Partito repubblicano, già profondamente diviso. Ma non sta meglio il Partito democratico, coacervo incoerente composto da gruppi disparati e lontani l'uno dall'altro: i conservatori del Sud, gli yuppies moderati, i sindacalisti, i rappresentanti dei gruppi neocorporativi 14 - le donne, gli afro-americani, gli ispanici, le tribù indiane, gli omosessuali, i non-udenti eccetera - e i coltivatori diretti dell'Ovest e del Midwest. La novità degli ultimi anni è lo scollamento di una grossa parte degli elettori da entrambi i partiti. Questo serbatoio potenziale di indipendenti (potenziale perché i più sono assenteisti), cui cercano di attingere tutti i candidati, è un centrocampo che in realtà ha due anime, un "centro radicale" e un "centro moderato". 15 Il primo rappresenta con buona approssimazione i Reagan Democrats, liberisti in economia, ma conservatori per quanto riguarda l'etica e i valori: Ross Perot, Pat Buchanan e nel passato Jerry Brown hanno cercato di rappresentarli. Il secondo gruppo è quello dei repubblicani conservatori di stampo liberale europeo, alla Rockefeller, composto da professionisti e piccoli imprenditori, libertari nelle questioni morali e di diritti civili, ma conservatori in economia. Paul Tsongas e la sua Concord Coalition ne sono l'espressione più autentica, se non politicamente potente. Di fronte alla sensazione di scollamento, che è ormai quasi dominante nelle riflessioni degli americani che costituiscono la media sociale, la soluzione sta per molti nella creazione di un terzo partito (idea che incontra il favore del 55-60 percento dei cittadini). La trasformazione del sistema americano in senso europeo, pluripartitico, sarebbe secondo Lowi la sanzione istituzionale di un dato di fatto: i due partiti esistenti sarebbero già coalizioni complesse, per le quali sta diventando impossibile trovare un terreno comune. Gli elettori indipendenti - che non si dichiarano né repubblicani, né democratici e vogliono un terzo partito - lo considerano uno strumento per liberarsi di una classe politica "corrotta" e lontana dai bisogni dell'elettorato. Ma nonostante la buona affermazione di Perot nelle elezioni del 1992, quando ottenne il 19 percento dei voti, e il suo successo nella campagna di raccolta delle firme per far sì che il candidato del Reform Party (Perot stesso o Lamm, l'unico altro contendente) sia iscritto nelle liste elettorali presidenziali della maggior parte dei cinquanta stati dell'Unione, i pronostici per le fortune di un terzo partito non sono per adesso rosei. Un terzo partito sarebbe, dopo tutto, una soluzione "istituzionale" e impersonale al proSTATIUNITI/DI LELLIO,GOBETTI 77 blema della rappresentanza, che lascerebbe aperto il problema centrale che genera ansia e paura tra gli americani: quello di trovare un leader capace di ridare al paese un progetto comune e il senso dell'unità indissolubile della nazione. E l'unico che in questi ultimi anni sembra destinato a rassicurare gli americani su questo punto non è né Clinton, né Dole, né Buchanan, né Perot, ma Colin Powell, il candidato che non c'è. Eppure Powell incarna, a livello personale, il passato recente degli Stati Uniti, non il presente e o il futuro. È il passato dell'integrazione razziale, della trascendenza ma non dell'annullamento della diversità: a livello fisico - nella pelle chiara, ma pur sempre, senza alcun dubbio, nera - a livello culturale - poiché Powell, nato e cresciuto a Harlem, parla un po' di yiddish, grazie ai suoi contatti con gli ebrei del quartiere, e non è antisemita - a livello di vocazione personale - un militare di carriera senza ambizioni tiranniche - e di preferenze politiche: liberista in economia, libertario per quanto riguarda i diritti della persona, soprattutto l'aborto, e favorevole a forme moderate di affirmative action per le minoranze, da considerare misura transitoria, fino a quando l'integrazione non sia stata pienamente realizzata. Ma questa è l'America degli anni sessanta, che crede in un futuro di progresso e di espansione e mantiene le promesse fatte ai suoi figli migliori! Dunque, se Powell è il vero leader carismatico dell'America di oggi, se è il salvato, se è in lui che la maggioranza degli americani può riconoscersi, approvando l'immagine che vede di sé, è questo che l'America vuole dal suo prossimo presidente? Convention democratica. FotoMax Ppp/Contrasto.

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